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«Seguimi» le disse. «I primi movimenti sono semplici.» Mentre la musica iniziava, diedero il via a passi profondi e scivolate laterali verso destra, accompagnate dal piede sinistro. Passo profondo e scivolata laterale, a braccia distese.

Betse imparò rapidamente e aveva il passo leggero. Quando raggiunsero i musicisti Mat sollevò le braccia e fece una piroetta, ritrovandosi schiena contro schiena con la ragazza. Quindi di nuovo un passo profondo, una scivolata laterale e una piroetta per ritrovarsi faccia a faccia, tutta la sequenza ancora e ancora, fino a ritornare al punto da dove erano partiti. La ragazza imparò tutto rapidamente, sorridendogli deliziata quando le giravolte glielo consentivano. Era davvero carina.

«Adesso diventa un po’ più complicato» mormorò Mat, voltandosi per poter guardare i musicisti, mentre lui e la donna avevano i polsi intrecciati e le mani unite davanti a loro. Ginocchio destro alzato, un calcetto con il piede sinistro, quindi una scivolata a destra e una a sinistra. Betse rise mentre si avviavano ancora una volta verso i musicisti. I movimenti diventavano più intricati a ogni passaggio, ma la ragazza aveva bisogno di vederli una sola volta per imparare. Leggera come una piuma, volteggiava fra le sue braccia. Ma la cosa più bella era che non parlava affatto.

Mat fu preso dalla musica, nonostante le note mancanti, e dalla danza. I ricordi affluivano nella mente mentre ballavano avanti e indietro nel salone. In quelle memorie era più alto, con dei lunghi baffi biondi e gli occhi azzurri. Aveva addosso una giubba di seta a strisce color ambra, attorno al colletto di fine merletto di Barsine e bottoni di zaffiri gialli di Aramelle, e danzava con una bellissima emissaria degli Atha’an Miere, il Popolo del Mare. Alla sottile catena d’oro che univa l’anellino al naso, con uno dei tanti orecchini erano appese diverse medaglie che la identificavano come Maestra delle Onde del clan Shodin. Non gli importava di quanto fosse potente: quella era una preoccupazione del re, non da lord di media grandezza. Era bella e leggiadra fra le sue braccia, stavano danzando sotto la grande cupola di cristallo della corte di Shaemal, quando il mondo intero invidiava lo splendore e il potere di Coremanda. Ai margini della mente di Mat si affacciavano altri ricordi, parti di quella danza. La giornata seguente avrebbe portato la notizia dell’aumento delle incursioni Trolloc dalla Grande Macchia e il mese successivo quella che le guglie dorate di Barsine erano state saccheggiate e incendiate e le orde di Trolloc si stavano dirigendo a sud. Sarebbero iniziate quelle che più tardi vennero chiamate le Guerre Trolloc, anche se all’inizio nessuno aveva dato loro quel nome. Trecento anni di battaglie ininterrotte, sangue, fuoco e rovina prima di riuscire a cacciare i Trolloc e abbattere tutti i Signori del Terrore. A quel punto era iniziata la caduta di Coremanda, con tutto il suo benessere e il suo potere, di Essenia, con i suoi filosofi e grandi insegnanti, del Manetheren e Eharon, di tutte le dieci nazioni, ridotte in briciole anche in caso di vittoria, terre dove sarebbero sorti altri stati che avrebbero ricordato appena le dieci nazioni, forse solo come il mito di un tempo felice. Ma tutto ciò era ancora nel futuro e Mat scacciò quei ricordi per il piacere di quello attuale. Stasera danzava con...

Batté le palpebre, colpito per un istante dalla luce del sole che filtrava dalle finestre e alla vista di quel viso pallido che lo osservava, coperto da un velo di sudore. Inciampò quasi nell’intrico dei passi mentre lui e Betse si chinavano verso il pavimento, ma si riprese prima di caderle addosso, compiendo una serie di passi istintivi. Quella danza ora era sua come lo erano i ricordi, che fossero prestati o rubati, intessuti in maniera tale fra quelli che aveva vissuto davvero che se non ci pensava con attenzione non vedeva più la differenza; sembrava li avesse vissuti tutti.

Era vero quello che le aveva raccontato della cicatrice sul collo. Impiccato per conoscenza e per la mancanza di essa. Aveva attraversato due volte quel ter’angreal, come uno stupido capoccione, un idiota di campagna che l’aveva ritenuta una semplice passeggiata in un campo. Be’, quasi altrettanto semplice. I risultati avevano solo aumentato la sua mancanza di fiducia in tutto ciò che aveva a che fare con l’Unico Potere. La prima volta, fra le altre cose che non voleva sentire, gli era stato detto che era destinato a morire per poi vivere di nuovo. Qualcuna di quelle rivelazioni lo aveva spinto al secondo viaggio che aveva intrapreso attraverso il ter’angreal e a quello lo aveva portato ad avere una corda attorno al collo.

Una serie di passi, ciascuno fatto per un buon motivo o per necessità, ciascuno che era parso ragionevole al momento della decisione e aveva portato a conseguenze che non avrebbe mai nemmeno immaginato. Aveva sempre l’impressione di ritrovarsi ogni volta intrappolato in quel tipo di danza. Era sicuro di essere morto prima che Rand tagliasse la corda e lo riportasse in vita. Per la centesima volta si fece la stessa promessa. D’ora in poi avrebbe controllato dove metteva i piedi. Niente più salti dentro oggetti misteriosi senza pensare alle conseguenze.

Per dirla tutta, quel giorno aveva guadagnato più che la cicatrice. Il medaglione d’argento con la testa di volpe, il cui unico occhio era modellato in maniera da assomigliare all’antico simbolo Aes Sedai. A volte ne rideva al punto che le costole gli facevano male. Non si fidava di nessuna Aes Sedai, quindi con quell’oggetto ci faceva anche il bagno e ci dormiva. Il mondo era un posto divertente — divertente in modo strano.

Un altro guadagno era stata la conoscenza, anche quella che non voleva. Stralci delle vite di altri uomini che adesso erano compressi nella sua testa, migliaia, a volte solo poche ore, a volte anni, anche se frammentati, ricordi di corti e di combattimenti che si estendevano per millenni, da molto prima delle Guerre Trolloc fino alla battaglia finale e la salita al potere di Artur Hawkwing. Adesso pareva appartenessero tutti a lui.

Nalesean, Daerid e Talmanes battevano le mani a tempo di musica, come anche gli altri uomini sparsi nella stanza. Uomini della Banda della Mano Rossa che sostenevano il proprio comandante nella danza. Luce, quel nome faceva rabbrividire Mat. Era appartenuto a una leggendaria squadra di eroi morti nel tentativo di salvare il Manetheren. Non un solo uomo di quelli che marciavano o cavalcavano sotto la bandiera della Banda pensava che sarebbero finiti anche loro nelle leggende. Comare Daelvin batteva le mani insieme agli altri, e le altre cameriere si erano fermate a guardare.

I ricordi degli altri uomini erano il motivo per cui la Banda seguiva Mat, anche se non lo sapevano. Perché nella sua testa c’erano più ricordi di battaglie e campagne di quante avrebbero potuto affrontare cento persone. Che si fosse trovato dal lato dei vincitori o dei perdenti, ricordava come si erano svolte quelle battaglie e ci metteva poco a trasformarle in mosse vincenti per la Banda. Se non altro fino ad allora. Quando non riusciva a trovare il modo di evitare lo scontro.

Più di una volta aveva desiderato che quei ricordi frammentari fossero fuori dalla sua testa. Senza di essi non si sarebbe trovato dov’era, al comando di quasi seimila soldati e con altri ancora che volevano unirsi a loro ogni giorno, pronto a guidarli a sud e prendere il comando della maledetta invasione di una terra controllata da uno dei maledetti Reietti. Lui non era un eroe e non voleva esserlo. Gli eroi avevano la cattiva abitudine di finire ammazzati. Essere un eroe significava lanciare un osso al cane e lasciarlo in un angolo fuori dai piedi, a meno che al cane non venisse promesso un altro osso e fosse mandato di nuovo a caccia. Lo stesso valeva per i soldati.