Gli agenti si tolsero il visore e si misero a correre lungo la traccia, zigzagando in quel labirinto apparentemente infinito. Dopo un po’, Simkins cominciò a vedere davanti a sé un baluginio di luci. Stiamo per raggiungervi! Accelerò ancora, finché sentì un respiro affannoso e vide il fuggitivo.
«Avvistato!» urlò ai suoi.
Warren Bellamy doveva essere allo stremo delle forze: barcollava senza fiato tra gli scaffali, in giacca e cravatta. Non puoi farcela!
«Si fermi, signor Bellamy!» urlò Simkins.
Bellamy continuò a correre tra le file di libri. A ogni curva, nuove luci si accendevano sopra la sua testa.
Quando gli agenti furono a una ventina di metri da lui, gli gridarono un’altra volta di fermarsi, ma Bellamy li ignorò.
«Bloccatelo!» ordinò Simkins.
L’agente che imbracciava il fucile non letale prese la mira e fece fuoco. Il "proiettile" che raggiunse Bellamy e gli immobilizzò le ginocchia si chiamava Silly String ed era stato inventato ai Sandia National Laboratories. In schiuma di poliuretano, a contatto con il bersaglio si induriva immediatamente. Veniva definito "inabilitante" e, su un bersaglio in corsa, aveva l’effetto di un bastone fra i raggi di una ruota. Bellamy perse l’equilibrio e cadde faccia a terra, scivolò in avanti ancora per qualche metro e poi si fermò. Le luci sopra di lui si accesero.
«Io penso a Bellamy» urlò Simkins. «Voi cercate Langdon. Dev’essere più avanti…» Si interruppe nel vedere che le luci oltre quel punto erano tutte spente. Evidentemente nel deposito non c’era nessun altro. Bellamy è solo?
L’architetto era bocconi, con ginocchia e caviglie bloccate, e respirava affannosamente. L’agente gli si avvicinò e lo voltò a faccia insù con un piede.
« D o v ’ è ? » gli chiese.
Nella caduta, Bellamy si era tagliato un labbro. «Chi?»
L’agente Simkins alzò il piede e lo posò sull’elegante cravatta dell’architetto del Campidoglio. Si piegò in avanti, premendogli lo scarpone sul petto. «Mi creda, Bellamy, non le conviene fare il furbo con me.»
59
Robert Langdon aveva la sensazione di essere sepolto vivo.
Era supino, con le braccia incrociate sul petto, nascosto in uno spazio angusto e nel buio più totale. Katherine era poco lontano, più o meno nella stessa posizione, ma lui non la vedeva. Teneva gli occhi chiusi: non voleva sapere cosa aveva intorno.
Era infilato in un cunicolo.
Un cunicolo strettissimo.
Sessanta secondi prima, mentre le porte della sala di lettura della biblioteca venivano abbattute, lui e Katherine avevano seguito Bellamy dentro il mobile al centro del bancone ed erano scesi nel locale sottostante.
Langdon aveva capito subito dove si trovavano. Nel cuore del sistema circolatorio della Biblioteca del Congresso. Il centro di distribuzione dei volumi sembrava la sala dove si ritirano i bagagli in aeroporto, con una serie di nastri trasportatori che scomparivano in direzioni differenti. Poiché la biblioteca occupava tre edifici diversi, i libri da consegnare nella sala di lettura spesso venivano trasferiti grazie a una rete di tapis roulant in tunnel sotterranei.
Bellamy era corso verso una porta di acciaio, aveva inserito la sua chiave magnetica e premuto una serie di tasti per far scattare la serratura. I sensori di movimento, rilevando l’apertura della Porta, erano subito entrati in azione, comandando l’accensione delle luci più vicine.
Quando Langdon aveva visto quello che c’era oltre la porta, aveva capito di avere di fronte qualcosa che solo a pochissimi era concesso vedere: il deposito di libri della Biblioteca del Congresso. Il piano di Bellamy gli era piaciuto subito. Esiste nascondiglio migliore di un labirinto gigantesco?
Bellamy, però, non li aveva invitati a seguirlo. Aveva messo un libro a terra per tenere aperta la porta e si era voltato verso di loro. "Speravo di potervi dare qualche spiegazione in più, ma non c’è tempo." Aveva consegnato a Langdon la sua chiave magnetica. "Questa vi servirà."
"Non vieni con noi?" gli aveva domandato Langdon.
Bellamy aveva fatto cenno di no con la testa. "Se non ci dividiamo, ci prenderanno. La cosa più importante è che piramide e cuspide siano in mani sicure."
Langdon, però, non vedeva altra via di uscita che le scale per tornare nella sala di lettura. "Tu dove vai?"
"Li attirerò nel deposito, lasciando via libera a voi" aveva risposto Bellamy. "Almeno così potrete fuggire." Senza lasciare a Langdon il tempo di chiedere come, aveva tolto una pesante cassa di libri da un nastro trasportatore. "Sdraiatevi qui" aveva detto "e tenete le braccia lungo i fianchi."
Langdon aveva sgranato gli occhi. Non parlerà sul serio? Il nastro trasportatore scompariva in un buco nero nel muro. L’apertura era grande abbastanza da permettere il passaggio di una cassa di libri, non di più. Aveva lanciato uno sguardo disperato verso il deposito.
"No" l’aveva preceduto Bellamy. "Le luci sono attivate da sensori di movimento: non è possibile nascondersi là dentro."
"Traccia termica!" aveva urlato una voce di sopra. "Convergete tutti qui!"
Katherine aveva deciso che non c’era altro tempo da perdere, era salita sul tapis roulant e si era sdraiata con la testa a poca distanza dall’apertura nel muro. Poi aveva incrociato le braccia sul petto, come una mummia nel suo sarcofago.
Langdon era paralizzato.
"Robert!" lo aveva incalzato Bellamy. "Se non lo vuoi fare per me, fallo per Peter."
Le voci al piano di sopra erano sempre più vicine.
Langdon si era avvicinato al tapis roulant, come in trance, ci aveva posato sopra la borsa e ci si era sdraiato, con la testa vicino ai piedi di Katherine. Il nastro di gomma era freddo.
Aveva fissato il soffitto, sentendosi come un paziente che sta per fare una risonanza magnetica.
"Tieni acceso il cellulare" gli aveva detto Bellamy. "Ti chiamerà una persona per offrirti aiuto. Ti puoi fidare."
Mi chiamerà una persona? In effetti Bellamy aveva cercato di mettersi in contatto con qualcuno e gli aveva lasciato un messaggio. Poco prima, mentre scendevano giù per la scala a chiocciola, Langdon aveva visto che l’architetto riprovava un’ultima volta e lo aveva sentito parlare brevemente, sottovoce.
"Restate sul nastro fino alla fine" aveva aggiunto Bellamy. "E scendete di corsa prima che torni indietro. Per uscire, usate la mia chiave magnetica."
"Uscire da dove?" aveva chiesto Langdon.
Ma Bellamy stava già azionando le leve dei nastri trasportatori, mettendoli in moto. Langdon aveva sentito vibrare la gomma sotto la schiena e aveva visto il soffitto muoversi.
Che Dio mi aiuti…
Prima di venire inghiottito dal buco nel muro, aveva lanciato un’ultima occhiata a Bellamy, che varcava di corsa la porta del deposito e se la chiudeva alle spalle. Un attimo dopo era scivolato nelle viscere buie della biblioteca, proprio mentre sulle scale cominciava a danzare il primo raggio rosso del laser.
60
La guardia giurata dell’istituto di vigilanza Preferred Security controllò l’indirizzo di Kalorama Heights scritto sul modulo. Qui? Il cancello che aveva davanti dava accesso a una delle proprietà più grandi e belle del quartiere: sembrava strano che il 911 avesse appena ricevuto una chiamata urgente che la riguardava.
Quando le segnalazioni non erano confermate, prima di chiamare la polizia il 911 allertava i vigilanti di zona. La guardia lavorava per uno stipendio da fame per una ditta il cui motto era: "La vostra prima linea di difesa", ma che avrebbe benissimo potuto essere: "Falsi allarmi, mitomani, animali smarriti e lamentele di vicini rompiscatole".