Выбрать главу

Be’, non aveva nulla a che fare con lui. Con un ultimo sguardo pieno di rimpianto rivolto all’imbarcazione — da sola avrebbe potuto trasportare quanto tutti i gusci di noce che aveva noleggiato messi assieme — Mat ripose il cannocchiale in tasca e si voltò verso il fiume. Estean indugiava ancora, guardandolo.

«Riferisci ai rematori che possono andare via» sospirò Mat, e il Tarenese si incamminò passandosi una mano fra i capelli.

Adesso c’era più fango dell’ultima volta che era venuto al fiume, alcuni giorni prima. Solo una striscia larga meno di un palmo fra l’acqua e la fascia larga un passo di fango screpolato, ma dimostrava che anche il fiume Erinin si stava lentamente prosciugando. La cosa, però, non lo riguardava. Si voltò per ritornare al giro delle taverne e delle sale comuni; era importante che quel giorno nulla sembrasse fuori dall’ordinario.

Quando il sole tramontò, Mat fece ritorno al Cervo D’oro, a ballare con Betse, senza grembiule, mentre i musicisti suonavano più forte che potevano. Stavolta erano danze di campagna e i tavoli erano stati spostati per fare spazio a otto coppie. La sera aveva portato una lieve frescura, tollerabile solo se paragonata al giorno. Sudavano ancora tutti. Uomini che ridevano e bevevano avevano riempito le panche e le cameriere correvano ovunque per servire montone, rape e zuppa d’orzo piccante e per tenere pieni i boccali di birra e i calici di vino.

Sorprendentemente le donne parevano considerare la danza un intervallo rispetto al trascinarsi dietro i vassoi. Ognuna di loro sorrideva impaziente quando arrivava il suo turno di tamponarsi il viso e abbandonare il grembiule per una danza, anche se riprendeva a sudare subito, non appena iniziava a ballare. Forse comare Daelvin aveva organizzato una specie di turno. Se lo aveva fatto, Betse era un’eccezione. La snella ragazza serviva il vino solo a Mat, danzava solo con lui, e la locandiera li osservava come una madre al matrimonio della figlia, cosa che metteva Mat a disagio. Betse ballò con lui fino a quando gli fecero male i piedi e le caviglie, ma non smise mai di sorridere, con gli occhi che splendevano dal piacere puro. Escluse le pause per riprendere fiato. A lui serviva, ma la ragazza non pareva averne bisogno. Non appena si fermavano la lingua di Betse partiva al galoppo. Lo faceva anche ogni volta che lui cercava di baciarla e voltava sempre il capo, parlando concitata dell’una o l’altra cosa, quindi alla fine Mat si ritrovava a baciare un orecchio o i capelli, invece delle labbra. La ragazza appariva sempre sorpresa. Mat ancora non capiva se fosse davvero stupida o molto furba.

Erano circa le due del mattino, quando alla fine le disse che per quella sera ne aveva avuto abbastanza. La ragazza, delusa, assunse un’espressione leggermente imbronciata. Pareva pronta a ballare fino all’alba. Non era la sola; una delle cameriere più grandi era appoggiata con una mano contro la parete mentre si massaggiava un piede con l’altra, ma la maggior parte sembrava sveglia e riposata come Betse. Quasi tutti gli uomini invece parevano stanchi, sui volti di quelli che si lasciavano trascinare via dalle panche erano stampati sorrisi fissi, ma molti mandavano via le donne. Mat non capiva. Doveva essere perché erano gli uomini a fare la maggior parte del lavoro nella danza, tutti i sollevamenti e le giravolte. Le donne erano leggere, saltare per loro era meno faticoso. Guardando la cameriera robusta che stava facendo volteggiare Estean anziché il contrario — l’uomo sapeva ballare, aveva del talento — Mat regalò una moneta d’oro a Betse, una grossa corona andorana, perché si comprasse qualcosa di carino.

La ragazza osservò la moneta per un istante, quindi si alzò in punta dei piedi e lo baciò leggermente sulle labbra, come il tocco di una piuma. «Io non ti avrei mai impiccato, qualunque cosa avessi fatto. Ballerai ancora con me domani?» Prima che Mat potesse rispondere, la ragazza rise e corse via, guardandolo da sopra le spalle mentre cercava di trascinare via Edorion dalla pista da ballo. Comare Daelvin intercettò la coppia e, infilando un grembiule fra le mani di Betse, fece un cenno con un dito verso le cucine.

Mat si diresse zoppicando leggermente verso il tavolo vicino al muro in fondo alla sala, dove Taimanes, Daerid e Nalesean si erano rifugiati. Taimanes fissava la coppa del vino come se fosse alla ricerca di risposte profonde. Daerid, sorridente, guardava Nalesean che tentava di mandare via una cameriera grassoccia con gli occhi grigi e i capelli castano chiaro, perché non voleva ammettere di avere mal di piedi. Mat appoggiò i gomiti sul tavolo. «La Banda si dirigerà verso sud alle prime luci dell’alba. Farete meglio a iniziare i preparativi.» I tre uomini lo guardarono a bocca aperta.

«Sono solo poche ore» protestò Taimanes, mentre Nalesean diceva: «Impiegheremo tutto il tempo rimasto per separare gli uomini dai boccali.»

Trasalendo Daerid scosse il capo. «Stanotte nessuno di noi dormirà.»

«Io sì» rispose Mat. «Che uno di voi mi svegli fra due ore. Alle prime luci dell’alba saremo in marcia.»

Fu così che si ritrovò in groppa a Pips, il grosso castrone marrone, nel grigiore che precedeva l’alba, con la lancia appoggiata sulla sella e l’arco lungo senza corda infilato nel sottopancia del cavallo, senza aver dormito abbastanza e con gli occhi che gli facevano male, mentre guardava la Banda della Mano Rossa che lasciava Maerone. Tutti i seimila uomini. Una metà a cavallo, l’altra a piedi, facevano abbastanza rumore da svegliare i morti. Malgrado l’ora la gente aveva affollato le strade e altri li guardavano da ogni finestra, a bocca aperta.

La bandiera della Banda, quadrata con le frange rosse, era davanti alla fila, una mano rossa in campo bianco, il motto ricamato in rosso proprio sotto la mano. Dovie’andi se tovya sagain. ‘È il momento di lanciare i dadi’. Daerid e Taimanes cavalcavano in prossimità della bandiera, dieci uomini a cavallo battevano il tempo su dei tamburini di ottone legati con del nastro scarlatto, accompagnati dagli squilli delle trombe. Il gruppo era seguito da Nalesean e i suoi cavalieri, un miscuglio di soldati tarenesi e Difensori della Pietra, signori cairhienesi con i ‘con’ sulle spalle e gli inservienti al seguito, più un gruppo di Andorani. Ogni squadrone e ogni truppa aveva la propria bandiera che riportava la Mano Rossa, una spada e un numero. Mat aveva dovuto estrarre a sorte i numeri da assegnare.

Il miscuglio aveva provocato delle lamentele; per dire la verità, più di qualche lamentela. Al principio i cavalieri Cairhienesi seguivano Talmanes e i Tarenesi Nalesean. La fanteria era stata un ibrido fin dall’inizio. C’erano state delle voci sul creare unità tutte della stessa dimensione, e ruotare i numeri sui vessilli. Lord e capitani erano sempre riusciti a riunire tutti i soldati di cui avevano bisogno, e questi erano noti come gli uomini di Edorion, o Meresin o Alhandrin. Lo facevano ancora — per esempio i cinquecento uomini di Edorion si facevano chiamare i Martelli di Edorion, non il primo squadrone — ma Mat aveva inculcato nelle loro teste che ognuno apparteneva alla Banda, non alla terra di nascita, e chiunque non avesse voluto seguire i suoi ordini era libero di andare via. Il fatto notevole era che nessuno lo aveva fatto.

Perché fossero rimasti era difficile da capire. La vittoria era sempre certa quando comandava Mat, ma alcuni morivano comunque. Era difficile nutrirli, fare in modo che ciascuno venisse pagato più o meno in tempo, e potevano anche dimenticarsi dei beni che credevano di poter saccheggiare. Nessuno fino ad allora aveva visto una moneta e Mat non intravedeva grandi opportunità di pagarli in futuro. Era pura follia.

Il primo squadrone lo acclamò, seguito dal quarto e dal quinto.

I Leopardi di Carlomin e le Aquile di Reimon, così si facevano chiamare. «Lord Matrim e la vittoria! Lord Matrim e la vittoria!»