Le sembrò di correre per un’eternità. L’aria aveva assunto una strana consistenza, la avvolgeva come una coperta, come fosse acqua. Inciampò in qualcosa e cadde a terra. Fu allora che sentì il nodo che aveva in gola sciogliersi e si abbandonò a un pianto senza freni. Mille pensieri le affollavano la mente: l’immagine di Vrašta che moriva sorridendo, la strage appena compiuta nel bosco, i suoi amici che combattevano da soli, Laio ferito e torturato, Sennar.
Pianse così a lungo che credette che non avrebbe mai smesso, che sarebbe rimasta per sempre sola nel buio a versare le sue lacrime.
Fino a quando non sentì una voce: «Chi sei?».
19
Goriar o della colpa
Laio si sforzò di riaversi dal sonno e si mise in posizione d’attacco, con la spada in mano. Sentiva i passi farsi sempre più rapidi e distinti.
«Sei sicuro di poter combattere?» chiese Sennar. «Le tue ferite non sono ancora guarite del tutto.»
Laio sorrise, ma non abbandonò la posizione. «Sono stanco di fare il peso morto. Non sono venuto fin qui per farmi difendere.»
Sennar ricambiò il sorriso, si voltò e preparò la formula che avrebbe recitato all’arrivo dei fammin.
I passi si fecero più vicini, accompagnati da una voce che urlava a squarciagola il nome di Vrašta. La voce di un uomo. Laio strinse la spada. L’ultima volta che aveva combattuto non aveva dato gran prova del suo valore, ma ora sarebbe stato diverso.
Dagli alberi innanzi a loro sette fammin fecero irruzione nella radura. Sennar lanciò su di loro un incantesimo e riuscì a metterne uno fuori combattimento. Gli altri restarono disorientati e questo permise al mago di organizzare la difesa. Attirò quattro dei sei fammin verso di sé, eresse una debole barriera difensiva e iniziò la battaglia.
Laio approfittò della confusione e colpì a tradimento uno dei nemici. Quindi iniziò a battersi. Fu come se in un istante gli fosse tornato alla mente tutto ciò che aveva imparato all’Accademia. Parava e assaltava con precisione, concentrato. Sapeva che fra i suoi nemici potevano esserci degli Errati, ma non volle pensarci.
Il primo fammin era ancora a terra e lo scudiero poté dedicarsi al secondo. Era forte e molto più abile di lui nel combattimento, ma Laio aveva dalla sua l’ardore e l’agilità. Fu ferito a un braccio, approfittò di una distrazione del fammin e lo colpì.
Quando vide il nemico cadere, Laio esultò. Ce l’aveva fatta. Aveva difeso Nihal.
All’improvviso, un colpo di spada lo raggiunse alla gamba e lo scudiero capì che i conti con il secondo fammin non erano chiusi. Riprese a combattere. Erano entrambi feriti, ma lo scudiero usciva da una lunga convalescenza. Presto i dolori dei vecchi tagli tornarono a farsi sentire, la vista si annebbiò e ogni colpo gli parve più duro del precedente.
Con la forza della disperazione menò un deciso fendente e il fammin crollò a terra. Laio cadde in ginocchio, senza fiato. Sollevò lo sguardo e vide Sennar ancora alle prese con due fammin; altri due erano ai suoi piedi.
«Vengo da te!» urlò Laio al mago e fece per alzarsi. In quell’istante sentì un dolore improvviso alla schiena e il suo corpo non gli obbedì più.
«Credo proprio che tu abbia finito di fare l’eroe» disse una voce dietro di lui.
Laio si abbatté al suolo senza un lamento. L’uomo a capo della truppa di fammin l’aveva preso alle spalle e ora era in piedi accanto a lui, con un sorriso stampato sul viso.
Sennar aveva sentito il grido di Laio e si era voltato appena in tempo per vederlo cadere a terra. Fu invaso dalla stessa ira che aveva provato a Seferdi, non vide più altro che il corpo del ragazzo a terra e il sorriso sul volto di quell’uomo, di quel traditore.
Con un balzo schivò un colpo del nemico e corse dallo scudiero. Aveva gli occhi chiusi e una larga macchia di sangue sulla schiena.
I fammin si fermarono e l’uomo avanzò verso Sennar. «È inutile che provi a difenderti» disse, quindi alzò la spada per colpirlo.
D’un tratto si bloccò, il braccio a mezz’aria. Una strana salmodia usciva dalle labbra del mago; un raggio verde partì dalla sua mano e l’uomo cadde al suolo, senza più vita.
Sulla piana scese un silenzio mortale. I fammin restarono al loro posto. Ora che non c’era più nessuno a dare ordini, non sapevano che fare. Sennar cominciò a recitare una formula, dapprima a bassa voce, poi in un tono sempre più alto, e fra le sue mani comparve un piccolo globo d’argento luminoso. Il globo crebbe e quando fu abbastanza grande, con un urlo Sennar lo lasciò andare.
Quella che aveva appena recitato per la prima volta in vita sua, spinto dalla forza dell’odio che aveva scoperto dentro di sé, era una formula proibita.
La luce inondò lo spazio intorno a lui, nel raggio di dieci braccia, e quando scemò vi erano solo cenere e corpi carbonizzati. Non più alberi, non più nemici.
In quel silenzio irreale Sennar sentiva soltanto il proprio respiro affannoso. Gli parve di aver sconfinato nella follia, di essere sprofondato negli abissi dell’inferno. Ritornò in sé quando ebbe la consapevolezza di aver ucciso per la prima volta in vita sua, e provò orrore quando si rese conto che la cosa non solo non gli dispiaceva, ma gli dava una gioia selvaggia. Guardò Laio.
Una lunga ferita di spada attraversava da parte a parte la schiena del ragazzo e il suo volto era terreo. Sennar gli appoggiò una mano sul collo. Era ancora vivo, non tutto era perduto.
Il mago si guardò intorno, cercando di non indugiare su quel che restava dell’uomo e dei fammin. Si sforzò di riflettere. L’incantesimo che aveva usato era visibile a molte leghe di distanza, a maggior ragione in una Terra dove l’oscurità era perenne. Qualcuno doveva averlo scorto, non era prudente rimanere lì. Non poteva cercare di curare Laio, perché non aveva abbastanza energie. Il combattimento contro i fammin prima e la formula proibita poi gli avevano sottratto tutte le forze magiche. Non restava che andarsene. Sarebbe stato meglio nascondere i cadaveri, ma non c’era tempo e al solo guardarli Sennar inorridiva. Quindi prese Laio in braccio e iniziò a correre alla ricerca di un luogo sicuro.
Corse come un disperato, a lungo, e più di una volta ebbe l’impressione di passare per un luogo dov’era già stato. Infine intravide una tana, un buco nel terreno. Non aveva un aspetto molto rassicurante, però era grande abbastanza per loro due. Prima vi introdusse Laio, poi entrò e depose il suo amico a terra.
Un tempo quella doveva essere stata la tana di qualche animale, perché sul suolo erano sparse delle ossa e in un canto c’era un giaciglio di foglie. Lì Sennar stese Laio, prono, poi si appoggiò alla parete e cercò di recuperare le forze.
Non appena ebbe chiuso gli occhi, gli tornarono alla mente le immagini della battaglia: Laio che cadeva a terra, il ghigno dell’uomo che aveva ammazzato, la strage che egli stesso aveva compiuto. Non aveva mai ucciso nessuno prima di allora, nemmeno il mago che aveva attentato alla vita di Nereo, e si sentì perduto, sconvolto dal pensiero della facilità con cui l’aveva fatto in quell’occasione. Nella mente gli vorticavano parole sentite tempo prima da Soana e dagli altri suoi maestri: uccidere un uomo è il massimo sovvertimento della natura, la magia del Tiranno è basata sull’omicidio. Aveva usato una formula proibita, una delle peggiori, aveva ceduto la sua anima all’inferno. E in fondo al cuore, ancora gioiva della strage. L’orrore lo sopraffece.
Dopo circa un’ora si sentì pronto per un incantesimo. Prima mandò un messaggio a Nihal, quindi si chinò su Laio e pronunciò la formula più potente che le sue forze gli consentivano. Fu in quel momento che si accorse della gravità della ferita: attraversava tutta la schiena ed era piuttosto profonda; inoltre Laio aveva perso molto sangue. Sennar iniziò a curarlo, ma scoprì che la ferita era refrattaria alla magia. Non si diede per vinto e continuò a recitare l’incantesimo, richiamando verso le sue mani, ora calde e luminose, tutte le forze che gli erano rimaste.