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La sala dei ricevimenti nel palazzo di sua madre a Caemlyn non apparve facilmente. Provò una sensazione di resistenza prima di ritrovarsi su un pavimento di mattonelle rosse e bianche sotto al grande soffitto arcuato, fra file di imponenti colonne bianche. La luce pareva provenire da ovunque e da nessuna parte. Le grandi finestre sovrastanti, che rappresentavano il Leone Bianco di Andor alternato con i ritratti delle regine e scene di grandi vittorie andorane, erano indistinte.

Notò subito la differenza che aveva reso difficile la sua apparizione. Sul palco in fondo alla sala dove avrebbe dovuto trovarsi il trono del Leone c’era invece un’enorme mostruosità fatta di Draghi d’oro brillante e smalto rosso, con dei rubini al posto degli occhi. Il trono della madre non era stato rimosso dalla stanza. Era sistemato su una specie di piedistallo, dietro e più in alto di quella cosa orrenda.

Elayne camminò lentamente dirigendosi in fondo alla sala, quindi salì le scale di marmo bianco per osservare il trono dorato delle regine di Andor. Il Leone Bianco di Andor, fatto di pietra di luna su un campo di rubini, una volta si era trovato sopra la testa della madre.

«Cosa stai facendo, Rand al’Thor?» sussurrò amareggiata. «Cosa pensi di fare?»

Aveva il timore che stesse combinando un pasticcio senza lei a guidarlo fra tutti quei tranelli. Era vero che con i Tarenesi se l’era cavata bene e, in apparenza, anche a Cairhien, ma la sua gente era diversa, sincera e diretta, con un netto disprezzo per l’idea di essere manovrata o angariata. Ciò che aveva funzionato a Tear o Cairhien poteva scoppiargli in faccia come uno spettacolo degli Illuminatori.

Se solo avesse potuto stare con lui. Se avesse potuto avvisarlo dell’ambasciata della Torre. Elaida sicuramente stava tramando qualcosa, che sarebbe scattata quando lui meno se l’aspettava. Sarebbe stato così bravo da accorgersene? E, per dirla tutta, non sapeva quali fossero gli ordini dell’ambasciata di Salidar. Malgrado gli sforzi di Siuan, la maggior parte delle Aes Sedai a Salidar avevano opinioni diverse su Rand al’Thor. Era il Drago Rinato, il profetizzato salvatore dell’umanità, ma era anche un uomo che poteva incanalare, destinato alla follia, alla morte e alla distrazione.

Prenditi cura di lui, Min, pensò. Raggiungilo in fretta e prenditi cura di lui.

Fu colpita da una fitta di gelosia sapendo che Min sarebbe stata con lui, a fare ciò che voleva fare lei stessa. Forse dovevano davvero dividerlo tra loro due, ma almeno una parte di lui sarebbe stata tutta sua. Lo avrebbe legato come Custode, a ogni costo.

«Sarà fatto.» Allungò una mano verso il trono del Leone, per giurare come avevano fatto tutte le regine da quando era stata creata Andor. Il piedistallo era troppo alto per raggiungerlo, ma era l’intenzione che contava. «Sarà fatto.»

Stava esaurendo il tempo a disposizione. Prima o poi a Salidar sarebbe arrivata un’Aes Sedai, per svegliarla e curarle quel graffio ridicolo sul collo. Sospirando, lasciò il sogno.

Demandred uscì da dietro le colonne della grande sala e guardò dai due troni verso la direzione in cui era svanita la ragazza. Elayne Trakand, a meno che non si fosse sbagliato di grosso, e aveva usato un ter’angreal minore, a giudicare dall’aspetto etereo: uno creato per addestrare gli studenti principianti. Avrebbe dato dell’oro per sapere cosa le era passato per la testa, ma le parole e l’espressione erano abbastanza chiare. Non le piaceva affatto ciò che stava combinando al’Thor, e intendeva fare qualcosa a riguardo. Una giovane donna determinata, sospettava. In ogni caso era un altro filo della matassa che tirava, per quanto debolmente.

«Lascia che il Signore del caos governi» disse fra i troni — anche se avrebbe ancora voluto capire perché dovesse essere così — e aprì il passaggio per lasciare il tel’aran’rhiod.

8

L’uragano si raccoglie

Nynaeve si svegliò la mattina seguente alle prime luci dell’alba, sentendosi irritata. Aveva l’impressione che il maltempo fosse imminente, eppure un’occhiata fuori dalla finestra non rivelò nemmeno una singola nuvola che macchiasse il cielo ancora grigio. Il giorno prometteva già di divenire un altro forno. La camicia da notte era umida e in disordine per via del sonno agitato. Una volta avrebbe potuto fidarsi delle sue capacità di ascoltare il vento, ma quel talento pareva funzionare male da quando aveva lasciato i Fiumi Gemelli, quando non la abbandonava totalmente.

Attendere il suo turno per usare il lavabo non migliorò il suo umore, né sentire il racconto di Elayne su quanto era accaduto dopo che aveva lasciato lo studio di Elaida. La sua nottata era stata una lunga e futile ricerca attraverso le strade di Tar Valon, deserta salvo per la sua presenza, quella dei piccioni e dei ratti che uscivano dalla spazzatura. Era stata una sorpresa. Tar Valon era sempre stata pulita; forse Elaida stava trascurando molto la città, se nel tel’aran’rhiod si vedeva la spazzatura. Una volta aveva visto Leane da una finestra in una taverna vicino al molo sud, ma quando vi era entrata, la sala comune era vuota a parte i tavoli blu dipinti di fresco e le panche. Avrebbe dovuto arrendersi, ma Myrelle di recente la tormentava e voleva avere la coscienza a posto e poter dire alla donna che aveva provato. Myrelle poteva avventarsi contro una risposta evasiva più in fretta di chiunque altra avesse mai visto. Per finire uscita dal tel’aran’rhiod, aveva trovato l’anello di Elayne già sul comodino ed Elayne addormentata. Se ci fosse stato un premio per gli sforzi inutili, lo avrebbe vinto quando era andata via. Adesso aveva scoperto che Sheriam e le altre si erano quasi fatte ammazzare... Anche il passero canterino che cinguettava nella gabbia di vimini aveva ottenuto un’occhiataccia.

«Pensano di sapere tutto» mormorò Nynaeve sprezzante. «Avevo detto loro degli incubi. Le avevo avvisate e l’altra notte non è stata la prima volta.» Non faceva alcuna differenza che tutte e sei le Aes Sedai fossero state guarite prima che lei ritornasse dal tel’aran’rhiod. Avrebbe potuto facilmente finire molto peggio — perché pensavano di sapere tutto. Gli irritati strattoni alla treccia stavano ritardando il momento in cui avrebbe dovuto disfarla. Il braccialetto dell’a’dam a volte s’impigliava nei capelli, ma non lo avrebbe tolto. Oggi era il turno di Elayne di indossarlo, ma probabilmente lei lo avrebbe lasciato appeso a un gancio sul muro. Dal braccialetto emanavano la preoccupazione e l’inevitabile paura, ma, più di tutto, la frustrazione. Senza dubbio ‘Marigan’ stava già aiutando a preparare la colazione; avere dei compiti da svolgere le procurava noia più che l’essere prigioniera. «Avevi avuto una buona idea, Elayne. Ma non mi hai raccontato come hai fatto a finire nell’incubo anche tu dopo aver tentato di avvisarle tutte.»

Elayne tremò mentre ancora si strofinava il viso. «Non è stato difficile da pensare. Un incubo di quella dimensione aveva bisogno di essere gestito da tutte noi. Forse avranno imparato un po’ di umiltà. Forse stanotte il loro incontro con le Sapienti non sarà tanto male.»

Nynaeve fece un cenno con il capo. Come aveva pensato. Non riguardo Sheriam e le altre; le Aes Sedai avrebbero trovato l’umiltà il giorno che le capre avessero volato, e un giorno prima lo avrebbero fatto le Sapienti. Era Elayne. Probabilmente si era lasciata prendere dall’incubo, ma la ragazza non l’avrebbe mai ammesso. Nynaeve non era certa se Elayne ritenesse una vanteria il fatto di prendersi il merito di un atto coraggioso o se non si accorgesse proprio di essere coraggiosa. In ogni caso, Nynaeve era divisa fra l’ammirazione per il coraggio dell’altra donna e il desiderio che almeno per una volta Elayne lo ammettesse. «Credo di aver visto Rand.» Quelle parole fecero interrompere le abluzioni della ragazza.