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Quella sera, come al solito, era intervenuta sul posto senza essere stata informata del motivo della chiamata. Non è di mia competenza. Il suo lavoro consisteva nel presentarsi con i lampeggianti accesi, dare un’occhiata in giro e riferire eventuali anomalie. Nella stragrande maggioranza dei casi qualcosa di assolutamente innocuo aveva fatto scattare l’allarme e bastava resettarlo con un passe-partout. In quella villa, però, non stavano suonando allarmi. Non c’erano luci accese e, dalla strada, sembrava tutto tranquillo.

La guardia suonò il campanello, ma non ottenne risposta. Digitò il codice di emergenza per aprire il cancello ed entrò nel vialetto. Lasciò la macchina in moto con il lampeggiante acceso e si avviò verso la porta principale. Suonò il campanello. Nessuna risposta. Era tutto buio e sembrava non ci fosse nessuno.

Di malavoglia, accese la torcia e si preparò a fare il giro della casa, come voleva la procedura, per controllare porte e finestre e vedere se ci fossero segni di effrazione. Aveva appena svoltato l’angolo, quando sulla strada passò una limousine nera, che rallentò un istante e poi proseguì. Vicini ficcanaso!

La donna completò lentamente il suo giro senza notare niente di strano. La casa era più grande di quanto immaginasse e durante la ricognizione le era venuto un freddo cane. Come aveva previsto, poi, era chiaro che dentro non c’era anima viva.

«Centrale?» disse al walkie-talkie. «Sono all’indirizzo di Kalorama Heights. In casa non c’è nessuno e sembra tutto a posto. Ho appena finito di controllare e non ci sono segni di effrazione. Falso allarme.»

«Ricevuto» rispose il collega. «Buonanotte.»

La guardia si rimise il walkie-talkie alla cintura e si affrettò a tornare alla macchina, infreddolita. Dopo qualche passo, però, si accorse di un particolare che prima le era sfuggito: un barlume di luce azzurrognola sul retro della villa.

Si avvicinò, incuriosita, e notò che proveniva da una finestrella bassa, a lunetta, che con ogni probabilità dava luce allo scantinato. Al vetro era stata applicata una mano di pittura opaca dall’interno. Sarà una camera oscura? Il bagliore azzurrognolo filtrava da un angolino del vetro da cui si era staccata la vernice.

La guardia si accucciò a sbirciare, ma non riuscì a vedere niente. Bussò sul vetro.

«C’è nessuno?» gridò.

Non ottenne risposta. Bussò di nuovo e questa volta dal vetro si staccò una chiazza di pittura più grande, lasciandole vedere l’interno. La donna si protese in avanti, avvicinando la faccia alla finestrella per controllare meglio. E rimpianse subito di averlo fatto.

Oddio! Che roba è?!

Scioccata e inorridita, rimase li ferma ancora un attimo a guardare la scena, poi cercò il walkie-talkie con la mano che tremava.

Non fece in tempo.

I dardi di uno storditore la colpirono alla nuca e tutti i suoi Muscoli si contrassero. In preda a un dolore lancinante, cadde a faccia in giù, senza neppure riuscire a chiudere gli occhi.

61

Non era la prima volta che Warren Bellamy veniva incappucciato. Come i suoi fratelli di loggia, aveva indossato il copricapo rituale durante l’ascesa ai gradi più alti della massoneria. In tali occasioni, però, si trovava tra amici fidati. Quella sera, invece, era tutt’altra faccenda: lo avevano legato, gli avevano messo un sacchetto sulla testa e lo stavano guidando a spintoni lungo i corridoi del deposito della biblioteca.

Gli agenti avevano cercato di costringerlo con le minacce a dire dove fosse Robert Langdon. Sapendo di non avere più l’età per sopportare certi maltrattamenti, Bellamy aveva risposto subito. Con una bugia.

"Langdon non è mai sceso quaggiù con me!" aveva detto, affannato. "Gli ho suggerito di andare nella balconata e di nascondersi dietro la statua di Mosè. Non so dove sia adesso, però." Doveva essere stato convincente, perché due agenti erano partiti di corsa all’inseguimento. Altri due, invece, erano rimasti lì con lui e lo stavano accompagnando via in silenzio.

Il suo unico sollievo era sapere che Langdon e Katherine stavano portando al sicuro la piramide. Presto Langdon sarebbe stato contattato da una persona che avrebbe potuto offrirgli protezione. 77 puoi fidare. Costui sapeva molte cose riguardo alla piramide massonica e al segreto che nascondeva, ovvero le coordinate di una scala a chiocciola che portava ad antiche conoscenze lì custodite da tempo immemorabile. Bellamy era riuscito a contattarlo mentre scappavano dalla sala di lettura ed era certo che avrebbe compreso il suo breve messaggio.

Mentre gli agenti lo scortavano, incappucciato, per i meandri della biblioteca, Bellamy pensava alla piramide di granito e alla cuspide d’oro che Langdon aveva nella borsa. È passato molto tempo dall’ultima volta in cui quei due oggetti sono stati insieme nella stessa stanza…

Bellamy non avrebbe mai più scordato quella notte travagliata. La prima di molte, per Peter. Lui era stato invitato nella villa dei Solomon in Potomac per il diciottesimo compleanno di Zachary. Per quanto ribelle, il ragazzo era un Solomon e questo comportava che, quella sera, secondo una tradizione familiare, ricevesse la sua eredità. Bellamy era uno dei più cari amici di Peter, oltre che suo fratello massone, e perciò gli era stato chiesto di essere presente. Non era solo al trasferimento di un’ingente somma che avrebbe assistito, tuttavia: l’eredità dei Solomon non consisteva soltanto di denaro.

Bellamy era arrivato presto ed era stato fatto accomodare nello studio privato di Peter. Era un ambiente molto elegante, che profumava di cuoio, fuoco di legna e foglie di tè. Warren era già seduto quando Peter era arrivato con il figlio. Nel vedere Bellamy, Zachary si era rabbuiato. "Cosa ci fa lei qui?"

"Sono venuto in veste di testimone" aveva risposto Bellamy. "Buon compleanno."

Il ragazzo, magrissimo, aveva borbottato qualcosa e si era girato dall’altra parte.

"Siediti, Zach" aveva detto Peter.

Zachary aveva preso posto sull’unica sedia di fronte all’imponente scrivania in legno del padre. Solomon aveva chiuso a chiave la porta, mentre Bellamy si era accomodato un po’ in disparte.

Solomon si era rivolto al figlio in tono molto serio. "Sai perché sei qui?"

"Credo di sì" aveva risposto Zachary.

Solomon aveva fatto un lungo respiro. "So che non andiamo molto d’accordo, Zach, ma ho cercato di essere un buon padre e di prepararti a questo momento."

Zachary era rimasto in silenzio.

"Come sai, tutti i Solomon, raggiunta la maggiore età, ricevono ciò che spetta loro di diritto alla nascita, ovvero una fetta del Patrimonio di famiglia. La tradizione vuole che sia un seme… da curare, far germogliare e usare per il bene dell’umanità."

Solomon si era avvicinato alla cassaforte a muro, l’aveva aperta e aveva preso una spessa cartellina nera. "Qui c’è tutto quello che serve per trasferire legalmente il lascito che ti spetta in un conto a tuo nome." Aveva posato la cartellina sulla scrivania. "Dovrai usare questo denaro per costruirti una vita produttiva e prospera, e per aiutare il prossimo."

Zachary aveva allungato la mano per prendere la cartellina. "Grazie."

"Aspetta" lo aveva fermato il padre, posandoci la mano sopra. "Prima ti devo spiegare una cosa."

Zachary gli aveva lanciato un’occhiataccia ed era tornato ad accasciarsi sulla sedia in modo scomposto.

"Ci sono aspetti dell’eredità dei Solomon di cui ancora non sei al corrente." Peter lo guardava negli occhi. "Sei diventato maggiorenne, e questo significa che hai il diritto di scegliere."

Il ragazzo aveva alzato la testa, incuriosito.

"È una scelta determinante per il tuo futuro, per cui vorrei che ci riflettessi con grande serietà."