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D’altro canto senza quei ricordi non avrebbe avuto seimila soldati attorno a sé. Si sarebbe trovato da solo, un ta’veren legato al Drago Rinato, un bersaglio scoperto e noto ai Reietti. Alcuni di loro sapevano fin troppo su Mat Cauthon. Moiraine sosteneva che lui fosse importante, che forse Rand avrebbe avuto bisogno di lui e di Perrin per vincere l’Ultima Battaglia. Se la donna aveva ragione, lui avrebbe dovuto fare quanto doveva — lo avrebbe fatto; doveva solo abituarsi all’idea — ma non voleva diventare un maledetto eroe. Se fosse riuscito a capire cosa fare per quanto riguardava il maledetto Corno di Valere... Recitando una piccola preghiera per l’anima di Moiraine, sperò che si fosse sbagliata.

Lui e Betse raggiunsero la fine dello spazio libero per l’ultima volta e, quando si fermarono, la ragazza crollò contro il petto di Mat. «Oh, è stato bellissimo. Pensavo di trovarmi in un palazzo reale. Possiamo farlo ancora? Oh, possiamo? Possiamo?» Comare Daelvin applaudì per un istante, poi si accorse che le altre cameriere erano tutte in piedi intorno a loro e, con ampi gesti delle braccia, le fece scappare come galline.

«Figlia delle Nove Lune significa nulla per te?» Le parole erano semplicemente spuntate dalle sue labbra. Era colpa del pensiero di quei ter’angreal. Quando avesse trovato la Figlia delle Nove Lune — ti prego, Luce, fa che passi ancora molto! —, ovunque l’avesse trovata, non si sarebbe trattato di una cameriera di una locanda in una piccola città piena di soldati e profughi. Ma in fondo chi poteva dire quando si sarebbe avverata una profezia? In un certo modo si era trattato di quello. Morire e vivere di nuovo. Sposare la Figlia delle Nove Lune. Rinunciare a metà della Luce del mondo per salvare il mondo, qualunque cosa significasse. Dopotutto era morto appeso a una fune. Se quella profezia si era avverata, allora anche alle altre sarebbe spettato lo stesso destino. Non c’era via d’uscita.

«Figlia delle Nove Lune?» ripeté Betse senza fiato. L’affanno non la rallentò. «È una locanda? Una taverna? Non qui a Maerone. Questo lo so. Forse oltre il fiume Aringill. Non sono mai stata...»

Mat le appoggiò un dito sulle labbra. «Non importa. Balliamo ancora.» Stavolta fu un ballo di campagna; qualcosa di attuale, legata solo ai suoi ricordi personali. Adesso però doveva concentrarsi per distinguere i pensieri suoi dagli altri.

Il rumore di qualcuno che si schiariva la gola lo fece voltare, e sospirò alla vista di Edorion in piedi sulla soglia, con i guanti rivestiti d’acciaio infilati nel cinturone e l’elmetto sotto un braccio. Il giovane lord tarenese era stato grassoccio e aveva le guance rosse quando Mat lo aveva conosciuto giocando a carte con lui nella Pietra di Tear, ma da quando si era spostato a nord era diventato più massiccio e abbronzato. Sull’elmetto bordato non vi erano piume, scheggiature e ammaccature coprivano il pettorale dorato una volta immacolato. Le maniche a sbuffo della giubba erano blu a righe nere, ma erano consumate.

«Mi hai chiesto di ricordarti della ronda.»

Edorion tossì coprendosi il viso con la mano; evitò intenzionalmente di guardare Betse. «Se vuoi posso tornare più tardi.»

«Vengo adesso» gli disse Mat. Era importante fare il giro tutti i giorni, ispezionare qualcosa di diverso ogni volta; glielo avevano detto i ricordi degli altri uomini e, su cose come quelle, cominciava a fidarsi di loro. Se era incastrato in quel lavoro, tanto valeva che lo facesse bene. Fare le cose per bene avrebbe potuto tenerlo in vita. Inoltre Betse si era allontanata, stava tamponandosi il sudore dal viso con il grembiule e cercava di sistemarsi i capelli allo stesso tempo. L’euforia stava svanendo dal viso della ragazza. Non importava. Avrebbe ricordato. Balla bene con una donna, pensò compiaciuto, e sarà almeno un po’ tua.

«Dai questi ai musicisti» le disse, infilandole tre marchi d’oro in mano. Per quanto avessero suonato male, per un breve periodo quel motivo lo aveva portato fuori da Maerone e lontano dall’immediato futuro. E poi alle donne piacevano gli uomini generosi. Stava procedendo tutto per il meglio. Con un inchino, senza però baciarle la mano, aggiunse: «Alla prossima, Betse. Danzeremo ancora quando farò ritorno.»

Con sorpresa di Mat la ragazza gli agitò un dito ammonitore sotto al naso, scuotendo il capo come se gli avesse letto nei pensieri. Be’, non aveva mai affermato di capire le donne.

Dopo essersi messo il cappello in testa raccolse la lancia dal manico nero che era appoggiata vicino alla porta. Era un altro regalo che aveva ottenuto dall’altro lato del ter’angreal, con l’iscrizione sull’asta nella lingua antica e la strana lama, come una corta spada marchiata con due corvi.

«Oggi andremo nelle sale dove sì beve» annunciò a Edorion, incamminandosi nella calura del giorno e nella confusione di Maerone.

Era una piccola città senza mura di cinta, anche se cinquanta volte più grande di ogni altro centro che avesse mai visto da quando aveva lasciato i Fiumi Gemelli. Un villaggio cresciuto a dismisura: pochi degli edifici in mattoni erano più alti di un piano e solo le locande arrivavano a tre, con tetti in assi di legno e paglia in pari numero rispetto a quelli di ardesia o tegole. Le strade, la maggior parte in terra battuta, erano piene di gente. Gli abitanti della città erano di tutti i tipi, prevalentemente Cairhienesi e Andorani. Anche se sorgeva sulla sponda Cairhienese del fiume Erinin, Maerone adesso non si trovava in alcuna nazione ma a metà fra le due, con abitanti che provenivano da una mezza dozzina di terre, di passaggio o residenti. C’erano anche state tre o quattro Aes Sedai da quando Mat era arrivato. Pur avendo il medaglione si teneva alla larga da loro — non c’era bisogno di andare a caccia di problemi — ma tutti lasciavano rapidamente quel posto. Nelle faccende importanti era sempre fortunato. Se non altro sino ad allora.

I cittadini erano tutti affaccendati, la maggior parte ignorava gli uomini vestiti di stracci o le donne e i bambini che erravano senza meta. Tutti Cairhienesi, di solito arrivavano al fiume prima di fare ritorno al campo profughi attorno alla città. Pochi però se ne andavano davvero. Forse la guerra civile era finita a Cairhien, ma c’erano ancora i briganti e temevano gli Aiel. Per quanto ne sapeva Mat, temevano anche di incontrare il Drago Rinato. La verità era che si erano spinti il più lontano possibile; nessuno aveva l’energia residua per fare altro che recarsi al fiume e guardare Andor.

I soldati della Banda erano mescolati alla folla, da soli o in gruppi di tre, e visitavano i negozi e le taverne; c’erano anche le truppe in formazione, balestrieri e arcieri con i giustacuore coperti di dischi di metallo, i picchieri con i pettorali ammaccati, scarti di qualcuno che se ne era procurati di migliori o li aveva recuperati dai cadaveri. Ovunque si vedevano cavalieri con i pettorali di metallo, lancieri tarenesi con gli elmetti bordati, i Cairhienesi con gli elmi a forma di campana e anche qualche andorano con gli elmetti conici e la visiera a sbarre. Rahvin aveva cacciato molti uomini dalla guardia della regina, uomini leali a Morgase, e alcuni si erano uniti alla Banda.

I venditori ambulanti attraversavano la massa umana con i loro vassoi, pieni di aghi e fili, unguenti che secondo loro erano eccellenti per ogni tipo di ferita e rimedi per tutte le malattie, dalle vesciche alla diarrea o la febbre da campo, sapone, tazze e coppe che non si sarebbero arrugginite, calzini di lana, coltelli, pugnali del miglior acciaio di Andor — parola del commerciante — ogni tipo di cosa di cui avrebbe potuto avere bisogno un soldato, o almeno i venditori così sostenevano e speravano. Il fracasso era tale che le grida degli ambulanti non si sentivano a tre passi di distanza.

I soldati riconobbero subito Mat e molti lo acclamarono, anche gli uomini troppo lontani che vedevano solo il cappello e la lancia. Questi due elementi lo rendevano riconoscibile come il sigillo di un nobile. Aveva sentito ogni sorta di voce sul perché sdegnasse l’armatura e l’elmetto; spiegazioni di tutti i tipi, dal coraggio folle fino all’idea che solo le armi forgiate dal Tenebroso in persona potessero ucciderlo. Alcuni raccontavano che quel cappello gli era stato donato dalle Aes Sedai e fino a quando lo avesse indossato nulla lo avrebbe ucciso. In realtà era un comunissimo cappello e lo portava perché gli faceva ombra. E perché era un buon promemoria per tenersi alla larga da qualsiasi luogo dove avrebbe potuto avere bisogno di un elmetto o un’armatura. I racconti sulla lancia, con quell’iscrizione che pochi anche fra i nobili sapevano leggere, erano ancora più stravaganti. Nessuno però si avvicinava alla verità. La lancia con i marchi dei corvi era un prodotto Aes Sedai, creata durante la Guerra dell’Ombra prima della Frattura; non doveva mai essere affilata, e Mat dubitava che potesse spezzarsi.