«Sì, direttore» stava dicendo adesso Nola sistemandosi la cornetta sulla spalla mentre parlava con Sato. «L’iscrizione è davvero il cifrario massonico, tuttavia il testo decrittato non significa nulla. Sembra una griglia di lettere a caso.» Tornò a guardare il testo decifrato.
«Deve pur voler dire qualcosa» insistette Sato.
«No, a meno che non abbia un secondo livello di criptazione di cui non mi sono accorta.»
«Qualche ipotesi?»
«È una matrice con griglia, quindi potrei passarla con i soliti cifrari… Vigenère, altre griglie… ma non le prometto niente, soprattutto se è un OTP, quello che viene definito "cifrario perfetto" .»
«Fa’ quello che puoi. Ma fallo in fretta. Cosa mi dici della radiografia?»
Nola si spostò con la sedia davanti a un altro monitor, che mostrava l’immagine di una borsa passata ai raggi X dalla sicurezza. Sato aveva chiesto informazioni su quella che pareva una piccola piramide dentro una scatola a forma di cubo. Normalmente un oggetto alto qualche centimetro non avrebbe scatenato un caso di sicurezza nazionale, a meno che non si fosse trattato di plutonio arricchito. Non era plutonio. Ma era qualcosa di ugualmente sorprendente.
«L’analisi di densità dell’immagine ha dato una risposta definitiva» spiegò Nola. «Diciannove virgola tre grammi per centimetro cubo. È oro puro. Di grandissimo valore.»
«Qualcos’altro?»
«In effetti, sì. Lo scanner della densità ha rilevato piccole irregolarità sulla superficie della piramide d’oro. È saltato fuori che sull’oro sono incisi dei testi.»
«Davvero?» Sato sembrava speranzosa. «E cosa dicono?»
«Non sono ancora in grado di capirlo. L’iscrizione è molto leggera. Sto cercando di aumentare il contrasto con l’uso di filtri, ma la risoluzione ai raggi X non è buona.»
«Okay, continua a provare. Chiamami quando hai scoperto qualcosa.»
«Va bene, direttore.»
«Ah… Nola?» Il tono di Sato diventò minaccioso. «Come tutto quello che hai appreso nelle ultime ventiquattr’ore, anche le immagini della piramide di pietra e della cuspide d’oro sono classificate al più alto livello di segretezza. Non devi consultare nessuno e riferirai a me direttamente. Vorrei assicurarmi che questo sia chiaro.»
«Certo, direttore.»
«Bene. Tienimi informata.»
Nola si strofinò gli occhi e tornò a guardare gli schermi dei suoi computer con la vista annebbiata per la stanchezza. Non dormiva da trentasei ore e sapeva fin troppo bene che non avrebbe potuto riposare finché la crisi non si fosse conclusa.
Di qualunque cosa si trattasse.
Intanto, nel centro visitatori del Campidoglio, quattro agenti della CIA erano in piedi davanti all’ingresso del tunnel e puntavano il condotto poco illuminato come un branco di cani in bramosa attesa di iniziare la caccia.
Sato si avvicinò a loro, dopo avere concluso una telefonata. Teneva ancora in mano la chiave dell’architetto. «Signori, sono chiari i dettagli della vostra missione?»
«Affermativo» rispose il capo della squadra. «Abbiamo due obiettivi. Il primo è una piramide incisa, alta una ventina di centimetri. Il secondo è un pacchetto più piccolo, a forma di cubo, alto circa otto centimetri. Entrambi sono stati visti per l’ultima volta nella borsa di Robert Langdon.»
«Esatto» disse Sato. «Dovete recuperare in fretta questi due oggetti. Intatti. Avete domande?»
«Indicazioni sull’eventuale uso della forza?»
La spalla di Sato stava ancora pulsando nel punto in cui Bellamy l’aveva colpita con un osso. «Come ho detto, è fondamentale che questi due oggetti siano recuperati.»
«Capito.» I quattro uomini si voltarono e si diressero verso l’oscurità del tunnel.
Sato si accese una sigaretta e li guardò scomparire.
51
Katherine Solomon in genere guidava con prudenza, ma quella sera lanciò la sua Volvo a quasi centocinquanta chilometri l’ora lungo la Suitland Parkway. Andò a quella velocità per un buon chilometro e mezzo, poi il panico cominciò a scemare e capì c h e non stava tremando solo di paura.
Dal finestrino infranto entrava una corrente di aria fredda che la investiva come un vento polare. Aveva i piedi ghiacciati. Allungò una mano per prendere le scarpe di riserva che teneva sotto il sedile del passeggero e sentì una fitta alla gola, dove quel mostro l’aveva afferrata con la sua mano possente.
La creatura che le aveva mandato il finestrino in mille pezzi non assomigliava per niente al biondo gentiluomo che si era presentato come Christopher Abaddon. Non aveva la sua folta capigliatura né la sua carnagione abbronzata, ma uno spaventoso campionario di tatuaggi sulla testa rasata e sul petto glabro.
Le parve di risentire la sua voce che sussurrava nel vento. Avrei dovuto ammazzarti anni fa. La sera in cui ho ucciso tua madre.
Rabbrividì, senza più alcun dubbio. Era lui. Non aveva mai dimenticato la luce crudele e violenta nei suoi occhi, così come lo sparo di suo fratello. Peter lo aveva ucciso, lo aveva fatto precipitare in un fiume ghiacciato dal quale non era mai più riemerso. La polizia aveva cercato il suo cadavere p e r settimane e,non trovandone traccia, aveva deciso che era stato trascinato dalla corrente fino alla Chesapeake Bay.
Si erano sbagliati, Katherine adesso ne aveva la certezza. L’assassino di nostra madre è ancora vivo.
Ed è tornato.
Ripensando a quel giorno terribile, Katherine si sentì prendere dall’angoscia. Era successo dieci anni prima, la vigilia di Natale. Tutta la famiglia — Katherine, Peter e la loro madre — era riunita nell’imponente villa di pietra in Potomac, circondata da ottanta ettari di prati e boschi in cui scorreva il fiume.
Come da tradizione, Isabel Solomon era in cucina, felice di preparare la cena natalizia per i due figli. Aveva settantacinque anni, ma cucinava ancora volentieri. Il profumo di arrosto di cervo in salsa di rape e patate all’aglio faceva venire l’acquolina in bocca. Mentre Isabel spignattava, i figli si rilassavano nel giardino d’inverno parlando dell’ultima passione di Katherine, la scienza noetica. Improbabile mix di moderna fisica delle particelle e antico misticismo, la affascinava grandemente.
Fisica e filosofia fuse in un’unica disciplina.
Katherine raccontava al fratello alcuni esperimenti che le sarebbe piaciuto condurre e gli leggeva negli occhi la curiosità. Le faceva piacere essere riuscita a distrarlo, visto che il Natale era una festa triste per Peter, ricordandogli inevitabilmente la terribile tragedia da cui era stato colpito.
Suo figlio, Zachary.
Morto a soli ventun anni. Era stato un incubo per tutta la famiglia, e Peter stava ritrovando solo adesso la voglia di sorridere.
Zachary era un ragazzo immaturo, fragile e ribelle. Pur cresciuto nell’agiatezza e circondato dall’amore dei suoi familiari, pareva deciso a prendere le distanze dal "clan dei Solomon". Era stato espulso dalla scuola, frequentava cattive compagnie e si rifiutava testardamente di seguire i saggi e affettuosi consigli dei genitori.
Per il padre era un dolore enorme.
Poco prima che Zachary compisse diciotto anni, Katherine, Peter e Isabel Solomon avevano discusso se lasciare che il ragazzo ricevesse il denaro che gli spettava o attendere che diventasse un po’ più adulto. Una tradizione vecchia di secoli voleva infatti che al compimento della maggiore età i figli entrassero in possesso di una congrua fetta del patrimonio di famiglia. I Solomon erano convinti che fosse più utile ereditare quando si ha la vita davanti, piuttosto che alla fine. Era anche grazie a questa tradizione che il patrimonio di famiglia era cresciuto tanto nel corso delle generazioni.