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Bellamy fece un passo avanti, con aria turbata. «Andiamo via. Presto!»

Katherine seguì Langdon e l’architetto del Campidoglio fuori del grande atrio, in direzione della famosa sala di lettura, che era illuminata. Bellamy chiuse a chiave le due porte: quella esterna e quella interna.

Poi li fece andare al centro della sala, verso un tavolo da lettura. Katherine vide che vi era posata sopra una borsa di pelle con accanto un pacchetto di forma cubica. Bellamy lo prese e lo mise nella borsa, insieme a…

Katherine non credeva ai suoi occhi. Una piramide?

Sebbene non l’avesse mai vista, la riconobbe subito. Lo sapeva: era l’oggetto che le aveva rovinato la vita. Katherine Solomon aveva davanti a sé la leggendaria piramide massonica.

Bellamy chiuse la cerniera e consegnò la borsa a Langdon. «Non perderla di vista neppure per un attimo.»

Le porte esterne vibrarono per un’esplosione. Pochi istanti dopo si sentì un rumore di vetri infranti.

«Da questa parte!» Bellamy si voltò di scatto, spaventato, e corse verso il banco della distribuzione al centro della sala ottagonale. C’erano otto postazioni di lavoro intorno a un grande mobile centrale. Bellamy indicò loro una porticina nel mobile. «Infilatevi lì dentro!»

«Lì dentro?» chiese Langdon stupefatto. «Ci troveranno di sicuro!»

«Fidati di me» replicò Bellamy. «Non è come pensi.»

57

Mal’akh lanciò la limousine verso Kalorama Heights. L’esplosione nel laboratorio di Katherine Solomon era stata più devastante del previsto, e lui era stato fortunato a uscirne indenne. Aveva approfittato della confusione per fuggire indisturbato ed era sfrecciato come un razzo oltre la guardiola, dove l’addetto alla sicurezza parlava concitato al telefono.

Devo togliermi dalla strada, pensò. Anche ammesso che Katherine non l’avesse ancora chiamata, la polizia sarebbe di certo intervenuta. E uno che guida una limousine a torso nudo non passa inosservato.

Dopo tanti anni di preparazione, gli sembrava incredibile essere arrivato alla sera fatidica. Era stato un percorso lungo e difficile. Il viaggio iniziato tanti anni fa nella disperazione stasera finirà in gloria.

Era cominciato tutto ai tempi in cui lui non si chiamava ancora Mal’akh. Quella sera non aveva neppure un nome: era semplicemente il detenuto numero 37. Come quasi tutti gli altri prigionieri del brutale carcere di Kartal, a Istanbul, era stato condannato per possesso di sostanze stupefacenti.

Era steso sulla branda in una cella di cemento, affamato, infreddolito, al buio, e si chiedeva quanto tempo ancora sarebbe dovuto rimanere lì dentro. Il suo nuovo compagno di cella, conosciuto solo ventiquattr’ore prima, dormiva nella branda sopra di lui. Il direttore del carcere, un ciccione alcolizzato che detestava il proprio lavoro e sfogava la frustrazione sui detenuti, aveva appena spento le luci per la notte.

Erano quasi le dieci quando il detenuto numero 37 aveva sentito l’eco di due voci nel condotto di ventilazione. Una era chiaramente quella stridula e prepotente del direttore, che non doveva aver gradito di essere stato scomodato a quell’ora da un visitatore. "Ho capito che ha fatto un sacco di strada, ma per tutto il primo mese le visite sono vietate" stava dicendo. "E il regolamento, e non si fanno eccezioni."

L’altra voce, bassa e raffinata, era piena di angoscia. "Vorrei che mio figlio non corresse rischi."

"È un drogato."

"Lo state trattando bene?"

"Abbastanza. Non siamo al grand hotel."

Cera stata una piccola pausa. "Il dipartimento di Stato americano chiederà l’estradizione, lei lo sa."

"Sì, sì. Succede sempre. Verrà concessa, ma la pratica richiede quindici giorni, un mese… dipende."

"Da cosa?"

"Be’, sa, il personale è insufficiente" aveva risposto il direttore. E, dopo un attimo di silenzio, aveva aggiunto: "Naturalmente, a volte le persone come lei fanno una piccola donazione, per incentivare i dipendenti ad accelerare le procedure".

Il visitatore non aveva risposto.

"Signor Solomon, per uno come lei, che non ha problemi di soldi, la soluzione si trova sempre" aveva continuato il direttore, abbassando la voce. "Io ho dei contatti. Se ci mettiamo d’accordo, io e lei, potrei far uscire suo figlio… anche domani, come se niente fosse successo. Prosciolto completamente. Non verrebbe processato nemmeno in patria."

La risposta dell’altro era stata immediata. "A parte il fatto che quello che lei mi sta proponendo è illegale, mi rifiuto di passare a mio figlio il messaggio che il denaro possa risolvere qualsiasi problema. Bisogna imparare ad assumersi le proprie responsabilità, specie in casi gravi come questo."

"Vuole lasciarlo qui?"

"Voglio parlargli. Subito."

"Gliel’ho detto, è vietato dal regolamento. Suo figlio non può avere contatti con lei… a meno che lei non voglia negoziare la sua scarcerazione immediata."

Cera stato un lungo silenzio. "La contatterà il dipartimento di Stato. Mi aspetto che Zachary non corra alcun rischio. Prevedo che tornerà in America entro una settimana. La saluto."

E aveva sbattuto la porta.

Il detenuto numero 37 non credeva alle sue orecchie. Che razza di padre lascia il figlio in questo posto infernale per dargli una lezione? A Peter Solomon era stata offerta la possibilità di far prosciogliere Zachary e aveva detto di no.

Quella notte, mentre vegliava insonne nella sua cella, il detenuto numero 37 aveva ideato un piano per riconquistare la libertà. Se fra lui e la scarcerazione c’era di mezzo soltanto una mazzetta, allora sarebbe uscito presto. Peter Solomon non aveva voluto pagare, ma chiunque leggesse i giornali sapeva che anche suo figlio Zachary era ricco. Il giorno dopo chiese un colloquio privato con il direttore e gli suggerì un piano. Era un’idea un po’ azzardata ma geniale, ed entrambi avevano tutto da guadagnarci.

"Zachary Solomon dovrà morire, ma noi scompariremo subito dalla circolazione" aveva spiegato il detenuto numero 37. "Lei potrebbe ritirarsi su qualche isola greca e non tornare mai più qui dentro."

Il colloquio era andato avanti ancora un po’ e si era concluso con una stretta di mano.

Zachary Solomon presto morirà, aveva pensato il detenuto numero 37. E aveva sorriso all’idea che sarebbe stato un gioco da ragazzi.

Due giorni dopo, il dipartimento di Stato aveva informato i Solomon della terribile tragedia. Le foto scattate nel carcere mostravano il cadavere, massacrato di botte, piegato su se stesso nella cella, la testa sfondata da una sbarra di acciaio, il corpo martoriato dalle percosse, irriconoscibile. Il ragazzo doveva essere stato torturato a lungo, prima di morire. I maggiori sospetti si appuntavano sul direttore del carcere, che era scomparso nel nulla, probabilmente con tutti i soldi del giovane. Prima di morire, infatti, Zachary aveva firmato un’autorizzazione al trasferimento della sua intera fortuna su un conto privato, che era stato subito svuotato. Non si sapeva dove fossero finiti tutti quei soldi, ma si presumeva che li avesse intascati il direttore prima di fuggire.

Peter Solomon era partito immediatamente per la Turchia con un jet privato e aveva riaccompagnato in patria la salma del figlio perché venisse seppellita nella tomba di famiglia. Il direttore del carcere non era stato più ritrovato. E mai lo sarebbe stato, come il detenuto numero 37 ben sapeva. Il suo cadavere era finito in fondo al Mare di Marmara, in pasto ai granchi azzurri che migravano lì dal Bosforo. La fortuna di Zachary Solomon era stata versata su un conto cifrato irrintracciabile. Il detenuto numero 37 era di nuovo libero. Libero e ricco.

Le isole della Grecia gli erano parse un paradiso. La luce, il mare, le donne…