Il silenzio del giardino, quella notte, fu infranto da un giovane che superò di corsa il cancello di legno, chiamando a gran voce.
«C’è nessuno?» gridava, scrutando nella notte illuminata dal chiarore della luna.
La voce che gli rispose era fievole e a malapena udibile. «Sono nel gazebo… Prendevo una boccata d’aria.»
Il giovane trovò il suo anziano superiore seduto sulla panchina di pietra, con un plaid sulle spalle. Magrissimo, con la schiena curva, sembrava un elfo. L’età lo aveva ingobbito e privato della vista, ma il suo animo restava forte e risoluto.
Il giovane, che aveva il fiatone, gli disse: «Ho appena… ricevuto… una telefonata… dal suo amico… Warren Bellamy».
«Oh.» Il vecchio alzò il viso, incuriosito. «Cosa voleva?»
«Non me lo ha detto, ma aveva molta fretta. Mi ha riferito di averle lasciato un messaggio in segreteria telefonica. Si è raccomandato che lei lo ascolti il prima possibile.»
«E non ha aggiunto altro?»
«Be’, veramente…» Il giovane fece una breve pausa. «Mi ha chiesto di farle una domanda.» Una domanda stranissima. «E ha bisogno di una risposta immediata.»
Il vecchio si avvicinò. «Che domanda?»
Quando gliela riferì, il giovane vide che il suo superiore impallidiva. Si tolse il plaid dalle spalle e si alzò faticosamente in piedi.
«Aiutami a rientrare. Presto.»
64
Basta segreti, pensò Katherine Solomon.
Sul tavolo davanti a lei erano sparsi i pezzi del sigillo dì ceralacca che per generazioni aveva protetto il prezioso pacchetto di suo fratello. Tolse la carta marrone sbiadita che lo avvolgeva. Langdon la osservò, a disagio.
Dentro c’era una piccola scatola di pietra grigia, un cubo di granito levigato, senza cerniere, senza chiusure, apparentemente inaccessibile. A Katherine vennero in mente le scatole rompicapo giapponesi.
«Sembra tutta d’un pezzo» disse passando le dita sui bordi. «Sei sicuro che ai raggi X risultasse cava e con la cuspide di una piramide dentro?»
«Sicurissimo» rispose Langdon avvicinandosi a Katherine per osservare la scatola misteriosa. La guardarono da ogni angolazione cercando un modo per aprirla.
«Ho capito!» esclamò a un certo punto Katherine. Aveva trovato con l’unghia una minuscola fessura lungo uno spigolo. Posò il cubo sul tavolo e fece leva: il coperchio si alzò facilmente, come in un portagioie.
Rimasero senza fiato: l’interno della scatola pareva brillare di luce propria, quasi innaturale.
Katherine non aveva mai visto un blocco d’oro massiccio di Quelle dimensioni. Le ci volle un momento prima di rendersi conto che il metallo prezioso rifletteva la luce della lampada.
Spettacolare!» sussurrò. Sebbene fosse rimasta chiusa in una scatola di pietra per oltre un secolo, la cuspide non era né sbiadita né annerita. L’oro resiste al decadimento entropico. Anche per questo gli antichi gli attribuivano virtù magiche. Con il batticuore, si chinò ad ammirarla. «C’è un’iscrizione.»
Langdon si avvicinò sfiorandole una spalla. Nei suoi occhi azzurri brillava una luce di curiosità. Spiegò a Katherine l’antica pratica greca del symbolon — un oggetto spezzato in due parti — e le disse che la piramide era sempre stata tenuta lontana dalla sua cuspide perché solo riunendole si sarebbe potuta decifrare la scritta. L’iscrizione sulla cuspide avrebbe portato ordine nel caos.
Katherine avvicinò ulteriormente la scatola alla luce e guardò meglio.
Benché minuscola, l’iscrizione era visibilissima: una frase elegantemente incisa su una faccia della cuspide. Katherine la lesse.
E poi la rilesse.
«No!» esclamò. «Non può essere!»
Dall’altra parte della strada, il direttore Sato usciva dal Campidoglio e correva verso First Street. Il rapporto che aveva appena ricevuto dalla sua squadra era inaccettabile: Langdon era sparito, insieme con la piramide e la cuspide. Bellamy era stato catturato, però si rifiutava di parlare. Fino a quel momento, i suoi uomini non erano riusciti a fargli dire la verità.
Ci riuscirò io.
Si voltò un attimo verso il nuovo scorcio sul Campidoglio: la cupola illuminata vista sullo sfondo dell’appena inaugurato centro visitatori. Le ricordò l’importanza della posta in gioco quella sera. Sono tempi pericolosi.
Sentì partire la suoneria del cellulare e tirò un sospiro di sollievo nel vedere il nome sul display.
«Nola, cos’hai scoperto?» rispose.
L’analista Nola Kaye le diede la cattiva notizia: nelle radiografie l’iscrizione sulla cuspide della piramide risultava troppo sfocata e nessun filtro era in grado di migliorare sufficientemente l’immagine.
Merda. Inoue Sato si morse un labbro. «E la griglia di sedici lettere?»
«Ci sto ancora lavorando» rispose Nola. «Finora non ho trovato nessuno schema di criptazione applicabile. Ho lanciato un programma per riordinare le lettere della griglia in tutti i modi possibili, che però sono oltre venti trilioni.»
«Continua a lavorarci. E fammi sapere.» Sato chiuse la comunicazione, scura in volto. La speranza di riuscire a decifrare la piramide attraverso foto e radiografie stava sfumando. Ho bisogno di quella piramide e della sua cuspide… e al più presto!
Arrivò in First Street proprio mentre un suv Escalade nero con i finestrini oscurati superava la doppia linea continua per andare a inchiodare davanti al punto in cui si erano dati appuntamento. Scese un agente.
«Notizie di Langdon?» gli chiese Sato.
«Siamo fiduciosi» rispose l’uomo, calmissimo. «Sono appena arrivati i rinforzi e tutte le uscite della biblioteca sono sorvegliate. Abbiamo chiesto supporto aereo. Lo bombarderemo di gas lacrimogeno e gli taglieremo qualsiasi via di fuga.»
«E Bellamy?»
«È sul sedile dietro. Legato.»
Bene. La spalla le faceva ancora male.
L’agente le porse una busta trasparente con un cellulare, un mazzo di chiavi e un portafoglio. «Gli effetti personali di Bellamy.»
«Nient’altro?»
«Nossignora. La piramide e il pacchetto devono essere rimasti a Langdon.»
«Okay» replicò il direttore dell’OS. «Bellamy sa, ma non vuole parlare. Lo interrogherò personalmente.»
«Sissignora. Lo porto a Langley, allora?»
Inoue Sato fece un sospiro e iniziò a camminare avanti e indietro. I protocolli relativi agli interrogatori di privati cittadini americani erano rigidissimi: la legge non le consentiva di parlare con Bellamy se non a Langley con registrazione video, in presenza di testimoni, avvocati eccetera eccetera. «No» rispose cercando di farsi venire in mente un posto più vicino. E più riservato.
L’agente non replicò e rimase accanto alla macchina con il motore acceso, in attesa di ordini.
Sato si accese una sigaretta, aspirò una lunga boccata di fumo e guardò la busta che conteneva gli effetti personali di Bellamy. Nel mazzo c’era anche una chiave elettronica con la scritta USI3G.
Sato capì subito a quale istituzione pubblica desse accesso quella chiave. Era vicina e, a quell’ora, assolutamente deserta.
Sorrise e si infilò la chiave in tasca. Perfetto.
Si aspettava che l’agente rimanesse sorpreso nel sentire dove intendeva portare Bellamy, invece questi si limitò ad annuire. Impassibile, le aprì la portiera.
Sato apprezzava la professionalità.
Langdon era nei sotterranei del John Adams Building e guardava incredulo le parole elegantemente incise su una faccia della cuspide d’oro.