«Non sono bellissimi i miei animaletti?»
Si unì a lui davanti alla ringhiera, sorridendo nel vedere lo spettacolo sottostante. Il sottile abito in stile Domanese era molto aderente e riusciva molto più che a suggerire le forme della donna. Come sempre, aveva un anello con una pietra differente per ogni dito, quattro o cinque bracciali tempestati di gemme su ogni polso e una grande collana di zaffiri sopra il collo alto del vestito. Lui non sapeva nulla di certe cose, ma sospettava che ci fossero volute ore per sistemare quei ricci d’oro che le scendevano sulle spalle e le pietre di luna che parevano sparse casualmente fra di essi. C’era qualcosa in quella casualità che indicava una gran precisione.
Sammael a volte pensava a quella donna. Non l’aveva mai incontrata fino a quando aveva scelto di abbandonare una causa persa e seguire il Sommo Signore, ma sapevano tutti di chi si trattasse: era famosa e onorata, un’asceta dedita che curava le persone con le menti disturbate che la guarigione non poteva salvare. Al loro primo incontro, quando aveva accettato il giuramento iniziale al Sommo Signore, ogni traccia della sobria benefattrice era scomparsa, come se si fosse trasformata deliberatamente nell’opposto di ciò che era stata un tempo. In apparenza, la sua unica ossessione era il proprio piacere, che oscurava quasi il desiderio di eliminare tutte le persone che avessero qualche forma di potere. E questa fissazione nascondeva quasi la sete di potere che la donna mostrava di rado apertamente. Graendal era sempre stata brava a nasconder le cose. Sammael credeva di conoscerla meglio di qualunque altro Prescelto — lo aveva accompagnato a Shayol Ghul per rendere omaggio al suo padrone — ma nemmeno lui sapeva tutto. La donna aveva tante sfumature quante erano le squame di un jegal, e passava da una all’altra veloce come il lampo. All’epoca lei era stata l’insegnante e lui l’accolito, nonostante i suoi successi da generale. Adesso la situazione era cambiata.
Nessuno dei nuotatori e giocolieri guardava in alto, ma con la comparsa della donna divennero più energici, anche più aggraziati se possibile, nel tentativo di mostrare il loro lato migliore. Esistevano solo per compiacerla. Graendal se ne era accertata.
La donna fece un cenno a quattro acrobati, un uomo dai capelli scuri che supportava tre donne snelle, dalle pelli ramate e oleate. «Sono i miei favoriti. Credo che Ramsid sia il fratello del re domanese. La donna in piedi sulle sue spalle è la moglie. Le altre due sono la sorella più giovane del re e la figlia maggiore. Non trovi stupefacente quanto possa imparare la gente con il debito incoraggiamento? Pensa a tutti i talenti che finiscono sprecati.» Quello era uno dei suoi concetti favoriti. Un posto per tutti e tutti al proprio posto, scelti secondo i talenti personali e i bisogni della società. Tali bisogni parevano sempre coincidere con i suoi desideri. L’intera faccenda annoiava Sammael; aveva delle regole e sarebbe rimasto del suo parere.
L’acrobata maschio si voltò lentamente per offrire loro una buona visuale; sosteneva a braccia tese una donna da ogni lato mentre loro si tenevano appese con l’altra mano alla donna in bilico sulle sue spalle. Graendal era già andata avanti, verso un uomo dalla pelle molto scura e una donna riccia, entrambi davvero belli. I due suonavano delle strane arpe allungate, con dei campanelli che tintinnavano in risposta al suono cristallino delle corde pizzicate. «Il mio nuovo acquisto dalle terre oltre il deserto Aiel. Dovrebbero essermi grati per averli salvati. Chiape era Sh’boan, una specie di imperatrice, appena rimasta vedova, e Shaofan doveva sposarla e diventare Sh’botay. Per sette anni lei avrebbe governato, quindi sarebbe morta. A quel punto lui avrebbe scelto una nuova Sh’boan che avrebbe governato fino alla sua morte, dopo sette anni. Hanno seguito quel ciclo per almeno tremila anni senza mai interromperlo.» Rise leggermente e scosse il capo meravigliata. «Shaofan e Chiape insistono nel dire che le morti sono naturali. La chiamano la volontà del Disegno. Per loro tutto è volontà del Disegno.»
Sammael teneva gli occhi fissi sulla gente sottostante. Graendal cianciava come una sciocca, ma solo un cieco l’avrebbe scambiata per una sprovveduta. Ciò che in apparenza sembrava trapelare per caso dai suoi vaneggiamenti era invece disposto con la stessa accuratezza di un ago conje. La chiave era capirne la ragione. E cosa intendesse guadagnarci. Perché era andata a prendere delle ‘bestiole’ tanto lontano? Non si allontanava spesso. Stava cercando di spingerlo verso le terre oltre il deserto per fargli credere che avesse degli interessi da quelle parti? Il campo di battaglia era lì, nel luogo in cui si trovavano. Il primo tocco del Sommo Signore una volta che si fosse liberato sarebbe caduto lì. Il resto del mondo sarebbe stato spazzato dalle frange degli uragani, ma gli uragani sarebbero partiti da lì.
«Visto che gran parte della famiglia reale domanese ha i tuoi favori,» le rispose asciutto «sono sorpreso di non vedere anche il resto.» Se voleva dirottarlo, avrebbe trovato un modo per introdurre di nuovo il discorso. Graendal non pensava mai che qualcuno conoscesse abbastanza bene i suoi trucchi da poterli scorgere.
Una piccola donna che aveva i capelli scuri, non giovane ma con il tipo di bellezza pallida e l’eleganza che sarebbero durate una vita, apparve vicino al suo gomito, con in mano un calice di cristallo colmo di vino scuro. Sammael lo prese anche se non aveva intenzione di bere. I principianti stavano in guardia dal rischio di attacchi diretti, fino a farsi bruciare gli occhi, e lasciavano che un assassino solitario gli arrivasse alle spalle. Le alleanze, per quanto temporanee, andavano bene, ma meno Prescelti fossero rimasti per il Giorno del Ritorno, maggiori sarebbero state le possibilità fra i sopravvissuti di essere nominati Nae’blis. Il Sommo Signore aveva sempre incoraggiato tale... competizione. Solo i forti meritavano di servire. A volte Sammael credeva che quello scelto per governare il mondo sarebbe stato l’ultimo Prescelto sopravvissuto.
La donna si voltò verso il giovane muscoloso che teneva in mano un vassoio dorato con un altro calice e una brocca. Entrambi indossavano abiti bianchi trasparenti e nessuno guardava nemmeno distrattamente l’apertura del passaggio nel suo appartamento a Illian. Quando servì Graendal, il volto della donna era il ritratto dell’adorazione. Non c’erano mai problemi nel parlare davanti ai servitori e le ‘bestiole’, anche se fra loro non vi era un solo Amico delle Tenebre. Graendal non si fidava di loro, sosteneva che cambiavano idea facilmente, ma il livello di coercizione usato su coloro che la servivano personalmente lasciava poco spazio per altro al di fuori dell’adorazione.
«Mi aspetto quasi di vedere il re in persona servire il vino» proseguì Sammael.
«Sai che scelgo solo il meglio. Alsalam non raggiunge livelli di mio gradimento.» Graendal prese il vino dalla donna rivolgendole appena uno sguardo e Sammael si chiese, non per la prima volta, se quelle bestiole fossero un’altra copertura, come le chiacchiere. Una piccola provocazione avrebbe potuto svelargli qualcosa.
«Prima o poi cadrai, Graendal. Uno dei tuoi visitatori riconoscerà chi gli sta servendo il vino o gli prepara il letto e sarà abbastanza intelligente da mantenere il silenzio fino a quando andrà via. Cosa farai se qualcuno viene in questo palazzo con un esercito per liberare un marito o una sorella? Una freccia non è certo un fucile elettro-fulminante, ma può comunque ucciderti.»
La donna reclinò indietro il capo e rise, uno scampanellio di puro divertimento. Chiaramente troppo sciocca per cogliere l’insulto implicito. Almeno, per chi non la conosceva. «Oh, Sammael, perché dovrei lasciar veder loro qualcosa oltre ciò che voglio? Sicuramente non mando le mie bestiole a servirli. I sostenitori e gli oppositori di Alsalam, anche i fautori del Drago, vivono qui pensando che sono dalla loro parte e solo dalla loro. E non vogliono disturbare un’invalida.» L’uomo provò un forte prurito mentre la donna incanalava e per un istante l’immagine della Reietta cambiò. La pelle divenne ramata ma opaca, i capelli e gli occhi scuri e semplici; pareva scarna e fragile, una donna domanese un tempo bella che adesso stava lentamente perdendo la battaglia contro la malattia. L’uomo riuscì appena a evitare una smorfia. Un solo tocco avrebbe provato che i contorni spigolosi di quel volto non erano i suoi — solo il miglior uso dell’Illusione poteva superare la prova — ma Graendal sembrava avesse sposato l’eccentricità. Subito dopo fu di nuovo se stessa, con un sorriso sarcastico. «Non crederesti mai quanto si fidino di te e mi ascoltino.»