«Credo siano un centinaio di chilometri avanti a noi» disse Perrin. «Forse anche di più, se stanno facendo pressione ai carrettieri. Dovremo procedere a tappe forzate.»
Mentre montava in sella, Rhuarc e gli altri Aiel stavano già risalendo la collina. Perrin alzò una mano e Dobraine fece segno ai cavalieri di avanzare. Perrin non si era chiesto perché lo seguissero un uomo abbastanza grande da essere suo padre, donne che potevano essere sua madre, persone abituate a comandare.
Ciò che invece si chiese, e che lo fece preoccupare, era quanto avrebbero potuto procedere veloci. Gli Aiel con il cadin’sor potevano tenere il passo con i cavalli, lo sapeva, eppure all’inizio era impensierito dalle Sapienti, con quelle gonne ingombranti e in taluni casi vecchie come Sorilea. Ma gonne o no, canute o meno, le Sapienti erano veloci come gli altri e andavano a passo con i cavalli mentre conversavano serenamente.
La strada davanti a loro era sgombra; nessuno si metteva in viaggio durante la festa delle Luci e pochi nei giorni precedenti, a meno che non avessero commissioni urgenti come la sua. Il sole divenne alto e le colline si abbassarono, e quando giunse il momento di accamparsi, al tramonto, dedusse che avevano percorso almeno cinquanta chilometri. Una buona giornata di viaggio; eccellente, per un gruppo tanto grande. Il doppio di quanto potevano permettersi le Aes Sedai, a meno che non cercassero di uccidere i tiri di cavalli attaccati ai carri. Adesso non si preoccupava più di riuscire a prenderle prima che arrivassero a Tar Valon, solo di cosa avrebbe fatto una volta raggiuntele.
Disteso sulla coperta con la testa appoggiata alla sella, Perrin sorrise alla falce della luna. Con la presenza delle nuvole la notte non sarebbe stata tanto luminosa. Era una buona serata per cacciare. Una buona serata per i lupi.
Formò un’immagine mentale. Un giovane toro selvatico dal pelo riccio; fiero, con le corna che risplendevano come metallo alla luce del mattino. Fece scivolare il pollice sull’ascia che giaceva al suo fianco, con la malvagia lama ricurva e lo sperone acuminato. Le corna d’acciaio di Giovane Toro, il nome che gli avevano dato i lupi.
Lasciò che la mente vagasse, inviando le immagini nella notte. C’erano di sicuro dei lupi e certamente conoscevano Giovane Toro. La notizia di un umano in grado di parlare con i lupi avrebbe attraversato la nazione come il vento di maestrale. Perrin ne aveva incontrati solo due come lui. Uno era un amico, l’altro un poveraccio che non era riuscito a rimanere attaccato alla realtà. Aveva sentito le storie dai profughi che si erano rifugiati nei Fiumi Gemelli. Vecchi racconti di uomini che si trasformavano in lupi, favole alle quali credevano in pochi, raccontate solo per distrarre i bambini. Tre di loro sostenevano di aver conosciuto quel tipo di uomini, che si trasformavano in lupi e correvano selvaggi e, anche se a Perrin i dettagli erano sembrati sbagliati, il disagio con cui due di loro evitavano di guardarlo negli occhi gialli confermava in qualche modo il racconto. Quei due, una donna di Tarabon e un uomo della piana di Almoth, non uscivano di sera. Continuavano anche a regalargli, non sapeva bene perché, aglio e composti di aglio che Perrin mangiava con gran piacere. Adesso non cercava più di trovare altri come lui.
Sentì la presenza dei lupi e incominciò a riceverne i nomi. Due Lune e Fuoco Selvatico, Vecchio Cervo e un’altra dozzina che gli riempirono la testa. Non erano proprio nomi, ma sensazioni. Giovane Toro era un’immagine molto semplice per definire un lupo. Due Lune era un lago avvolto dalla notte, piatto come il ghiaccio, un istante prima che si levasse il vento, con l’odore dell’autunno nell’aria e la luna nel cielo terso, e una sua copia riflessa perfettamente nell’acqua, tanto che era difficile dire quale fosse quella vera. Questa era una descrizione sintetica.
Per un certo periodo si scambiarono solo nomi e odori. Poi Perrin pensò: cerco delle persone che mi precedono. Aes Sedai e uomini, con cavalli e carri. Non era proprio ciò che aveva pensato, come Due Lune non era solo due lune. Gli uomini erano due gambe, i cavalli quattro zampe con lo zoccolo duro. Le Aes Sedai erano due gambe, che toccano il vento che fa muovere il sole ed evoca il fuoco. Ai lupi non piaceva il fuoco ed erano ancor più sospettosi nei confronti delle Aes Sedai che degli altri umani; trovavano curioso che Giovane Toro non sapesse riconoscere le Aes Sedai. Loro lo davano per scontato, come sarebbe stato per Perrin vedere un cavallo bianco fra una mandria di cavalli neri, nulla da dire o da spiegare.
Il cielo della notte sembrò turbinare nei suoi pensieri, coprendo improvvisamente un accampamento con carri, tende e fuochi. Non sembravano realistici — i lupi avevano poco interesse per tutto ciò che era umano, quindi i carri e le tende apparivano vaghi, i fuochi dell’accampamento molto grandi e pericolosi, i cavalli saporiti — il tutto passato di lupo in lupo prima di raggiungerlo. L’accampamento era più grande di quanto si aspettasse Perrin, ma Fuoco Selvatico non aveva dubbi. Il suo branco stava costeggiando proprio in quel momento l’area dove si trovavano le due gambe che toccano il vento che fa muovere il sole ed evoca il fuoco; Perrin cercò di chiedere quante fossero, ma i lupi non avevano il concetto di numero; dicevano quante cose c’erano mostrando quante ne avevano viste e, una volta che Fuoco Selvatico e il suo branco avevano percepito le Aes Sedai, non avevano voluto avvicinarsi.
Quanto lontano? Ottenne una risposta migliore, sempre di lupo in lupo, anche se aveva dovuto dedurla. Fuoco Selvaggio aveva detto che lei avrebbe potuto camminare fino alla collina dove un lupo maschio e inacidito di nome Mezza Coda stava mangiando un cervo con il suo branco, mentre la luna si muoveva a una certa velocità nel cielo e con un certo angolo. Mezza Coda poteva raggiungere Naso di Coniglio — un maschio giovane e fiero — mentre la luna si muoveva a una certa velocità e con un diverso angolo. Il passaggio proseguì fino a quando fu raggiunto Due Lune, che mantenne un dignitoso silenzio, consono a un vecchio maschio con la pelliccia canuta; lui e il suo branco si trovavano a non più di un chilometro da Perrin e sarebbe stato un insulto pensare che lui non lo sapesse con esattezza.
Cercando di elaborare la distanza meglio che poteva, Perrin dedusse che dovevano essere circa novanta chilometri. Il giorno seguente sarebbe stato in grado di dire a quale velocità stavano avvicinandosi.
Perché? fu la domanda di Mezza Coda, passata di lupo in lupo e marchiata con il suo odore. Perrin esitò prima di rispondere. Aveva temuto quella domanda. Nei confronti dei lupi provava gli stessi sentimenti che per la gente dei Fiumi Gemelli. Hanno imprigionato Ammazza Ombra, pensò alla fine. Era il modo in cui i lupi chiamavano Rand, ma non sapeva se lo considerassero importante.
Lo stupore che gli riempì la mente fu sufficiente: gli ululati echeggiarono nella notte, vicino e lontano, guaiti pieni di rabbia e paura. I cavalli nell’accampamento nitrirono spaventati, scalciando mentre si avvicinavano ai picchetti. Gli uomini corsero a tranquillizzarli e altri a scrutare nella notte come se si aspettassero che un enorme branco di lupi discendesse dalle montagne.
Stiamo arrivando, rispose Mezza Coda alla fine. Solo quello, e giunsero le risposte degli altri, branchi con i quali Perrin aveva parlato e branchi che avevano ascoltato in silenzio il due gambe che poteva parlare con i lupi.
Stiamo arrivando. Niente altro.
Girandosi su un fianco, Perrin si mise a dormire e sognò di essere un lupo che correva su colline infinite. La mattina seguente non videro alcun segno di lupi — nemmeno gli Aiel ne avevano avvistato uno — ma Perrin li sentiva, diverse centinaia e altri ancora che stavano arrivando.
La terra si trasformò in pianura durante i quattro giorni di viaggio successivi: la salita più ardita non meritava il nome di collina, a confronto con quanto li aveva circondati vicino all’Alguenya. La foresta si era diradata dando spazio alle praterie, marroni e aride, e i boschetti erano sempre più lontani fra loro. I fiumi e i ruscelli che attraversavano non bagnavano nemmeno gli zoccoli dei cavalli e non avrebbero fatto molto altro, prima di rimpicciolirsi fra le rive inaridite di fango indurito dal sole che ormai ricordava la pietra. Ogni notte i lupi dicevano a Perrin ciò che potevano delle Aes Sedai davanti a loro, che non era molto. Il branco di Fuoco Selvaggio era vicino, ma ancora lontano. Una cosa divenne chiara. Perrin copriva ogni giorno la stessa distanza e ogni giorno guadagnava una decina di chilometri sulle Aes Sedai. Ma una volta che le avesse raggiunte, cosa avrebbe fatto?