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Elayne non poteva farci nulla. Forse per le Aes Sedai era una lezione, magari lo pensavano, ma sapeva dalle esperienze precedenti che se avesse cercato di insegnare loro qualcosa senza che le fosse richiesto, le avrebbero tirato le orecchie. Era presente per rispondere alle domande, se ne avessero avute, e niente più. Pensò a uno sgabello — apparve, con le zampe decorate da tralci di vite — e si sedette ad aspettare. Una sedia sarebbe stata più comoda, ma avrebbe potuto scatenare commenti. Un’Ammessa seduta comodamente era spesso considerata un’Ammessa che non aveva molto da fare. Dopo un istante, Siuan fece lo stesso. Rivolse a Elayne un breve sorriso teso — e alle Aes Sedai un’occhiataccia.

La prima volta che Elayne aveva visitato quella stanza nel tel’aran’rhiod aveva visto un semicerchio di sgabelli, circa una dozzina, disposti davanti al tavolo decorato. A ogni visita ne aveva trovati sempre meno, e adesso non ce n’era nessuno. Era certa che indicasse qualcosa, anche se non immaginava cosa. Era convinta che Siuan pensasse la stessa cosa e molto probabilmente ne aveva anche scoperto la ragione, ma, se ciò era vero, non l’aveva condivisa con Elayne e Nynaeve.

«I combattimenti nello Shienar e nell’Arafel stanno diminuendo» mormorò Sheriam quasi a se stessa. «Ma qui non c’è nulla che spieghi perché sono iniziati. Solo delle schermaglie, ma gli uomini delle Marche di Confine non si scontrano fra loro. Devono badare alla Macchia.»

«Almeno quella è tranquilla» intervenne Myrelle. «Forse troppo. Non può durare. È un bene che Elaida abbia molti occhi e orecchie nelle Marche di Confine.» Siuan riuscì a fondere un fremito e un’occhiata maligna diretta alle Aes Sedai. Elayne non pensava che fosse ancora riuscita a prendere contatto con nessuna delle sue agenti nelle Marche di Confine; erano molto lontane da Salidar.

«Mi sentirei meglio se si potesse fare lo stesso a Tarabon.» La pagina fra le mani di Beonin divenne lunga e larga, lei la guardò, tirò su con il naso e la mise da parte. «Gli occhi e le orecchie a Tarabon ancora tacciono. Tutti. Le sole notizie che Elaida ha ricevuto da lì riguardano voci sull’Amadicia, che ritiene le Aes Sedai coinvolte nella guerra.» Scosse il capo all’assurdità di trasporre certe voci sulla carta. Le Aes Sedai non si facevano coinvolgere nelle guerre civili. Se non altro, non così apertamente da farsi scoprire. «E a quanto pare, dall’Arad Doman non ci sono più di una manciata di rapporti confusi.»

«Scopriremo molto presto da sole cosa sta succedendo a Tarabon» intervenne Sheriam per calmare gli animi. «Dovremo attendere solo poche settimane.»

La ricerca proseguì per ore. I documenti non mancavano; non riuscivano mai a svuotare le scatole laccate. A volte il mucchio di fogli aumentava man mano che leggevano. Solo i documenti brevi resistevano abbastanza a lungo da essere letti per intero, ma occasionalmente una lettera o un rapporto che erano stati già visionati, ritornavano nella scatola. Il tempo trascorse in silenzio anche se di tanto in tanto si sentivano dei commenti; alcuni documenti venivano discussi dalle Aes Sedai. Siuan stava giocherellando, apparentemente senza prestare loro alcuna attenzione. Elayne avrebbe tanto voluto essere capace di fare lo stesso, o meglio ancora le sarebbe piaciuto leggere — ai suoi piedi apparve un libro, I viaggi di Jain Farstrider, prima che lo facesse scomparire, ma le donne che non erano Aes Sedai avevano libertà maggiori di quelle in fase di addestramento. Comunque aveva scoperto qualcosa solo ascoltando.

Il coinvolgimento delle Aes Sedai a Tarabon non era la sola voce che avevano scoperto fra le carte di Elaida. Il raduno che Pedron Niall aveva organizzato per i Manti Bianchi aveva scatenato ogni tipo di storia, inclusa la sua presa del trono di Amadicia — cosa che sicuramente non gli era necessaria — la repressione delle guerre e dell’anarchia a Tarabon e Arad Doman, fino al supporto a Rand. Elayne avrebbe creduto quest’ultima parte quando il sole fosse sorto a ovest. C’erano rapporti su strani eventi a Illian e Cairhien — forse ce ne erano stati altri, ma questi erano i soli che avessero visto — villaggi impazziti, incubi che se ne andavano in giro alla luce del giorno, vitelli a due teste che parlavano, progenie dell’Ombra che appariva dall’aria. Sheriam e le altre due lessero in fretta; erano lo stesso tipo di racconti che giungevano a Salidar da parti dell’Altara e del Murandy o da oltre il fiume dell’Amadicia. Le Aes Sedai li consideravano fenomeni isterici a seguito della scoperta dell’esistenza del Drago Rinato. Elayne invece non ne era certa. Aveva assistito a eventi che quelle donne non immaginavano, anche se avevano anni di esperienza. Si diceva che sua madre stesse riunendo un esercito a est di Andor — sotto l’antica bandiera del Manetheren, di tutte quelle possibili! — come anche che fosse prigioniera di Rand o fuggita in tutte le nazioni, incluse le Marche di Confine e l’Amadicia, cosa totalmente inimmaginabile. La Torre non pareva credere a nessuna di queste versioni. Elayne avrebbe tanto voluto sapere a cosa credere. Smise di chiedersi dove fosse la madre quando Sheriam pronunciò il suo nome. Non stava parlando con lei; stava leggendo in fretta un pezzo di carta quadrato che divenne una lunga pergamena con tre sigilli in calce. Le Aes Sedai dovevano trovare Elayne Trakand e farla tornare a ogni costo alla Torre Bianca. Se ci fossero stati altri pasticci, quelle che fallivano avrebbero ‘invidiato la donna Macura’. Fu un concetto che diede i brividi a Elayne. Mentre viaggiavano verso Salidar, una donna di nome Ronde Macura era quasi riuscita a spedirle alla Torre come dei sacchi di bucato. La casata che governava Andor, lesse Sheriam, era ‘la chiave’, una frase che non aveva senso. La chiave di cosa?

Nessuna delle Aes Sedai guardò nella sua direzione. Si scambiarono delle occhiate e proseguirono con quanto stavano facendo. Forse si erano dimenticate di lei, o forse no. Le Aes Sedai avevano i loro sistemi. Proteggerla dalla nuova Amyrlin era una loro decisione, e se invece avessero stabilito per qualche motivo di consegnarla legata come un salame a Elaida, anche quella sarebbe stata una loro scelta. «Il luccio non chiede alla rana il permesso di mangiarla» ricordò, uno dei proverbi di Lini.

La risposta di Elaida all’amnistia di Rand era chiara. Elayne poteva quasi vedere le pieghe nelle lettere, il momento in cui le aveva strette fra le mani con l’intenzione di strapparle, quindi le aveva rimesse a posto infilandole nella scatola. La rabbia di Elaida era quasi sempre fredda. Su quel documento non aveva scritto nulla, ma su un altro aveva scarabocchiato delle parole che elencavano le Sorelle presenti nella Torre e rendevano chiaro come fosse quasi pronta a dichiarare pubblicamente che chiunque non avesse obbedito ai suoi ordini di fare ritorno alla Torre sarebbe stata considerata una traditrice. Sheriam e le altre due discutevano con calma le possibili conseguenze. Indipendentemente da quante Sorelle avessero deciso di obbedire, qualcuna avrebbe dovuto viaggiare molto; alcune forse non avevano ancora ricevuto la convocazione. In ogni caso, un tale decreto avrebbe confermato al mondo le voci sulla divisione della Torre. Elaida doveva essere prossima al panico per prendere in considerazione una cosa simile, o altrimenti pazza oltre ogni limite.