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Rispondendo con un cenno alle grida di: «La Luce illumini lord Matrim!» o «Lord Matrim e la vittoria!» e insensatezze simili, si fece largo tra la folla in compagnia di Edorion. Se non altro non aveva bisogno di spingere; tutti si allontanavano non appena lo vedevano. Avrebbe tanto voluto che i profughi non lo guardassero come se lui avesse nascoste in tasca le chiavi delle loro speranze. A parte assicurarsi che ricevessero cibo dai carri provenienti da Tear, non sapeva cos’altro fare. Molti erano sporchi oltre che malconci.

«Hanno finito il sapone?» si lamentò.

Edorion lo sentì, malgrado il rumore. «Sì. La maggior parte lo baratta con gli ambulanti in cambio di vino a buon mercato. Non vogliono il sapone, vogliono attraversare il fiume o altrimenti annegare nelle loro miserie.»

Mat gemette, amareggiato. Il passaggio per Aringill era una delle cose che non poteva dare loro.

Fino a quando la guerra civile e cose peggiori avevano divelto Cairhien, Maerone era stata un punto di passaggio fra Cairhien e Tear per i commercianti, e per questo aveva quasi tante taverne e locande quanto case. Le prime cinque che aveva visitato erano simili: da La volpe e l’oca a La frusta del carrettiere, si trattava di edifici in pietra pieni di tavoli e delle risse occasionali che Mat ignorava. Nessuno era davvero ubriaco. Il cancello del fiume, dall’altro lato della città, era stata la migliore locanda di Maerone, ma le pesanti tavole inchiodate davanti alle porte con i soli intagliati servivano da monito per locandieri e baristi a non far ubriacare i soldati. Purtroppo anche i soldati sobri litigavano, Tarenesi contro Cairhienesi contro Andorani, fanteria contro cavalleria, gli uomini di un signore contro quelli di un altro, veterani contro reclute, militari contro civili. Le dispute venivano sedate prima che sfuggissero di mano, da soldati armati di manganelli con delle fasce rosse sulle braccia che andavano dal polso al gomito. Ogni unità doveva fare dei turni per fornire delle Braccia Rosse, uomini diversi di giorno in giorno, e le Braccia Rosse dovevano pagare per ogni danno causato quando erano in servizio. Questo li rendeva molto scrupolosi nel mantenere la pace.

A La volpe e l’oca un menestrello stava facendo giochi di prestigio con delle torce accese, un uomo tarchiato e di mezza età, mentre un altro, un tizio calvo e magro alla Locanda dell’Erinin, aveva l’arpa in mano e stava recitando parte de La Grande caccia al Corno. Malgrado il caldo, entrambi indossavano un mantello particolare, tutto coperto di pezze colorate che svolazzavano quando si muovevano. Avevano un pubblico discretamente attento — molti degli spettatori provenivano da villaggi che accoglievano volentieri i menestrelli —, più della ragazza che cantava a un tavolo di una taverna chiamata Le tre torri. Era abbastanza carina, con dei lunghi ricci neri, ma una canzone sul vero amore non avrebbe attratto l’interesse degli uomini rozzi che bevevano in quel locale. Le ultime taverne non avevano nessuna forma di intrattenimento se non un musicista o due, ma la folla era anche più rumorosa e alla metà dei tavoli giocavano a dadi, cosa che fece prudere le mani a Mat. Vinceva quasi sempre, almeno a dadi, e non sarebbe stato carino spillare denaro ai propri soldati, che costituivano la maggior parte degli avventori; pochi fra i profughi avevano denaro da spendere nelle sale comuni.

Un pugno di altre persone si era unito ai membri della Banda. Un uomo di Kandor magro, con la barba biforcuta, una pietra di luna grande come un pollice infilata nel lobo di un orecchio e una catena d’argento che gli passava sul torace davanti alla giubba rossa, una donna domanese dalla pelle ramata, con gli occhi veloci e le dita ingioiellate che però aveva addosso un modesto abito blu, un uomo di Tarabon con il cappello conico dalla punta piatta color blu, i baffi folti nascosti dietro un velo trasparente. Uomini paffuti con le giubbe di Tairen strette in vita o altri ossuti con le giubbe del Murandy che arrivavano fino alle ginocchia; donne dagli occhi attenti con addosso vestiti a collo alto lunghi fino alle caviglie, ma sempre in lana fine e colori sobri. Tutti mercanti, pronti a scattare non appena si fosse riaperto il commercio fra Andor e Cairhien. In ogni sala comune c’erano sempre due o tre individui seduti in disparte, di solito da soli, quasi sempre uomini dallo sguardo duro, alcuni vestiti bene, altri poco meglio dei profughi, ma ciascuno con l’aspetto di chi sapeva come usare la spada che aveva al fianco o dietro le spalle. Mat aveva identificato due donne appartenenti a quel gruppo, anche se nessuna mostrava armi. Una aveva un lungo bastone da passeggio appoggiato al tavolo e probabilmente l’altra teneva dei pugnali celati sotto l’abito da cavallerizza. Anche lui aveva dei pugnali da lancio nascosti addosso. Mat era certo di sapere cosa stessero combinando quei tipi, e la donna sarebbe stata una sciocca ad andare in giro disarmata.

Mentre lui e Edorion uscivano da La frusta del carrettiere, Mat si fermò a guardare una donna corpulenta con la gonna da cavallo a spacco, color marrone, che camminava fra la folla. Gli occhi che non si chiudevano mai e che si accorgevano di tutto quanto accadesse per strada tradivano la calma apparente di quel viso rotondo, come il manganello chiodato dietro la cintura e un pugnale con la lama pesante che sarebbe andato bene a un Aiel. La terza donna del gruppo. Cercatori del Corno, ecco cos’erano, il leggendario Corno di Valere che avrebbe rievocato gli eroi morti dalla tomba per combattere durante l’Ultima Battaglia. Chiunque lo avesse trovato avrebbe guadagnato un posto nelle leggende. Se rimarrà qualcuno in vita per scrivere una maledetta storia, pensò Mat asciutto.

Alcuni credevano che il Corno sarebbe spuntato dove c’erano sommosse e conflitti. Erano passati quattrocento anni da quando era stata dichiarata l’ultima caccia al Corno e adesso la gente era sbucata da ogni luogo per prestare il giuramento. Lui stesso aveva visto greggi di Cercatori nelle strade di Cairhien e si aspettava di incontrarne altri una volta raggiunta Tear. Senza dubbio sarebbero sciamati anche verso Caemlyn. Avrebbe davvero voluto che uno di loro avesse trovato quella cosa. Per quanto ne sapeva, il maledetto Corno di Valere era da qualche parte nella maledetta Torre Bianca, e se lui conosceva un minimo le Aes Sedai, sarebbe rimasto sorpreso se più di una dozzina di loro ne fossero state al corrente.

Una truppa di fanti che seguiva un ufficiale con un pettorale in ferro battuto e l’elmetto di Cairhien marciò fra lui e la grossa donna, circa duemila picchieri, un’alta foresta di lance, seguite da cinquanta o più arcieri, faretre sui fianchi e archi dietro le spalle. Non gli archi lunghi dei Fiumi Gemelli con cui era cresciuto Mat, ma delle belle armi. Doveva trovare abbastanza balestre per rimpiazzarli, sebbene gli arcieri non avrebbero fatto volentieri quel cambio. Cantavano mentre marciavano e le voci erano abbastanza alte da soffocare il resto del rumore.

«Mangerai fagioli e fieno marcio, e lo zoccolo di un cavallo è il regalo dell’onomastico. Suderai e sanguinerai fino a quando Invecchierai, e il solo oro che avrai sarà quello che sogni, se vuoi diventare un soldato. Se vuoi diventare un soldato.»