Выбрать главу

Trasportarono Galla nella sua tenda. Era ancora vivo, quando l’avevano trovato sul campo. Chiamarono un paio di sacerdoti e la stessa Soana, ma tutti assunsero un’espressione addolorata non appena videro lo squarcio che Deinoforo gli aveva aperto sul ventre.

Il re per buona parte della notte si agitò nel delirio e urlò per il dolore.

«Uccidetelo! Che qualcuno lo uccida e vendichi Astrea!» gridava nei pochi momenti di lucidità.

Poi venne l’immobilità delle ultime fasi dell’agonia, il respiro si fece un rantolo e infine ci furono solo freddo e silenzio.

Ido era rimasto fuori dalla tenda. Aveva smesso di piovere e il campo era coperto di fango.

«La Terra dell’Acqua non ha più un re» disse laconico Nelgar, quando uscì dall’ultima dimora di Galla.

Ido si coprì il volto con la mano. Dopo Astrea, Galla. Non c’era più nessuno a governare quel piccolo regno, ormai schiacciato contro i Monti del Sole. Si erano ripromessi di aiutare il re, di proteggerlo, e invece l’avevano lasciato solo, in balia della propria follia.

Non puoi fermare un uomo disperato.

Già, forse era vero, ma loro non ci avevano nemmeno provato. Ido non sospettava che Galla in quella battaglia avesse il suo identico obiettivo. Erano stati alle calcagna dello stesso uomo. Eppure era così semplice da capire.

Lo gnomo strinse i pugni e ripensò alle ultime parole di Galla.

Lo ucciderò io per te, domani, e tu e tua moglie avrete finalmente pace.

Prima di ritirarsi, Ido passò in rassegna le sue truppe. Non avevano avuto più di una ventina di perdite, per la maggior parte ragazzi.

Non ebbe molto da dire loro. Li elogiò per come si erano comportati, ma era abbattuto e ancor meno incline alla parlantina del solito. Quindi raggiunse la sua tenda e si coricò. L’indomani la battaglia sarebbe ripresa presto e aveva bisogno di riposo.

Ma non riuscì ad addormentarsi. Pensava a Deinoforo, al suo assurdo codice d’onore. Il Cavaliere era andato da Nelgar con la spada nel fodero e gli aveva chiesto una tregua per un nemico caduto.

Un gesto di pietà inaspettato. Gli tornarono alla mente le urla del re morente. In fondo al cuore si sentiva vicino a quel re bambino, erano accomunati dal medesimo odio. Avevano cercato lo stesso nemico nel mezzo della battaglia. Galla l’aveva trovato, e per questo era morto. Era l’ennesimo innocente trucidato.

"Uccidetelo! Che qualcuno lo uccida e vendichi Astrea!"

Quelle parole di Galla erano rivolte a lui. Aveva sbagliato a non attaccare Deinoforo, a perdere tempo dietro ai fantasmi e ai fammin. Avrebbe dovuto gettarsi subito sul Cavaliere di Drago Nero, senza esitare. L’indomani non avrebbe commesso lo stesso errore. Solo con quel pensiero riuscì ad assopirsi, mentre fuori la pioggia ricominciava a bagnare il campo.

Quando Ido si svegliò pioveva ancora. Era molto presto e lo gnomo si dedicò alla sua spada. Quella mattina era calmo, come sempre alla vigilia di decisioni importanti.

Lucidò con cura l’armatura, inzaccherata dal fango del giorno prima, e fece una rapida visita ai suoi allievi.

Quando raggiunse le truppe, tutto era esattamente come il giorno precedente. Sembrava non fosse accaduto niente in quelle ventiquattro ore: stesse le linee su cui erano attestati gli eserciti, identica la pioggia fine che scorreva sulle armature e rendeva fangoso il terreno. Soltanto, nell’esercito delle Terre libere c’era più tristezza. La morte del re aveva abbattuto il morale di tutti.

Ido aveva gli occhi puntati su Deinoforo, fermo nella medesima posizione del giorno prima.

Fu dato l’ordine di attacco e Ido e i suoi partirono. Stavolta anche Deinoforo spronò il suo drago e iniziò a combattere. Lo scontro prese da subito tutta un’altra piega. Le truppe delle Terre libere faticavano a rispondere ai colpi nemici e i primi soldati caddero sotto le lame dei fammin e dei fantasmi.

Deinoforo era ovunque, imperversava dall’alto con il suo drago tenendosi fuori dalla mischia.

Quel giorno Ido non tentennò. Aveva chiaro quale fosse il suo obiettivo e l’avrebbe raggiunto a ogni costo. Tra lui e il suo uomo si frapponevano centinaia di uccelli di fuoco, ma per lo gnomo non erano un problema e non era solo a fronteggiarli. Così guadagnò un palmo dopo l’altro, lo sguardo sempre rivolto al nemico, al movimento circolare del drago nero sulla piana.

Ido aveva quasi dimenticato i suoi soldati a terra. Di tanto in tanto li spronava e dava loro indicazioni, ma Deinoforo occupava tutti i suoi pensieri e ben presto lo gnomo si sentì solo sul campo di battaglia, come molti anni prima.

«I tuoi uomini, dannazione, Ido!» gli urlò qualcuno da molto lontano, ma lui non lo ascoltò.

Era stanco di attendere, stanco di perdere tempo con quei dannati uccellacci. Fece impennare Vesa e si diresse senza altri indugi verso il suo nemico. Gli diede un primo colpo d’avvertimento, come aveva fatto la prima volta che le loro strade si erano incrociate.

Deinoforo parò il colpo, poi si volse verso di lui. «Vedo che ci tieni molto a batterti con me.»

Ido non rispose. Uno strano mugolio giunse da sotto la celata dell’elmo di Deinoforo. Rideva.

«In fondo, sei un valido nemico, nonostante la tua codardia» aggiunse il Cavaliere.

Ido attaccò senza più por tempo in mezzo. Deinoforo era pronto e parò senza difficoltà. Iniziò il fraseggio delle spade, mentre i draghi cercavano di ferirsi a vicenda.

Stavolta Ido era furioso, ma presente a se stesso, e non sbagliò un colpo. Era come se osservasse il duello dall’esterno e gli era facile prevedere ogni mossa del nemico. Erano uguali. Stesso modo di battersi, stessa calma glaciale nell’azione.

Si separarono con un nulla di fatto, i draghi che ansimavano per lo sforzo.

«A ben pensarci, anch’io ho un conto in sospeso con te» disse Deinoforo. La sua voce era lievemente affannata. «Tu hai tradito il mio Signore, ti sei votato alla causa di questi vermi della terra.»

Ido rise. «Quel che ho fatto non si chiama tradimento, ma ravvedimento, guarigione dalla follia.»

Ripresero a combattere, precisi e impeccabili come prima. Il ritmo accelerò, le spade si incrociavano rapide sotto la pioggia. Nessuno dei due però riuscì ad andare a segno: ogni colpo, dall’una e dall’altra parte, veniva parato.

Si separarono ancora, ma stavolta Ido tentò una nuova mossa. Lanciò Vesa contro il drago nero e lo incitò ad azzannare una zampa della bestia nemica. Ora che era più vicino al suo avversario, lo gnomo ricominciò ad attaccare a sorpresa, sempre più veloce.

Le cavalcature però erano diventate malsicure e Ido faticava a rimanere in equilibrio.

Dannazione! Come diavolo fa Nihal in queste situazioni?

Alla fine Vesa dovette mollare la presa, ma strappò un brandello della pelle del drago nero.

«Che cosa credi di avere ottenuto, Ido!» gli urlò Deinoforo.

La ferita del drago si rimarginò sotto gli occhi dello gnomo.

I due si studiarono per qualche istante, con il respiro affannoso. Erano stanchi e non erano ancora riusciti ad andare a segno neppure una volta. Ido sentì la spada tremargli fra le mani.

Devo concludere!

Con un urlo si lanciò sul nemico e ripresero a duellare, con una monotonia snervante. Sotto di loro la battaglia infuriava, ma i due non la sentivano.

I gesti si fecero più imprecisi, qualche colpo andò a segno dall’una e dell’altra parte, ma ancora non riuscirono a ferirsi. I draghi si allontanavano e si riavvicinavano in un balletto infinito. Poi un colpo di Deinoforo segò uno dei legacci della corazza di Ido e lo gnomo si allontanò.

«Si comincia» ghignò il cavaliere.

Devo concludere... sono stanco.

Ido passò in rassegna l’armatura del nemico, che non lasciava scoperto neppure un lembo di pelle: doveva trattarsi di una corazza magica, come quella di Dola. Contrariamente alle sue abitudini, lo gnomo decise di giocare la sua ultima carta: la forza. Impugnò la spada a due mani.