Quanto ai suoi futuri allievi, non facevano che guardarlo infastiditi. Era evidente che quei ragazzini incapaci non avevano alcun rispetto per lui.
Ido cercò comunque di svolgere il lavoro con imparzialità. Osservava gli allievi, cercava di ignorare i commenti e le occhiatacce, dispensava persino qualche consiglio, accolto di solito con borbottii poco convinti.
Quando scartava qualcuno, notava a volte sguardi carichi d’ira.
Curioso come siano tutti ansiosi di rimetterci le penne quando non hanno mai combattuto, e come invece diventino pavidi non appena sentono l’odore della battaglia.
Dei centocinquanta allievi che Ido aveva esaminato, in una settimana ne rimasero solo sessanta. Parsel invece ne aveva selezionati un centinaio, ma si trattava soltanto di una prima scrematura. Come ultimo passo, avrebbero combattuto con ciascuno dei ragazzi per testarne le capacità.
Dopo la prima fase delle selezioni, il clima all’Accademia si fece ancora più teso. Quando Ido si muoveva fra i corridoi, ovunque si girasse c’erano capannelli di ragazzini che discutevano a mezza voce. Lo gnomo era stanco di tutti quei commenti e degli sguardi di supponenza che gli venivano rivolti.
Oltretutto, Parsel non riceveva il medesimo trattamento. C’era stato qualche allievo scontento del suo giudizio, ma tutto si era sempre risolto con un’amichevole chiacchierata, mentre le decisioni di Ido venivano messe ogni volta in discussione.
Lo gnomo però non era tipo da tenersi per sé le sue angustie; se aveva un sassolino nella scarpa, se lo levava il più presto possibile.
Così, una sera, la situazione degenerò.
Ido sorbiva la sua zuppa nella sala del refettorio e cercava di estraniarsi dal consueto borbottio che lo circondava. Intuiva che se si fosse messo ad ascoltare avrebbe colto discussioni poco piacevoli e non aveva intenzione di perdere tempo a litigare. Voleva solo concludere il suo incarico e andarsene da quel posto. Due allievi, però, parlavano a voce troppo alta e troppo vicino a lui. Se li ricordava, li aveva esaminati la sera prima. Uno dei due, un ragazzo allampanato dai capelli così biondi da sembrare albino, non era stato ammesso all’ultima prova.
«Mi ha scartato...»
«Non ci pensare, avrai altre occasioni in futuro.»
«La guerra non aspetta certo me.»
«La guerra è ben lontana dal concludersi.»
«Dici così perché tu sei stato scelto. Non ha capito niente di me, quel tizio, proprio niente. Sono sempre stato lo spadaccino migliore della mia classe.»
«Sst, non alzare la voce, che ti sente...»
«E che mi senta, quell’idiota. Sarebbe stato meglio se fossi capitato con il maestro Parsel.»
Ido posò il cucchiaio e si voltò con calma verso l’allievo. «Ripeti quel che hai detto» disse in tono tranquillo.
I due ragazzi ripresero a mangiare.
Lo gnomo allora si alzò, andò da loro e toccò su una spalla l’allievo che aveva scartato.
Un tremito percorse il corpo del ragazzo, che però si voltò fingendo indifferenza. Aveva occhi chiarissimi, mani nervose e un’irritante espressione strafottente.
«Dico a te. Abbi il coraggio di ripetere anche a me quello che hai detto al tuo amico. Dimmelo in faccia.»
Il silenzio scese su tutto il refettorio.
Il ragazzo rimase dubbioso per qualche istante, poi assunse un’espressione decisa. «Ho detto che avete sbagliato a scartarmi alle selezioni» disse in tono supponente. Il suo amico gli diede una gomitata, ma lui lo ignorò.
Ido sorrise. «Non immaginavo che ne sapessi più di me, che combatto da quarant’anni, su quali siano le doti del bravo guerriero.»
«L’esperienza non può certo migliorare un mediocre combattente.»
A un tavolo poco distante, un maestro si alzò. «Dohor! Ti sembra il modo di rivolgerti a un tuo superiore?»
«No, lascia che il piccoletto si sfoghi» disse Ido, senza smettere di sorridere. Si rivolse di nuovo a Dohor. «Ti hanno mai detto che il coraggio lo devi conservare per la battaglia, piuttosto che usarlo per fare lo spaccone?»
Dohor si alzò in piedi. «Io non faccio lo spaccone! Sono perfettamente consapevole delle mie forze e di essere pronto per la battaglia. Tutti qui dentro possono confermare che sono il primo della mia classe, tutti conoscono la mia abilità con la spada e tutti pensano quel che penso io: che è una cosa indegna essere giudicati da uno come voi.»
Il silenzio si fece imbarazzato.
«Questo linguaggio è intollerabile!» tuonò ancora il maestro.
«Me la vedo io» rispose calmo Ido. Tornò a guardare Dohor. «Mi sembrava di averti chiarito la situazione, il giorno in cui mi sono presentato. Non so che farmene di damerini come te, che combattono con il libro di tecnica in mano, gente con la testa piena di solenni idiozie sui duelli e sull’onore. Ma vedo che sei più stupido di quanto credessi. Perfetto, non ti fidi del mio giudizio? Non sia mai che io non sappia mettere in dubbio le mie valutazioni. Prendi la tua arma e seguimi fuori.»
Il ragazzo rimase al suo posto.
«Mi hai sentito? Andiamo nell’arena, lì mi mostrerai quel che sai fare.»
Dohor guardò il suo maestro, seduto al tavolo assieme agli altri insegnanti, ma ne ricevette solo un’occhiata perplessa.
Fu Parsel a intervenire. «Ido, il ragazzo ti ha evidentemente mancato di rispetto e sarà punito. Tu però non metterti al suo livello...»
«Non mi sto mettendo al suo livello» replicò Ido in tono seccato. «Vuole una seconda possibilità? D’accordo, gliela concedo. Se è il grande guerriero che dice di essere, me lo dimostri e venga fuori con me. Anzi, venite fuori tutti e giudicate voi stessi.» Guardò di nuovo Dohor. «Ti aspetto tra dieci minuti nell’arena.» Quindi uscì dal refettorio e andò nella sua stanza a prendere la spada.
Mentre percorreva i corridoi deserti, non si sentiva irato, né offeso. Era calmo, forse solo un po’ rattristato. Avrebbe potuto combattere una vita intera, ma non sarebbe bastata a conquistargli il rispetto altrui.
In meno di dieci minuti fu fuori. L’arena era già gremita, ma Dohor ancora non c’era.
Alla fine arrivò, pallido come un cencio. Indossava un giustacuore in cuoio e al fianco gli dondolava una spada che aveva tutta l’aria di essere il classico cimelio di famiglia. Ido aveva visto giusto. Un rampollo viziato di qualche borioso comandante.
Parsel tentò l’ultima mediazione. «Ido, non farai altro che renderti ridicolo... Insomma, è un ragazzino che è andato troppo oltre, tutto qui. Gli altri maestri non vedono di buon occhio questa tua alzata di ingegno.»
«Se l’avesse fatto uno qualunque di voi, sareste tutti qui ad applaudire i suoi metodi educativi. Risparmiami la predica, sai bene che sto facendo la cosa giusta e sai altrettanto bene che non si tratta semplicemente di un ragazzino che si è spinto oltre.»
Parsel tacque e rinunciò ai suoi propositi.
L’allievo si fermò al centro dell’arena e rimase perplesso al suo posto.
«Be’? Hai intenzione di combattere o cosa?» lo provocò Ido.
«Non siete in posizione d’attacco...»
«Tra i fammin non si usa... Un gran guerriero come te dovrebbe saperlo. Forza, fatti sotto.»
Dohor partì con un potente affondo e a Ido bastò semplicemente scostarsi. Il ragazzo dovette intuire mentre vibrava il colpo che la strategia non era vincente, così tentò subito dopo un colpo laterale. Ido si limitò a saltare e Dohor perse l’equilibrio. Lo gnomo quindi gli puntò la spada alla gola.
«To’, sembra che io abbia vinto. Ma forse eri distratto, non hai avuto il tempo di mostrarmi le tue grandi doti. Mettiamola così, la faremo al meglio di tre assalti, va bene?»
Il ragazzo doveva iniziare a rendersi conto del pasticcio in cui si era cacciato, perché annuì poco convinto.
I due si separarono. Anche questa volta, Ido rimase fermo al suo posto e Dohor tentò di attaccarlo. Provò con un colpo dall’alto, ma lo gnomo si spostò lateralmente e lo schivò. Da quando quella farsa era iniziata, non aveva usato la spada neppure una volta. Dohor tentò ancora, e ancora, ma Ido era sfuggente come un furetto. Poi, lo gnomo inferse un rapido colpo alla spada del suo avversario e quella volò via lontano. Ancora una volta, puntò l’arma alla gola del ragazzo.