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L’alba trovò l’esercito schierato a battaglia. Il cielo era plumbeo e scendeva una pioggerellina sottile. Il campo risuonava del rumore sordo dell’acqua che cadeva sulle tende e sulle armature.

Ido respirò a fondo. Innanzi a loro, il nemico era una marea grigia punteggiata dal nero dei Cavalieri di Drago. Uno, due... tre. Tre Cavalieri. Almeno da quel punto di vista erano pari. Anche da quella distanza lo gnomo distingueva Deinoforo, rosso come il fuoco. Era davanti a tutti, dunque avrebbe comandato lui le truppe.

Lo gnomo guardò oltre. Centinaia di fammin irrequieti e dietro di loro le bestie alate, che levavano i loro stridii. Infine, i fantasmi. Molti, come al solito. Ido non li guardò a lungo, ancora non era riuscito ad abituarsi a quella vista. La sua mente non sapeva confrontarsi con quell’orrore.

Diedero l’ordine di prepararsi. Ido sguainò la spada e ritrovò una calma improvvisa.

Finalmente.

I fammin levarono il loro urlo di guerra. Qualche ragazzo dietro Ido diede segni di insofferenza.

«È tutta scena, non preoccupatevi» cercò di tranquillizzarli.

Un attimo di silenzio precedette l’inizio. Era sempre così. Un silenzio lungo un’eternità, durante il quale ciascuno era investito da migliaia di pensieri. La vita, la morte, gli amici, gli amori... Nella mente di Ido c’era posto solo per una chiazza rosso fuoco.

Poi l’ordine di attacco, e la battaglia ebbe inizio.

22

Duelli

Lo scontro tra i due eserciti fu violento e la battaglia infuriò sanguinosa fin dall’inizio. Come previsto, Ido dovette vedersela con gli uccelli di fuoco e contemporaneamente dare ordini ai suoi. Da principio l’assalto delle nuove truppe di Ido fu indeciso; i ragazzi restarono titubanti di fronte alla marea di fammin che avanzava, così lo gnomo fu costretto a difenderli dai primi attacchi.

«Non posso farvi da balia in eterno! Forza!» li spronò.

Aprì loro la strada con una fiammata di Vesa, quindi riprese a occuparsi della situazione in cielo.

Combattere con la pioggia non gli piaceva. A Vesa costava fatica volare e l’acqua diminuiva la visibilità. In un attimo, però, Ido si concentrò solo sulla battaglia. Ora era presente a se stesso, sentiva il peso rassicurante dell’elsa della spada nella sua mano e, sotto la palma, la superficie ruvida dove era stato inciso e poi grattato via il giuramento al Tiranno.

Lottò con la solita foga e gettò scompiglio fra i numerosi uccelli di fuoco. Accanto a lui, Mavern non si risparmiava. A terra, la mischia procedeva furibonda. Ogni tanto, però, lo gnomo non poteva fare a meno di gettare lo sguardo oltre le linee, in cerca di un baluginio rosso. Alla fine lo vide, lontano e indistinto. Deinoforo non era ancora sceso in battaglia. Guidava i suoi dalle retrovie, impartiva ordini e osservava la scena.

Ido avrebbe voluto gettarsi subito su di lui, ma rimandò quel piacere. Non avrebbe pregiudicato l’andamento della battaglia per la sua personale smania di duellare. Combatté a lungo in cielo, poi decise che poteva lasciare Vesa a vedersela con gli uccelli. Con un balzo fu a terra, si guardò attorno e controllò la posizione dei suoi uomini. Quindi li guidò alla carica, spada in resta, e si gettò con furia sulla marea di fantasmi che invadeva la piana, grigia nel grigio della pioggia.

I soldati combatterono corpo a corpo per ore, mentre i Cavalieri in cielo contrastavano gli uccelli di fuoco e i fanti a terra guadagnavano terreno palmo a palmo. Il tramonto non era lontano.

Le cose andavano più che bene e Ido era esaltato. A quanto poteva vedere, i suoi uomini non avevano subito molte perdite. Deinoforo adesso era più vicino, immobile sul suo drago nero sotto la pioggia. A intervalli regolari, uno sbuffo di fumo rossastro fuoriusciva dalle narici dilatate dell’animale, ma il Cavaliere guardava impassibile davanti a sé, senza muovere un muscolo.

Non vuoi venire? Allora ti verrò a prendere io. Quasi non ebbe il tempo di pensarlo, che una fiammata lo mancò di un pelo. Guardò in alto. Un Cavaliere metteva a dura prova le capacità degli allievi dell’Accademia sui draghi.

«Vesa!» chiamò. Saltò sull’animale e si gettò al fianco di Mavern contro il Cavaliere nemico.

Forse fu perché erano tutti impegnati, forse perché nel mezzo di una battaglia così impetuosa era impossibile fare da balia a un piccolo re reso folle dal dolore, ma Galla fino a quel momento era stato straordinario. All’inizio i generali avevano cercato di proteggerlo, lui, però, era una furia.

Non aveva ricevuto un vero addestramento militare e non poteva certo essere definito un guerriero provetto, ma era sostenuto dalla forza della disperazione. Si era gettato sul nemico senza esitare e se l’era cavata. Aveva ucciso molti avversari, era arrivato fino alle prime linee e anche lì, in groppa al suo cavallo, aveva continuato la strage. Sembrava così forte e invincibile che presto i generali avevano smesso di seguire le sue mosse. In fin dei conti, quell’uomo aveva scelto il proprio destino nel momento stesso in cui aveva messo piede sul campo di battaglia. Dunque, che al suo destino andasse incontro.

Ma nessuno sapeva cosa cercasse Galla, che cosa cercasse davvero. Era facile da immaginare, eppure nessuno ci aveva pensato, eccetto il nemico.

Galla guardava di continuo verso Deinoforo. Quando lo vide abbastanza vicino, galoppò contro di lui.

«Ti sfido, maledetto, ti sfido!» urlò.

Gli scagliò contro una lancia che aveva afferrato al volo. Lo mancò di parecchio e rallentò.

«Come desideri» rispose pacato il Cavaliere. Con un balzo fu a terra e lasciò che il suo drago volasse a dar man forte alle truppe in cielo. «È per tua moglie...» infierì, mentre estraeva la spada scarlatta.

Galla non rispose. Era colmo di rabbia e si sentiva forte abbastanza da vendicare Astrea.

«È giusto» aggiunse Deinoforo. «In fin dei conti è la vendetta che ci spinge tutti ad agire.»

Levò la spada in segno di saluto e Galla fece altrettanto. L’arma tremava fra le sue mani. Poi il re lanciò un grido e si avventò contro Deinoforo.

Si scambiarono le prime stoccate e con ogni probabilità Galla credette anche di cavarsela egregiamente. In realtà Deinoforo giocava con la sua spada, lo trattava come fa il gatto col topo. Lo teneva a bada con movimenti eleganti, parando colpo su colpo, senza mai attaccare. Galla, invece, attaccava senza sosta, mentre lacrime di rabbia scorrevano lungo le sue guance di bambino. Il viso di Astrea, il giorno della sua morte e i mille momenti felici vissuti assieme, la Terra dell’Acqua ancora rigogliosa, immagini di gioia e di dolore si mescolavano nella sua mente e lo spronavano a combattere finché il nemico non fosse morto. Forse allora sarebbe potuto giacere in pace anche lui e raggiungere la donna che aveva amato.

Il suo ultimo colpo non andò a segno e il duello si interruppe. Galla respirava con affanno, mentre Deinoforo era perfettamente padrone di sé.

«Ebbene, ti ho dato modo di sfogarti. Ora sta a me. Abbiamo finito di giocare» disse il Cavaliere.

Poi, tutto accadde rapidamente. La spada di Deinoforo volteggiò tracciando lampi sanguigni nella penombra del tramonto e Galla cercò inutilmente di parare. L’ultima stoccata gli squarciò il ventre. Non ebbe neppure il tempo di urlare. Cadde in ginocchio ai piedi del suo nemico.

«Sei degno d’onore, perché sei stato sconfitto per mano del più forte del campo» disse Deinoforo, poi lasciò Galla a terra in una pozza di sangue.

Il drago nero atterrò a pochi passi da Deinoforo. L’uomo lo cavalcò e raggiunse Nelgar. «Il tramonto è prossimo, non ha senso continuare» disse con la spada nel fodero.

Nelgar restò al suo posto, in aria, incapace di proferire verbo.

«Il vostro re è in fin di vita e fra poco sarà notte. Vi concedo di portare via il corpo. Potremo riprendere la battaglia domani.»

Poi, così com’era venuto, si dileguò e le sue truppe silenziosamente si ritirarono, tornando ad attestarsi sulla stessa linea della mattina. Un silenzio di tomba scese sul campo, mentre gli ultimi raggi di sole abbandonavano la terra.