La donna fu scossa da tremiti involontari. Rivolse a Semirhage un’occhiata sospettosa, uno sguardo in tralice, si umettò le labbra, tossì e alla fine mormorò rauca: «Cabriana Mecandes.»
Semirhage sorrise. «Fai bene a dirmi la verità.» Nel cervello c’erano centri del dolore e del piacere. Stavolta stimolò il secondo, solo per qualche momento ma con energia, e si avvicinò. La scossa fece sgranare gli occhi di Cabriana. Era rimasta a bocca aperta. Semirhage estrasse un fazzoletto dalla manica, sollevò il volto stupito della donna e tamponò il sudore con dolcezza. «So che per te è molto difficile, Cabriana» disse con voce calorosa. «Ma devi cercare di non rendere tutto ancora più complicato.» Con un tocco delicato le rimosse i capelli umidi dal viso. «Gradiresti qualcosa da bere?» Incanalò senza attendere la risposta; una borraccia di metallo battuto volò dal piccolo tavolo all’angolo fino alla sua mano. L’Aes Sedai non distolse lo sguardo da Semirhage, ma bevve con avidità. Dopo alcuni sorsi, Semirhage prese la borraccia e la mise di nuovo sul tavolo. «Sì, molto meglio, vero? Ricorda, cerca di non rendere le cose più difficili per te.» Quando si voltò, la donna parlò ancora con voce graffiante.
«Sputo nel latte di tua madre, Amica delle Tenebre! Mi senti? Io...»
Semirhage smise di ascoltare. In ogni altro momento sarebbe stato un gran piacere vedere che la resistenza del paziente non era stata ancora abbattuta. L’estasi più pura derivava dallo sradicare resistenza e dignità poco a poco, osservando i pazienti che si rendevano infine conto che avrebbero perso e tentavano invano di appigliarsi a quanto rimaneva loro. Adesso però non c’era tempo. Piazzò di nuovo con cura la rete sui centri del dolore. Di solito le piaceva mantenere il controllo, ma stavolta era necessario muoversi in fretta. Fece scattare la rete, incanalò per spegnere le luci e andò via, chiudendosi la porta alle spalle. L’oscurità avrebbe lavorato a suo favore. Da sola, nell’oscurità, con il dolore.
Pur non volendo, Semirhage emise un verso di frustrazione. Non era un lavoro raffinato. Non le piaceva operare con la fretta e doversi allontanare dal suo incarico; la ragazza era testarda e ostinata, le circostanze difficili.
Il corridoio era molto simile alla stanza per la sua semplicità, un ampio e oscuro passaggio nella roccia, con dei tronconi perpendicolari che non aveva voglia di visitare, quasi persi nelle tenebre. Si vedevano solo altre due porte; una conduceva ai suoi appartamenti. Sarebbero stati abbastanza accoglienti se si fosse fermata lì, ma si diresse da tutt’altra parte. Shaidar Haran piantonava quella porta, vestito di nero e avvolto in un’oscurità simile a fumo, così immobile che fu quasi un colpo quando parlò; ricordava il suono delle ossa che si polverizzavano in terra.
«Che cosa hai scoperto?»
La convocazione a Shayol Ghul si era rivelata un ammonimento da parte del Sommo Signore. QUANDO OBBEDISCI A SHAIDAR HARAN, OBBEDISCI A ME. QUANDO DISOBBEDISCI A SHAIDAR HARAN...
Per quanto l’avviso le fosse odioso, non c’era stato bisogno di altro. «Il suo nome. Cabriana Mecandes. Non avrei potuto scoprire altro, con tutta questa fretta.»
L’uomo fluttuò in quel suo modo che dava noia alla vista: il mantello nero come l’ebano pendeva rigido come se volesse negare ogni forma di movimento. Un istante prima era una statua a venti passi di distanza, e il seguente torreggiava su di lei costringendola a indietreggiare oppure torcersi il collo per guardare quel volto pallido e senza occhi. Indietreggiare era fuori discussione. «La prosciugherai totalmente, Semirhage. La spremerai fino all’ultimo, senza ritardi, e mi riferirai tutto quello che scopri.»
«Ho promesso al Sommo Signore che lo avrei fatto» dichiarò lei con freddezza. Le labbra anemiche di Shaidar Haran si distorsero in un sorriso. Fu la sola risposta che fornì. Voltandosi di scatto si allontanò fra le chiazze d’oscurità e... scomparve di colpo.
Semirhage avrebbe tanto voluto sapere come faceva il Myrddraal a eseguire quel trucco. Non aveva nulla a che fare con il Potere, ma ai margini dell’ombra, dove la luce diventava scura, un Myrddraal poteva trovarsi di colpo altrove, raccolto in un’altra ombra ben più lontana. Molto tempo prima, Aginor aveva studiato oltre cento di loro fino a distruggerli nel vano sforzo di scoprire come riuscissero a farlo. Nemmeno i Myrddraal lo sapevano; lei in persona lo aveva sperimentato.
Si accorse di colpo di avere le mani premute sullo stomaco che le sembrava una palla di ghiaccio. Erano trascorsi molti anni da quando aveva provato paura in qualsiasi circostanza, se non quando incontrava il Sommo Signore nel Pozzo del Destino. Il groppo gelido incominciò a sciogliersi mentre Semirhage si spostava verso l’altra porta della prigione. Più tardi avrebbe analizzato quelle emozioni; Shaidar Haran era diverso da ogni altro Myrddraal che avesse mai visto, ma era pur sempre un Myrddraal.
Il secondo paziente, sospeso come la prima a mezz’aria, era un uomo massiccio dal volto squadrato, con una giubba verde e le brache che parevano adatte a svanire in una foresta. I bulbi luminosi tremavano e stavano esaurendosi — era un miracolo che avessero sopravvissuto tanto a lungo — ma il Custode di Cabriana non era importante. Ciò di cui aveva bisogno, qualsiasi ne fosse lo scopo, era custodito nella mente dell’Aes Sedai, ma al Myrddraal era stato detto di catturare un’Aes Sedai e nelle loro menti, per qualche motivo, le Aes Sedai erano inseparabili dal loro Custode; era un bene che lo avesse preso. Prima d’ora, lei non aveva avuto mai modo di spezzare uno di questi combattenti tanto decantati.
Gli occhi scuri dell’uomo tentarono di scavarle dei buchi nella testa mentre lo svestiva e distruggeva gli indumenti come aveva fatto con quelli di Cabriana. Era peloso, una grande massa di muscoli duri e cicatrici. Non batteva ciglio. Non diceva nulla. La sfida che proponeva era diversa da quella della donna. Quella di lei era ardita, gliela aveva gettata in faccia apertamente, mentre quella di lui era un calmo rifiuto a piegarsi. Sarebbe stato più duro da spezzare della sua padrona. In condizioni normali, sarebbe stato molto più interessante.
Semirhage fece una pausa e lo studiò. C’era qualcosa... Una certa tensione attorno alle labbra e agli occhi. Come se stesse già combattendo il dolore. Ma certo. Il particolare legame fra Aes Sedai e Custode. Strano che quelle primitive fossero riuscite a inventare qualcosa che nessuno dei Prescelti capiva, ma era proprio così. Da quel poco che sapeva, quel tizio probabilmente provava almeno parte di quanto la donna stava subendo. In un altro momento, questo fatto avrebbe offerto possibilità interessanti. Adesso significava solo che l’uomo pensava di sapere cosa stesse affrontando.
«La tua padrona non si prende buona cura di te» gli disse. «Se non fosse solo una selvaggia, non ci sarebbe stato bisogno che ti venissero inferte tutte quelle cicatrici.» L’espressione dell’uomo cambiò di poco. Piegando verso il disgusto. «Ecco.»
Stavolta la Reietta piazzò la rete di flussi sul centro del piacere e iniziò a stimolarlo lentamente. Era un uomo intelligente. Fece una smorfia, scosse il capo, quindi socchiuse gli occhi, mantenendoli fissi su di lei come schegge di ghiaccio scuro. Sapeva che non avrebbe dovuto provare quella gioia crescente e, anche se non poteva vedere la tessitura, capiva che doveva essere opera sua, quindi sembrò che la combattesse. Semirhage sorrise quasi. Senza dubbio l’uomo credeva che il piacere fosse più facile da combattere del dolore. In rare occasioni era bastato a spezzare la resistenza dei pazienti. Non la faceva divertire molto, e subito dopo i pazienti non riuscivano a pensare in maniera coerente e volevano che altra estasi fiorisse nelle loro teste, ma era un metodo veloce: avrebbero fatto di tutto per averne ancora. La mancanza di coerenza era il motivo per cui non aveva usato il metodo con l’Aes Sedai; da lei aveva bisogno di risposte. Quel tizio avrebbe scoperto presto la differenza.