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«Prenditi cura di lui fino a quando riusciremo a trovare qualcuno» ordinò Mat a Edorion, che rimase a bocca aperta mentre cercava di parare i colpi del piccolo e tenerlo allo stesso tempo.

«Io? Cosa dovrei farmene di questo leopardo chiuso nel corpo di un topo?»

«Per prima cosa, dagli da mangiare.» Mat arricciò il naso; a giudicare dall’odore Olver doveva aver trascorso del tempo sul pavimento della stalla del castrone. «E fagli fare un bagno. Puzza.»

«Tu, parla con me» gli gridò Olver pulendosi il viso. Le lacrime lo aiutarono a spargere bene la polvere. «Parla con me, non sopra la mia testa!»

Mat batté le palpebre e poi si chinò in basso. «Mi dispiace, Olver. Anche io ho sempre odiato la gente quando me lo faceva. Ecco come stanno le cose. Tu puzzi terribilmente, quindi Edorion ti porterà al Cervo d’oro dove comare Daelvin ti farà fare il bagno.» Il broncio sul muso di Olver crebbe. «Se lei protesta, dille che hai il mio permesso. Non può fermarti.» Mat trattenne un sorriso davanti allo sguardo stupito del ragazzino; avrebbe rovinato tutto. A Olver forse non piaceva l’idea di un bagno, ma se qualcuno avesse tentato di impedirgli di farlo... «Fai quello che ti dice Edorion. È un vero signore di Tairen e ti troverà un buon pasto caldo e degli abiti che non siano bucati. E delle scarpe.» Decise che era meglio non aggiungere: «E qualcuno che si prenda cura di te.» Se ne sarebbe occupata comare Daelvin; un po’ d’oro avrebbe spento la sua riluttanza.

«Non mi piacciono i Tarenesi» brontolò Olver, guardando torvo prima Edorion e poi Mat. Edorion stava a occhi chiusi e imprecava fra sé. «È un vero lord? Anche tu lo sei?»

Prima che Mat potesse rispondere, Estean arrivò di corsa fra la folla, la faccia butterata rossa e intrisa di sudore. Il pettorale scheggiato aveva ancora qualche traccia di doratura e le strisce di raso rosso sulle maniche gialle della giubba erano consumate. Adesso non pareva più il figlio del nobile più ricco di Tear. Ma in fondo non lo era mai sembrato. «Mat» ansimò, passandosi le dita fra i capelli sottili che gli ricadevano sulla fronte. «Mat... al fiume...»

«Cosa?» lo interruppe Mat irritato. Doveva farsi ricamare sulla giubba la frase ‘non sono un maledetto lord’. «Sammael? Gli Shaido? Le guardie della regina? I maledetti Leoni Bianchi? Cosa?»

«Una nave, Mat» ansimò Estean, toccandosi i capelli. «Grande. Credo che appartenga al Popolo del Mare.»

Era alquanto improbabile. Gli Atha’an Miere non portavano mai le loro imbarcazioni lontano dal mare aperto, se non per raggiungere il porto più vicino. Eppure... non c’erano molti villaggi lungo l’Erinin verso sud, e le provvigioni che i carri potevano trasportare si sarebbero ridotte presto, prima che la Banda raggiungesse Tear. Aveva già noleggiato dei battelli fluviali che li seguissero nella marcia, ma un veliero più largo sarebbe stato ben più che utile.

«Tieni d’occhio Olver, Edorion» disse, ignorando la smorfia dell’uomo. «Estean, mostrami la nave.» Questi annuì ansioso, e avrebbe corso di nuovo se Mat non lo avesse afferrato per la manica per farlo rallentare. Estean era sempre impaziente e lento a imparare; quella combinazione era il motivo per cui aveva ben cinque lividi lasciati dal manganello di comare Daelvin.

Il numero di profughi crebbe con l’avvicinarsi al fiume: andavano e tornavano con fare letargico. Una mezza dozzina di traghetti dai grandi timoni erano ancorati ai lunghi moli di legno coperto di catrame, ma i remi erano stati portati via e non c’era un marinaio in vista. Le sole barche che mostrassero qualche attività erano sei velieri fluviali: uno grosso e due con dei grandi alberi si erano appena avviati verso fondo valle. La ciurma scalza si muoveva appena sulle navi che Mat aveva affittato; le stive erano piene e i capitani gli avevano assicurato di poter salpare non appena lo avesse ordinato. Le navi percorrevano l’Erinin, che cullava imbarcazioni dalla prua bombata con delle vele quadrate e dei velieri stretti con le vele triangolari, ma nessuno andava da Maerone ad Aringill, dove sventolava il Leone Bianco di Andor.

Quella bandiera aveva garrito anche sopra Maerone, e i soldati andorani che avevano occupato il villaggio non avevano voluto lasciar entrare la Banda della Mano Rossa. Rand aveva preso Caemlyn, ma il suo comando non si estendeva alle guardie della regina da quelle parti, o alle unità che aveva messo insieme Gaebril, come i Leoni Bianchì. Adesso questi ultimi si trovavano da qualche parte a est — erano fuggiti in quella direzione, e una qualunque delle voci che parlavano di briganti poteva riferirsi alla loro opera — ma il resto aveva attraversato il fiume dopo una schermaglia con la Banda. Da allora nessun altro aveva oltrepassato l’Erinin.

La sola cosa che Mat riusciva a vedere era un’imbarcazione ancorata sempre nel mezzo dell’ampio fiume. Era davvero un veliero del Popolo del Mare, più alto e lungo dei battelli fluviali, lucente e con due slanciati pennoni. Delle sagome scure si arrampicavano sulle corde, alcune a torso nudo con le brache a sbuffo, intente a controllare l’orizzonte, altre con delle bluse dai colori brillanti che le identificavano come donne. La metà della ciurma era femminile. Le grandi vele quadrate erano state issate sui boma, ma pendevano comunque mollemente ripiegate, pronte a essere calate in un istante.

«Trovami una barca,» chiese Mat a Estean «e qualche rematore.» Estean doveva essere istruito su ogni cosa. Il Tarenese lo guardò passandosi le mani fra i capelli. «Sbrigati!» Estean annuì di colpo e si mise a correre.

Procedendo fino in fondo al molo più vicino, Mat si poggiò la lancia su una spalla e prese il cannocchiale dalla tasca della giubba. Quando si portò il cilindro di ottone vicino all’occhio, la nave fece un balzo in avanti. Pareva che il Popolo del mare aspettasse qualcosa, ma cosa? Alcuni guardavano verso Maerone, ma la maggior parte osservava il lato opposto, inclusi tutti quelli sul cassero, dove si trovava la Maestra delle Vele con gli altri ufficiali della nave. Puntò il binocolo sulla riva opposta e vide una lunga imbarcazione con degli uomini scuri ai remi che raggiungeva rapida la nave.

Ad Aringill ci fu una certa agitazione sulle banchine, quasi gemelle di quelle di Maerone. Giubbe rosse dai colletti bianchi e i pettorali lucidati identificavano le guardie della regina, che chiaramente stavano incontrando un gruppo di nuovi arrivati dalla nave. A far fischiare sommessamente Mat fu la coppia di parasole frangiati che usavano questi ultimi, uno dei quali era a due strati. A volte i vecchi ricordi erano comodi: il parasole a due strati apparteneva alla Maestra delle Onde, l’altro dal Mastro della Spada.

«Ho la barca, Mat» annunciò Estean affannato, alle sue spalle. «E alcuni rematori.»

Lui puntò nuovamente il cannocchiale sulla nave. A giudicare dall’attività sul ponte, dall’altro lato stavano issando la scialuppa, ma gli uomini al verricello stavano già tirando su l’ancora e le vele venivano liberate. «Sembra che non ne avrò bisogno» borbottò.

La delegazione degli Atha’an Miere scomparve lungo la banchina sull’altra riva del fiume con una scorta di soldati. Quella faccenda non aveva senso. Il Popolo del Mare a oltre mille chilometri dal mare. Solo la Maestra della Nave era di grado superiore alla Maestra delle Onde e solo il Maestro della Lama era superiore in grado al Mastro della Spada. Non aveva alcun’ senso, nemmeno secondo tutte le altre memorie. Erano antiche; Mat ‘ricordava’ che degli Atha’an Miere non se ne sapeva nulla, meno di tutti gli altri popoli, a esclusione degli Aiel. Di questi ultimi, lui sapeva molto di più, per esperienza diretta. Ed era abbastanza. Forse qualcuno che conoscesse il Popolo del Mare ai tempi correnti avrebbe potuto capire cosa stava succedendo.

Sulla nave del Popolo del Mare le vele erano già gonfie, mentre ancora issavano l’ancora che gocciava sul ponte di prua. Qualsiasi cosa avesse messo loro una tale fretta, era evidente che non li avrebbe riportati al mare. Lentamente il veliero si avviò a risalire il fiume, virando verso l’imboccatura dell’Alguenya fiancheggiata dalle paludi a qualche chilometro da Maerone.