Si alzò e costrinse Nihal a fare lo stesso. «Dobbiamo andare, mi sembra di sentire dei passi.»
Ripresero la loro strada.
Marciarono nel buio in silenzio, uno dietro l’altra, con i sensi vigili. Più di una volta dovettero nascondersi nel bosco, dietro qualche cespuglio, perché avevano udito dei passi o un rumore sospetto. Erano stanchi di uccidere e non erano in vena di combattere. A Nihal ora la spada, che le sbatteva sulla coscia durante il cammino, sembrava un peso. Sennar era ferito, ma avendo esaurito le forze magiche non poteva curarsi e si limitava a medicarsi con alcune erbe che aveva visto usare a Laio.
In tre giorni di marcia giunsero presso il Ludanio, il grande fiume che tagliava in due la Terra della Notte. Si preannunciò con un largo greto asciutto, irto di pietre aguzze. Un tempo doveva essere stato un fiume imponente, ma ora era quasi del tutto prosciugato e al suo posto c’era quel letto pietroso, che si estendeva per un paio di miglia. Lo attraversarono più rapidi che poterono: allo scoperto erano una facile preda.
Poi il fiume si presentò ai loro occhi. Le sue acque torbide e maleodoranti scorrevano pigre, fra l’erba rinsecchita della riva. A Nihal ricordò il fiumiciattolo di liquami che circondava Salazar, nel quale si era gettata il giorno della morte di suo padre. Non si fermarono a riposare, ripresero subito il cammino e attraversarono l’altro lato del greto asciutto. Questa volta la marcia allo scoperto durò un giorno intero e quando si trovarono di nuovo fra gli alberi moribondi di quella che era stata la Foresta di Mool, tirarono un sospiro di sollievo.
Continuarono ad avanzare nel bosco. Riposavano solo quando erano sfiniti e più di una volta, mentre uno dei due dormiva, furono costretti a riprendere la marcia perché avevano udito voci o passi. Compirono quel viaggio desolante in silenzio, ma non era il silenzio di chi non ha nulla da dirsi. Tacevano perché sapevano che condividevano il medesimo dolore e che nessuna parola avrebbe potuto recare loro conforto.
Il viaggio continuò così per dieci giorni. Avanzavano in una boscaglia sempre più fitta di alberi morti e rovi secchi irti di spine, ma non furono più sorpresi da passi e voci improvvise. Evidentemente i loro nemici avevano deciso di cercarli altrove.
Erano esasperati dall’oscurità, da quell’ombra perpetua insopportabile. Pareva di sentire nell’aria odore di stantio e di chiuso, come se il buio avesse fatto ammuffire ogni cosa. Così, quando riguadagnarono la luce, sembrò loro di tornare finalmente a respirare. Il decimo giorno, infatti, intravidero un lieve chiarore illuminare l’ovest, come una pallida alba paradossale, che spuntava a occidente invece che a oriente.
«Siamo quasi al confine» disse Sennar. «È meglio che interroghi il talismano.»
A mano a mano che procedevano, il chiarore si faceva più intenso, conferendo contorni più netti a ciò che li circondava: il profilo degli alberi si stagliava preciso contro il cielo, si iniziavano a intravedere tenui colori. Era come nascere di nuovo e il mondo sembrava diverso da come lo conoscevano; persino la desolazione in cui erano immersi alla luce appariva più rassicurante. La foresta iniziò ad animarsi, come se si risvegliasse da un lungo sonno: chiazze di verde si aprivano all’improvviso tra felci ingiallite, rami coperti di foglie si levavano tra le fronde secche.
Il giorno seguente la luce era abbastanza intensa e la vegetazione sempre più rigogliosa. Camminavano in silenzio, Sennar innanzi e Nihal dietro, quando il mago d’un tratto si fermò.
«C’è qualcosa che non va?» chiese Nihal, la mano già sull’elsa della spada.
Sennar si voltò, sul suo volto era stampato il primo sorriso da molto tempo. «Aspetta qui» disse e si gettò tra i cespugli.
«È successo qualcosa?» chiese di nuovo Nihal, mentre sguainava la spada.
«Non ti preoccupare!» le rispose una voce lontana.
Nihal restò sola nel bosco con la spada in pugno, senza sapere cosa fare. Guardava preoccupata nella direzione in cui il mago era scomparso e quando non sentì più alcun rumore lo chiamò, ma non ricevette risposta.
«Sennar!» gridò ancora. «Sennar!»
In quel momento lo vide uscire dagli arbusti. Aveva alcuni graffi sulle guance e le mani arrossate dai tagli; le teneva unite a coppa e si stringeva qualcosa al petto.
Nihal gli corse incontro. «Si può sapere cosa sta succedendo?» chiese irritata.
Sennar sorrise ancora e dischiuse le palme. Nihal intravide qualcosa di rosso.
«Cosa...?»
«È passato tanto tempo che non ricordi più quando andavamo nella foresta a coglierli?» chiese Sennar. «Sono lamponi.»
Quei frutti le riportarono alla mente molti ricordi. Guardò Sennar e le parve di rivederlo com’era quando l’aveva conosciuto, prima che tutta quella storia avesse inizio. Gli appoggiò una mano sulla guancia. «Non voglio più che ti faccia del male per me...» disse, mentre sfiorava un graffio, poi lo abbracciò.
Si sedettero a mangiare i lamponi. Mentre quel sapore intenso, dolce e al contempo un po’ asprigno, gli riempiva la bocca, Sennar tornò a essere sereno dopo molto tempo. Aveva perduto la speranza e aveva voluto immergersi nel dolore fino in fondo, ma ora sentiva che era tempo di risalire, di ricordare le ragioni di quel viaggio. Il mondo dove aveva la ventura di vivere non era perfetto, e neppure lui lo era, soprattutto ora. Eppure c’era sempre qualcosa o qualcuno che aveva bisogno di essere salvato, che non meritava di scomparire. Non doveva permettere all’odio di sopraffarlo ancora, doveva serbare la fiducia e non arrendersi. Se ci avesse creduto, alla fine forse dalle macerie sarebbero riusciti a creare una nuova epoca.
Guardò Nihal, che mangiava i lamponi in silenzio.
«Non ti devi abbattere» le disse a un tratto. «È un momento disperato, ma se anche noi ci facciamo prendere dallo sconforto è finita.»
Nihal smise di mangiare. «Non riesco a non pensare a Laio, a tutto quello che abbiamo fatto insieme. Mi manca tanto...»
Sennar guardò a terra. «Laio è morto dopo aver raggiunto il suo scopo. Ti ha protetta, ha sconfitto la sua paura ed è diventato un guerriero.» Alzò lo sguardo su di lei. «Dobbiamo andare avanti e accettare il dolore, per lui prima di tutto. Quando hai lasciato Thoolan hai fatto una scelta, hai scelto la vita. Non rendere inutile quella decisione.»
A quel punto Nihal raccontò al mago di quando aveva ucciso Vrašta e della battaglia prima di giungere al santuario. «Sono stanca del sangue, della morte, della guerra. Sono stanca di uccidere» concluse e il suo tono era più sereno.
Sennar distolse gli occhi da lei e guardò a terra. Nihal lo osservò preoccupata, poi anche lei abbassò lo sguardo. «Se non fosse drammatico, sarebbe quasi buffo...» mormorò il mago.
«Che cosa?»
Sennar levò gli occhi. «Nella radura in cui abbiamo combattuto io e Laio, ho ucciso un uomo e i fammin che erano con lui.» Esitò. «Ho usato una magia proibita.» Nihal alzò di scatto la testa. «Non l’ho fatto per difendere me o Laio, l’ho fatto solo per la smania di uccidere, perché desideravo che non rimanesse nulla di loro.» Pronunciò quelle parole con rabbia, ma anche con una sorta di tragica calma. Sapeva che Nihal poteva capirlo, che condivideva il suo stesso dolore. «Come vedi, mentre tu scoprivi l’orrore dell’uccidere, io ne sperimentavo la voluttà» concluse il mago con un triste sorriso.
Nihal lo guardava in silenzio.
«Ora anch’io sono un assassino, ma non lascerò che questo mi impedisca di andare avanti, non finché ci sarà qualcuno che ha bisogno di me.»
Le sue parole si spensero sulla spalla di Nihal, che gli si era buttata al collo e lo stringeva con forza.
Anche lui la abbracciò, le accarezzò la schiena, seguì la morbida curva della spina dorsale, risalì verso le spalle, quindi si soffermò con dolcezza sul collo, sotto l’attaccatura dei capelli. In quel momento sentì di avere bisogno di lei, provò il desiderio di esserle il più vicino possibile. Stava per baciarla, quando Nihal d’improvviso si allontanò e si sciolse dall’abbraccio. Era rossa in volto e non ebbe il coraggio di guardarlo. Anche Sennar abbassò lo sguardo e chiuse gli occhi. Ritrovò la calma, si diede dello stupido e si mise in bocca un paio di lamponi, sempre con lo sguardo basso.