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Prese la spada da dove l’aveva lasciata, appoggiata contro una delle colonne sottili, e la legò sopra la giubba sbottonata. Il cinturone era disadorno e in pelle di cinghiale, proprio come la custodia e la lunga impugnatura. La fibbia era lavorata, rappresentava un bel drago finemente modellato nell’acciaio, inciso all’acquaforte e intarsiato d’oro. Doveva liberarsene, trovarne una più semplice, ma non poteva farlo. Era un dono di Aviendha, ecco perché doveva togliersela di dosso. Davvero non riusciva a uscire da quel circolo vizioso.

Un altro oggetto era appoggiato alla colonna, un pezzo di lancia lungo sessanta centimetri con dei tasselli verdi e bianchi sotto la punta acuminata. Lo sollevò mentre si voltava verso il cortile. Una delle Fanciulle aveva inciso dei draghi sul manico. Qualcuno la chiamava già lo scettro del Drago, specialmente Elenia e il suo gruppo. Rand invece la conservava per rammentarsi che poteva avere più nemici di quanti ne vedesse.

«Di quale fattoria parli?» la voce di Taim stava diventando dura. «Dove intendi portarmi?»

Rand studiò a lungo l’uomo. Taim non gli piaceva. Qualcosa nei suoi modi lo irritava. O forse qualcosa in lui stesso. Per un lungo periodo, era stato il solo uomo che avesse potuto pensare di incanalare senza guardarsi le spalle per timore delle Aes Sedai. Be’, a lui comunque sembrava molto tempo, e le Aes Sedai non avrebbero tentato di domarlo, non ora che sapevano chi era. Possibile che il motivo fosse tanto semplice? La gelosia di non essere più l’unico? Non lo credeva. Avrebbe dato il benvenuto a tutti gli uomini che potevano incanalare e li avrebbe lasciati andare in giro indisturbati. Alla fine, lui stesso non sarebbe più sembrato una strana creatura. No, non sarebbe andato tanto lontano, non da quel lato di Tarmon Gai’don. Lui era unico, era il Drago Rinato. Quali che fossero i motivi, quell’uomo non gli piaceva.

Uccidilo! gridò Lews Therin. Uccidili tutti! Rand respinse la voce. Taim non doveva piacergli, doveva solo usarlo. E fidarsi di lui. Quella era la parte difficile.

«Ti sto portando dove potrai servirmi» rispose con freddezza. Taim non sussultò e non si accigliò; si limitò a guardare e aspettare, mentre gli angoli della bocca si sollevavano per un istante in quella specie di sorriso.

3

Gli occhi di una donna

Mentre cercava di calmare la propria irritazione — e quella di Lews Therin — Rand si protese verso saidin, lanciandosi nella familiare lotta per il controllo e la sopravvivenza nel mezzo del nulla. La contaminazione filtrava attraverso di lui mente incanalava; poteva percepirla anche nel vuoto mentre pareva volesse penetrare nelle ossa, forse addirittura nell’anima. Non sapeva descrivere ciò che aveva fatto se non come l’atto di creare una piegatura nel Disegno, un buco attraverso di esso. Lo aveva imparato da solo, e il suo maestro non era stato molto bravo nemmeno a spiegare ciò che si trovava dietro le cose che lui stesso gli aveva insegnato. Nell’aria apparve una linea luminosa verticale nell’aria che si trasformò rapidamente in un’apertura larga quanto una porta. Sembrava che girasse su se stessa e all’interno si vedeva una radura fra gli alberi inariditi, illuminata dal sole. Roteò, per poi fermarsi.

Enaila e altre due Fanciulle sollevarono i veli e vi balzarono attraverso quasi prima che si arrestasse; altre sei Fanciulle le seguirono con gli archi di corno pronti. Rand non si aspettava che vi fosse alcun pericolo. Aveva deciso di aprire l’altro lato — se esisteva un altro lato; Rand non capiva, ma a lui pareva ce ne fosse uno solo — nella radura, perché l’apertura di un passaggio poteva essere pericolosa per la gente. Ma dire alle Fanciulle, o a qualsiasi Aiel, che non c’era bisogno di stare all’erta era come dire a un pesce che non aveva bisogno di nuotare.

«Questo è un passaggio» spiegò a Taim. «Ti insegnerò come crearne uno, se non mi hai mai osservato.» L’uomo lo fissava. Se avesse guardato con attenzione avrebbe dovuto notare Rand che intesseva i flussi di saidin; ogni uomo capace di incanalare poteva farlo.

Taim si unì a lui e oltrepassò il passaggio per arrivare nella radura, seguito da Sulin e il resto delle Fanciulle. Mentre passava vicino alle Aiel, alcune rivolsero alla spada di Rand delle occhiate sdegnose, e fra loro vi fu uno scambio silenzioso d’opinioni nel linguaggio dei segni tipico delle Fanciulle. Senza dubbio erano disgustate. Enaila e l’avanguardia si erano già sparpagliate fra gli alberi rinsecchiti, le loro giubbe, le brache e i cadin’sor le facevano sembrare parte dell’ombra, che avessero o meno aggiunto del verde al grigio e al marrone. Saturo di Potere, Rand riusciva a vedere i singoli aghi di pino sugli alberi; la maggior parte secca. Poteva fiutare la linfa aspra delle eriche. L’aria stessa odorava di calore, era aspra e polverosa. In quel luogo per lui non vi era alcun pericolo.

«Aspetta, Rand al’Thor.» La voce impellente della donna proveniva dall’apertura. Era Aviendha.

Rand rilasciò immediatamente saidin, il passaggio si strinse e scomparve. C’erano pericoli e pericoli. Taim lo guardò incuriosito. La stessa cosa fecero le Fanciulle, velate e non, tutte con un’espressione e uno sguardo particolari. Disapprovazione. Le mani scattarono di nuovo nel linguaggio delle Fanciulle. Erano abbastanza sensate da non parlare ad alta voce; su quello Rand era stato chiaro.

Rand si incamminò verso gli alberi con Taim al suo fianco, ignorando ugualmente curiosità e disapprovazione. Le foglie morte e i ramoscelli secchi si spezzavano sotto i loro piedi. Le Fanciulle, disposte in un ampio cerchio attorno a loro, non facevano alcun rumore con i loro soffici stivali allacciati sotto al ginocchio. La vigilanza coprì il loro momento di disapprovazione. Qualcuna aveva già fatto quel viaggio con Rand prima di allora, sempre senza incidenti, ma nulla le avrebbe convinte che quella foresta non fosse un buon nascondiglio per un’imboscata. Prima dell’arrivo di Rand, la vita nel deserto era stata regolata quasi esclusivamente da tremila anni d’incursioni, schermaglie, antagonismi sanguinosi e guerre ininterrotte.

Di sicuro avrebbe potuto imparare qualcosa di nuovo da Taim — ma l’insegnamento sarebbe andato in entrambe le direzioni, ed era giunto il momento che iniziasse lui ad addestrare l’altro. «Prima o poi, rimanendo con me, incontrerai i Reietti. Forse prima dell’Ultima Battaglia. O forse prima ancora. Non mi sembri sorpreso.»

«Ho sentito delle voci. Prima o poi dovevano liberarsi.»

Quindi la notizia si stava diffondendo. Rand sorrise involontariamente. Alle Aes Sedai non sarebbe piaciuto. A parte tutto il resto, provava un certo piacere nel prenderle per il naso. «Devi aspettarti di tutto in ogni momento. Trolloc, Myrddraal, Draghkar, Uomini Grigi, Gholam...»

Rand esitò, il palmo con il marchio dell’airone carezzava la lunga elsa della spada. Non aveva idea di cosa fosse un Gholam. Lews Therin non si era mosso, ma sapeva che era lui la fonte di quel nome. Alcuni ricordi a volte venivano a galla superando qualsiasi barriera ci fosse fra lui e quella voce, divenendo parte della memoria di Rand, di solito senza spiegazione. Di recente succedeva sempre più spesso. Quelle memorie frammentarie non erano qualcosa che lui potesse combattere, come la voce dell’uomo. L’esitazione durò solo un istante.

«Non solo a nord, vicino alla Macchia. Può succedere anche qui, ovunque. Usano le Vie.» Quella era un’altra cosa che doveva risolvere. Ma come? Erano state create con la metà maschile del Potere e adesso le Vie erano un luogo oscuro, contaminato proprio come saidin. La progenie dell’Ombra non poteva evitare tutti i pericoli delle Vie, che uccidevano gli uomini o peggio, ma riusciva comunque a usarle, e anche se le Vie non erano un sistema rapido come i passaggi, il Viaggiare o il volo aleggiato, permettevano comunque di coprire centinaia di chilometri in un solo giorno. Sarebbe stato un problema da affrontare in un altro momento, ma ne stava rimandando troppi e troppi ne aveva da gestire subito. Colpì irritato un’erica con lo scettro del Drago; caddero grandi pezzi di foglie secche. «Se hai mai sentito una leggenda su quelle creature, aspettati di vederle. Anche i Segugi Neri, benché se questi compongono davvero la Caccia Furiosa, almeno il Tenebroso non è libero di cavalcare con loro. Sono comunque terribili. Alcuni puoi ucciderli, come raccontano le leggende, ma altri, per quanto ne sappia, non moriranno fino a quando non userai contro di loro il fuoco malefico. Sai creare il fuoco malefico? Se non lo sai fare, è una cosa che io non ti insegnerò. Se invece ne sei capace, usalo solo sulla progenie dell’Ombra. E non insegnarlo a nessuno.