Una sera, Nihal notò che Megisto era strano. Laio si era già coricato e lei era rimasta a fissare le fiamme che si spegnevano nella nicchia del focolare.
Il vecchio era taciturno e rimestava le braci con un bastoncino. Nihal si sentì inquieta. Sapeva che Megisto aveva il dono della preveggenza. Di tanto in tanto, senza preavviso, il futuro si schiudeva davanti a lui e il vecchio conosceva, per un istante e in maniera nebulosa, il corso delle cose. La prima volta che si erano incontrati, Megisto aveva previsto, a modo suo, il ritorno di Soana.
«Che cos’hai? Perché sei così silenzioso?»
Il vecchio si riscosse. Gli occhi che volse verso Nihal erano cupi. La mezzelfo si spaventò.
«Perché mi guardi così? Che cosa è successo?»
Il vecchio tacque ancora e continuò a rimestare le braci. Ne usciva un fumo indolente. Nel focolare, ormai, c’era solo cenere.
«Cosa è successo? Dimmelo!»
Nihal lo scosse, ma Megisto non si scompose. Con delicatezza si sciolse dalla sua stretta e si voltò verso di lei. «Prima di partire, Sennar mi ha chiesto di avere cura di te e di non farti preoccupare per lui.»
Lei iniziò a sentire qualcosa che le saliva alla gola, un oscuro presagio che lentamente prendeva consistenza.
«Credo di non poterlo più fare» aggiunse mesto il vecchio.
«Che cos’è che Sennar non mi ha detto?»
«Oggi, quando mi sono svegliato, le porte del tempo si sono schiuse e ho visto ciò che gli accadrà. Non esiste alcuna magia che possa limitare i poteri del talismano. La forza dell’unica pietra che vi è racchiusa sta già corrodendo Sennar. Quando arriverà nel santuario sarà stanco e provato. Allora morirà.»
Quella profezia cadde nel silenzio come un masso.
«Quando?» chiese Nihal con la voce strozzata.
«Non so dirlo. La visione è sempre confusa, lo sai... Presto, però, a giorni.»
«Dov’è ora?»
«Non so dove si trovi, ma so che accadrà in un ampio golfo, il golfo di Lamar. Al centro si innalzano due grossi scogli. Lì.»
Nihal prese la spada e iniziò a raccogliere le sue cose. Scosse Laio, che non dava segni di volersi svegliare, e si voltò di nuovo verso Megisto. «Perché non mi hai detto che mi aveva mentito?» chiese con rabbia.
«Sai per quale ragione Sennar è venuto con te. Ho voluto assecondare il suo desiderio. L’ho fatto finché ho potuto.»
Nihal e Laio balzarono su Oarf appena furono pronti, quando l’alba aveva iniziato da poco a rischiarare il cielo.
«Grazie» mormorò la mezzelfo al vecchio, prima di alzarsi in volo.
Ma Megisto era già tornato a essere roccia.
Aymar dovette usare tutta la sua capacità di persuasione, che a dire il vero era assai limitata, e tutto il suo buon senso per convincere Sennar ad attendere l’alba per partire.
Appena il sole iniziò a colorare l’oriente, il mago si fiondò nella stanza del Cavaliere e lo buttò giù dal letto. «È ora di andare» disse.
Lo trascinò ancora mezzo addormentato fino al drago e spiccarono il volo.
Sennar sperava che Aymar lo conducesse su una delle Arshet, ma il Cavaliere gli disse che non era possibile. Il drago lì non avrebbe potuto atterrare: non c’era uno spiazzo dove posarsi e gli scogli erano affilati e taglienti. Avrebbe dovuto accontentarsi di arrivare con il drago fino a Lamar; da lì avrebbe preso una barca. Per fortuna il conte gli aveva dato qualche soldo.
Giunsero a Lamar quando il sole era già calato da un paio d’ore. Sennar balzò giù dal drago, si congedò da Aymar quasi senza ringraziarlo e scappò via, diretto al porto.
La città era vasta, un dedalo di vicoli che sfociavano in piccole piazze, e Sennar per poco non si perse. Quando finalmente arrivò alla banchina del porto, lo accolse una selva di navi alla rada. La luna era alta, a quell’ora sarebbe stato difficile trovare una barca. Al quinto imbarcadero, però, il mago incontrò un’anima pia che volle starlo a sentire.
«Una barca? A quest’ora?» chiese il vecchietto a cui si era rivolto. Era curvo, per il peso degli anni, e completamente calvo. «Per fare cosa?» aggiunse, mentre avvolgeva una gomena con le mani callose e scheletriche.
«Devo andare alle Arshet» spiegò Sennar frettoloso. «Di soldi ne ho» aggiunse, mostrando il denaro.
«Non è questo il problema» replicò il vecchio, che diede comunque una fugace occhiata al denaro. «Navigare di notte è complicato. La sai governare una barca?»
«Non sarà poi tanto difficile...» commentò Sennar e si sentì rispondere con una sonora risata.
Quando ebbe smesso di ridere, il vecchio lo guardò di nuovo. «Più tardi c’è un gruppo di pescatori che esce in mare. Meglio se ti unisci a loro.»
«Dove li trovo?»
«È ancora presto» disse il vecchio. «Non so di dove sei, ma dalle nostre parti a quest’ora si cena.»
Come se avessi tempo per mangiare...
I pensieri di Sennar furono smentiti dal suo stomaco, che si mise a brontolare. Il mago arrossì.
Il vecchio lo guardò divertito. «Senti, ragazzino, mi sembri piuttosto male in arnese e così combinato non andrai lontano. Perché non ceni con me? Dopo ti porterò da un mio amico pescatore.»
«Non so se i soldi basteranno per la barca e la cena...»
Il vecchio cambiò espressione. «Ma da dove vieni? Qui nella Terra del Mare siamo ospitali, quindi non uscirtene con discorsi idioti.» Poi spalancò la porta e lo fece entrare nella sua capanna, affacciata sul molo.
Gli offrì una zuppa di pesce, la stessa che anche sua madre gli cucinava spesso. Il profumo e il sapore di quel piatto riportarono alla mente di Sennar molti ricordi e lo addolorò non avere il tempo per andare al suo villaggio, a trovare la madre.
Poi venne l’ora. Uscirono e mentre camminavano sulla banchina il vecchio fece la domanda che Sennar temeva. «Perché vuoi andare alle Arshet?»
Sennar tacque un istante. Non gli veniva in mente nessuna bugia plausibile. «Cerco una cosa, lì» bofonchiò.
«Ossia?» insistette il vecchio.
Sennar sospirò. «Mi spiace, ma è quasi un segreto... anzi, è un segreto... Non posso dirvelo.»
«Be’, ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio» concluse il vecchio con filosofia, e Sennar benedisse fra sé la riservatezza della sua gente.
Raggiunsero una banchina gremita di pescatori. Vi erano ormeggiate alcune barche, ciascuna con una lanterna a poppa che diffondeva un tenue chiarore. Il vecchio si avvicinò a uno dei pescatori, un omone nerboruto e nero quanto la notte, e stettero per un po’ a confabulare. Poi chiamarono Sennar e l’uomo, senza dire una parola, gli fece cenno di salire sulla barca. Il mago obbedì e di lì a breve salparono e presero il largo.
Il mare era calmo, perché il golfo di Lamar era riparato e le onde si infrangevano prima che potessero raggiungere la costa. Sennar guardava l’acqua scorrere placida sotto di lui e la schiena curva dell’uomo che remava.
Fu l’altro a rompere il silenzio. «Conosci la storia di questo golfo? Del perché è tondo, intendo.»
Sennar rispose di no.
L’uomo allora iniziò a spiegare. «Si racconta che in un tempo antico una popolazione felice abitasse su quella montagna e vi avesse costruito la sua bellissima città, tutta d’oro. Quel popolo era benvoluto dagli dèi, che gli avevano donato ricchezza e prosperità. Ben presto, però, la cupidigia s’impadronì dei cuori di quella gente. Non si accontentarono più della loro splendida città e della loro pace. Scesero nella valle e iniziarono a depredare e distruggere le città che incontravano sul loro cammino. Divennero potenti e temuti, mantenevano il loro dominio con il terrore e le armi, e fu questo a tradirli. Gli dèi, non potendo più tollerare quell’indegna condotta, decisero di sprofondare la loro città e di gettarli nella miseria. Fu così che, in una sola notte, abbatterono la loro montagna e la capovolsero. La città fu sommersa e al suo posto restò questo cratere tondo. Gli dèi fecero poi emergere dal mare le Arshet, immense e imponenti, elevate dalla terra fino al cielo. Nessuno è mai riuscito a salirvi, perché le pareti sono formate da gradini di roccia taglienti come lame. Ciò dimostra che non c’è uomo che possa innalzarsi fino agli dèi» concluse soddisfatto il pescatore, fissando Sennar.