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Se Mat avesse avuto un sasso a portata di mano, glielo avrebbe tirato.

Seguì la fanteria, come un serpente, ogni compagnia dietro un tamburo che dava la cadenza, e uno dei lunghi vessilli, una picca al posto della spada, venti file con le lance dritte, seguite da cinque arcieri o balestrieri. Ogni compagnia aveva uno o due flauti, e gli uomini cantavano.

«Beviamo tutta la notte e balliamo l’intera giornata Spendiamo la paga con le ragazze. Quando abbiamo finito, andiamo via, per danzare con Jak delle Ombre.»

Mat attese che la canzone finisse per vedere apparire il primo gruppo della cavalleria di Talmanes, quindi affondò i talloni nei fianchi di Pips. Non c’era bisogno di aspettare i carri con i viveri in coda alla processione, o la fila di cavalli di scorta. Gli animali si sarebbero azzoppati nel percorso fino a Tear o sarebbero morti di malattie che i veterinari non potevano curare, e i cavalieri senza cavallo non servivano a molto. Sul fiume, sette piccole imbarcazioni poco più veloci della corrente discendevano il torrente sotto vele triangolari. Su ognuna c’era una piccola bandiera bianca con la Mano Rossa. Anche altre barche stavano salpando, qualcuna verso sud, e usavano tutte le vele che potevano.

Quando Mat raggiunse l’inizio della colonna, il sole finalmente fece capolino all’orizzonte, proiettando il primo raggio attraverso le colline ondulate e i boschetti sparsi. Mat abbassò il cappello contro lo splendore dell’argento. Il cavallo di Nalesean aveva le protezioni per gli stinchi rivestite di metallo e l’uomo cercava di reprimere uno sbadiglio, Daerid si era accasciato sulla sella con gli occhi pesanti, come se stesse per addormentarsi. Solo Talmanes stava a schiena dritta, occhi spalancati e all’erta. Mat si sentiva più vicino a Daerid.

Ciò nonostante, alzò la voce per farsi sentire sopra i tamburi e le trombe. «Mandate avanti gli esploratori non appena perderemo di vista la città.» Sia la foresta che la campagna aperta si trovavano a sud, ma le strade erano decenti e le attraversavano entrambe. La maggior parte del traffico era fluviale, ma molti durante gli armi si erano spostati a piedi o con i carri e avevano lasciato una traccia. «E fate smettere tutto quel maledetto rumore.»

«Gli esploratori?» chiese meravigliato Nalesean. «Che la mia anima sia folgorata, non c’è nessuno con una lancia per almeno tre chilometri, a meno che i Leoni Bianchi non abbiano smesso di scappare e, se anche così fosse, non si avvicineranno a meno di cinquanta chilometri se hanno un minimo di cervello.»

Mat lo ignorò. «Oggi voglio percorrere cinquantacinque chilometri. Quando riusciremo a farlo ogni giorno, vedremo quanto ancora potremo spingere.» Chiaramente lo guardarono a bocca aperta. I cavalli non potevano mantenere quel passo a lungo, e chiunque tranne gli Aiel avrebbe considerato quaranta chilometri una giornata eccellente di marcia a piedi, ma Mat doveva giocare come era stato programmato. «Comadrin ha scritto: ‘Attacca su un terreno che i tuoi nemici non pensano userai, da una direzione inaspettata e in un momento inaspettato. Difenditi dove i tuoi nemici non credono tu lo stia facendo, o quando credono che fuggirai. La sorpresa è l’elemento essenziale della vittoria e la velocità è la chiave della sorpresa. Per i soldati, la velocità rappresenta la vita’.»

«Chi è Comadrin?» chiese Talmanes dopo un istante, e Mat dovette pensare a fondo prima di rispondere.

«Un generale. Morto molto tempo fa. Ho letto un libro.» Si ricordava di averlo sfogliato più di una volta; dubitava che ne esistesse una copia ancora in circolazione. Ricordava anche di aver incontrato l’autore, dopo aver perso una battaglia contro di lui, circa seimila anni prima di Artur Hawkwing. Quelle memorie si infiltravano nella sua mente. Se non altro non aveva parlato nella lingua antica; ormai di solito riusciva a evitarlo.

Osservando le vedette a cavallo che si aprivano a ventaglio sulla pianura erbosa, Mat si rilassò. La sua parte del piano era iniziata, proprio come avevano concordato. Una partenza veloce con poco preavviso, ma abbastanza rumorosa per essere certo che tutti la notassero.

Quella combinazione lo avrebbe fatto sembrare uno sciocco, e questo era quanto voleva. Insegnare alla Banda a muoversi rapidamente era un bene — poteva tenere tutti fuori dalla battaglia — e il loro progredire poteva essere notato dal fiume. Osservò il cielo. Nessun corvo o cornacchia, ma non significava molto. Nessun piccione, ma se nessuno di quei volatili avesse lasciato Maerone la mattina stessa, lui si sarebbe mangiato la sella.

Ben presto Sammael avrebbe saputo che la Banda era in marcia e sì muoveva in fretta, e le istruzioni di Rand a Tear avrebbero reso chiaro che l’arrivo di Mat era il segnale dell’imminente invasione di Illian. Con la massima velocità che la Banda potesse sostenere, c’era ancora un mese di viaggio fino a Tear. Con un po’ di fortuna, Sammael sarebbe stato schiacciato come un pidocchio fra due rocce prima che Mat arrivasse anche a soli centocinquanta chilometri da lui. Il Reietto poteva vedere tutto ciò che accadeva — quasi tutto — ma sarebbe stato un ballo diverso da quello che si aspettava. Diverso per tutti tranne Rand, Mat e Bashere. Quello era il vero piano. Mat si accorse di fischiare. Una volta tanto, tutto avrebbe funzionato come si aspettava.

6

Fili d’Ombra intessuti

Sammael camminava cauto sui tappeti decorati da motivi floreali, e aveva lasciato il passaggio aperto nel caso avesse avuto bisogno di una ritirata strategica; aveva anche mantenuto la presa su saidin. Di solito rifiutava di recarsi alle riunioni se non in campo neutro, o nel suo terreno, ma questa era la seconda volta che andava in quel posto. Una questione di necessità. Non era mai stato un uomo fiducioso e lo era sempre meno da quando aveva sentito stralci di quanto fosse successo fra Demandred e le tre donne; inoltre Graendal gli aveva riferito solo quanto le serviva per trarne dei vantaggi personali, ma questo poteva capirlo. Anche lui aveva dei piani personali di cui i Prescelti non erano al corrente. Ci sarebbe stato un solo Nae’blis, e quello era un premio che valeva quanto l’immortalità stessa.

Stava in piedi su un profondo palco, che terminava con una balaustra di marmo, dove tavoli e sedie dorati e intarsiati d’avorio, qualcuno con dettagli disgustosi, erano disposti per controllare il resto del lungo colonnato, tre metri più sotto. Non c’erano scale per scendere; era un’enorme, stravagante fossa dove venivano offerti degli spettacoli. Il sole risplendeva attraverso alte finestre i cui vetri colorati componevano disegni complessi. Il calore soffocante non penetrava; l’aria era fresca, ma se ne accorgeva appena. Graendal, proprio come lui, non aveva alcun bisogno di compiere un tale sforzo, ma lo aveva fatto. La meraviglia era che non avesse esteso la rete a tutto il palazzo.

Nella parte inferiore della stanza vi era qualcosa di diverso dalla sua ultima visita, ma non riusciva a capire cosa. Il centro della sala era occupato da tre lunghe vasche, ognuna con una fontana — forme fluide, movimento immortalato nella pietra — che spruzzavano l’acqua quasi fino agli archi di marmo, che arrivavano al soffitto. Uomini e donne si svagavano nelle vasche, indossando minuscoli indumenti di seta o ancor meno, mentre altri, appena più vestiti, si esibivano sui bordi, acrobati e giocolieri, ballerini di diversi stili e musicisti che suonavano flauti e corni, tamburi e tutti i tipi di strumenti a corda. Erano di tutte le corporature, tutte le tonalità di pelle e colori di occhi e capelli, ciascuno fisicamente perfetto. Era tutto studiato per divertire chiunque si trovasse sul palco. Un’idiozia. Uno spreco di tempo ed energia. Tipico di Graendal.

Quando Sammael vi giunse, il palco era vuoto a eccezione della sua presenza ma, saturo di saidin, aveva fiutato il profumo dolce di Graendal, simile all’aria di un giardino fiorito, e aveva anche sentito il rumore di passi sul tappeto molto prima che lei gli parlasse da dietro le spalle.