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Sevanna si avvicinò a lui, con il sorriso stampato sulle labbra carnose e avide. Gli occhi verde chiaro lo scrutavano da quel volto meraviglioso incorniciato da capelli color oro. Rand avrebbe preferito guardare un lupo rabbioso. C’era qualcosa di insolito nel modo in cui stava in piedi, leggermente protesa in avanti. Lo guardava negli occhi. A un tratto gli venne voglia di ridere, malgrado tutto il dolore. Lo avrebbe fatto se avesse potuto essere sicuro di quale suono avrebbe emesso aprendo la bocca. Lui era un prigioniero, percosso fino al limite estremo, con le ferite che bruciavano, il sudore che pungeva e una donna che lo odiava, ne era certo, e che probabilmente lo incolpava per la morte del suo amante, e Sevanna stava cercando di vedere se l’avrebbe guardata nella scollatura!

La Sapiente fece scorrere lentamente un dito sulla gola di Rand — avvicinandosi più che poté — e forse stava immaginando di tagliargli la testa. Logico, considerando il destino di Couladin. «L’ho visto» disse soddisfatta e con un lieve brivido di piacere. «Avete mantenuto la vostra parte dell’accordo e io ho rispettato la mia.»

Le Aes Sedai lo fecero piegare di nuovo e lo infilarono nella cassa con la testa fra le ginocchia, in quella pozza di sudore. Il coperchio si chiuse e l’oscurità lo avvolse.

Solo a quel punto mosse la mandibola fino a quando riuscì ad aprire la bocca, esalando un lungo sospiro. Non era certo di non piagnucolare. Luce, era in fiamme!

Che cosa ci faceva Sevanna con loro? Quale accordo? No. Era un bene sapere che c’era una sorta di accordo fra la Torre e gli Shaido, ma per preoccuparsene avrebbe dovuto aspettare. Adesso doveva pensare a Min. Doveva liberarla. Le avevano fatto del male. Quel pensiero era talmente cupo che annullava quasi il dolore. Quasi.

Raggiungere di nuovo il vuoto fu un lavoro duro, come attraversare una palude nel bel mezzo di un’agonia, ma alla fine ne fu circondato, si protese verso saidin e... trovò Lews Therin, nello stesso momento in cui vi giunse lui, due paia di mani che cercavano di afferrare qualcosa che solo uno poteva tenere.

Che tu sia folgorato! gridò Rand nella sua testa. Che tu sia folgorato! Se solo lavorassi con me per una volta, invece che contro di me!

Lavora tu con me! fu la risposta di Lews Therin.

Rand fu prossimo a perdere la presa sul vuoto per la sorpresa. Stavolta non c’era modo di sbagliarsi; Lews Therin l’aveva sentito e aveva risposto. Possiamo lavorare insieme, Lews Therin. Non voleva lavorare con lui; avrebbe desiderato che fosse fuori dalla sua testa, ma c’era Min e non sapeva quanto fossero lontani da Tar Valon. Era in qualche modo sicuro che se lo avessero portato a destinazione non avrebbe avuto più alcuna opportunità, mai più.

In risposta giunse una risata incerta e apprensiva. Insieme? Un’altra risata folle, la risata di un pazzo. Insieme. Chiunque tu sia. A quel punto voce e presenza svanirono.

Rand fu scosso dai brividi. Inginocchiato, aggiungendo altro sudore alla pozza dove aveva poggiato la testa, tremò.

Si protese di nuovo verso saidin e... sì scontrò ovviamente con lo schermo, ma era ciò che cercava. Lentamente, con cautela, cercò il percorso, il punto in cui la massa compatta si divideva in sei punti morbidi.

Morbidi, disse Lews Therin ansimando. Perché sono lì, a sostenere a barriera. Duri invece quando li legano. Non puoi fare nulla quando sono morbidi, ma se li legano io posso districare la rete. Con un po’ di tempo. Fece una pausa talmente lunga che Rand pensò fosse andato via di nuovo, quindi sussurrò: sei reale? Poi andò via veramente.

Rand ispezionò ancora lo schermo lungo i sei punti morbidi. Le sei Aes Sedai. Con il tempo? Se legavano lo schermo, cosa che fino a quel momento non avevano fatto... Quanto mancava? Sei giorni? Sette? Otto? Non importava. Non poteva permettersi di aspettare troppo. Ogni giorno che passava lo avvicinava a Tar Valon. Domani avrebbe provato di nuovo a spezzare la barriera; era stato come prendere a pugni la pietra, e lui aveva colpito con tutta la sua forza. Domani, quando Erian lo avrebbe fustigato — era sicuro che sarebbe stata lei — le avrebbe sorriso di nuovo e, quando il dolore fosse cresciuto, avrebbe gridato. Il giorno seguente avrebbe solo sfiorato lo schermo, forse quel tanto che bastava per farsi scoprire, ma solo quello e non lo avrebbe più rifatto, punizione o meno. Forse avrebbe implorato che gli dessero dell’acqua. Gliene avevano data un po’ all’alba, ma aveva di nuovo sete; anche se lo lasciavano bere più di una volta al giorno, implorare sarebbe servito. Se a quel punto si fosse trovato ancora nella cassa, forse poteva pregarle di lasciarlo uscire. Pensava che sarebbe servito; non aveva grandi possibilità che lo lasciassero uscire abbastanza a lungo fino a quando non fossero state certe che aveva imparato la lezione. I muscoli contratti guizzarono al pensiero di altri due o tre giorni infilato là dentro. Non aveva spazio per muoversi, ma ci provava. Due o tre giorni. E sarebbero state sicure di averlo spezzato. Avrebbe assunto un’espressione timorosa e avrebbe evitato di sostenere gli sguardi delle donne. Un disgraziato che potevano serenamente lasciar uscire dalla cassa. Cosa più importante, un disgraziato che non aveva bisogno di essere controllato a vista. A quel punto forse avrebbero deciso che non servivano più sei donne per mantenere lo schermo, o che potevano legarlo o... qualcos’altro. Aveva bisogno di un’apertura. Qualunque cosa!

Era un pensiero disperato, ma si rese conto che stava ridendo e non poteva fermarsi. Non poteva smettere neanche di esaminare la barriera, si sentiva come un cieco che facesse scivolare le dita su un pezzo di vetro levigato.

Galina guardò le Aiel andare via, fino a quando superarono una collina e svanirono dall’altro versante. Ognuna di quelle donne tranne Sevanna poteva incanalare, qualcuna era molto forte. Senza dubbio Sevanna si era creduta al sicuro circondata da una dozzina di selvatiche. Un pensiero divertente. Quelle selvagge erano un gruppo di cui non ci si poteva fidare. Fra alcuni giorni le avrebbe usate di nuovo, era la seconda parte dell’accordo con Sevanna. La morte incresciosa di Gawyn Trakand e di gran parte dei suoi Cuccioli.

Ritornando all’accampamento trovò Erian ancora in piedi davanti alla cassa che conteneva al’Thor.

«Piange, Galina» disse con fierezza. «Lo senti? Sta...» Adesso le lacrime scivolavano sulle guance di Erian, che stava in piedi e piangeva tranquilla, con i pugni serrati sulla gonna.

«Vieni nella mia tenda,» le disse Galina per calmarla «ho del tè di mirtillo e ti applicherò un panno umido sulla fronte.»

Erian sorrise fra le lacrime. «Grazie, Galina, ma non posso. Rashan e Bartol mi aspettano. Soffrono più di me. Non solo percepiscono la mia sofferenza, ma soffrono perché sanno che soffro. Devo confortarli.» Strinse con gratitudine la mano di Galina e se ne andò.

Lei guardò la cassa. Effettivamente sembrava che al’Thor piangesse, o forse rideva, ma lei ne dubitava alquanto. Guardò Erian scomparire nella tenda dei suoi Custodi. Al’Thor avrebbe pianto. Avevano ancora altre due settimane prima di raggiungere Tar Valon ed Elaida aveva pianificato un ingresso trionfale. Sì, almeno venti giorni. D’ora in avanti, che Erian lo volesse fare o meno, lo avrebbero punito tutti i giorni all’alba e al tramonto. Quando l’avesse portato nella Torre Bianca, avrebbe baciato l’anello di Elaida, avrebbe parlato quando veniva interpellato e si sarebbe inginocchiato in un angolo quando non era desiderato. Con gli occhi socchiusi andò a bersi il suo tè di mirtillo.

Mentre entravano nella radura fra gli alberi, Sevanna si rivolse alle altre, complimentandosi con se stessa per l’indifferenza con cui pensava agli alberi. Prima di superare il Muro del Drago non ne aveva mai visti tanti tutti insieme. «Avete osservato tutte voi i sistemi che usano per trattenerlo?» chiese facendo sembrare di aver detto ‘anche’ anziché ‘tutte’.