D’un tratto, Nihal si alzò. «Ho voglia di fare un bagno vero» disse. «Chiudi gli occhi.»
Il mago restò immobile a guardare il volto di Nihal controluce.
«Non mi hai sentito? Avanti» disse lei, e Sennar notò che un lieve rossore le copriva le guance.
Il mago sorrise imbarazzato e si portò le mani agli occhi. Sentì il fruscio delle vesti di Nihaclass="underline" il rumore secco della pelle del corpetto, i laccioli che si scioglievano e i pantaloni che cadevano al suolo, il mantello che le scivolava sulle spalle. A ogni rumore premeva con più forze le mani sugli occhi. Gli tornò in mente la sera di pochi giorni prima, quando avevano mangiato i lamponi e lui aveva cercato di baciarla. Si stupì quando sentì i suoi passi sulla roccia, perché quel suono lieve, così diverso dalla marcia, sembrava non appartenerle. Era il passo di una donna.
Lentamente e involontariamente le sue dita si schiusero, ma Sennar non volle guardare. Sentì il rumore dell’acqua che si apriva al passaggio del corpo di lei, per poi richiudersi alle sue spalle. Alla fine il mago si alzò in piedi e lasciò cadere le mani. Nihal nuotava agile e leggera. Sembrava magra, più di quanto credesse. Era la prima volta che la vedeva così.
Nihal nuotò fino alla cascata in fondo alla cisterna, si arrampicò sulla pedana e rimase sotto il getto a lungo. Fu allora che Sennar le vide la schiena: era nera per una buona metà.
«Cos’hai fatto?» le chiese, ma si pentì subito, perché Nihal voltò il capo di scatto e Sennar fece in tempo a vedere un lampo d’ira attraversarle gli occhi, prima che lei si immergesse di nuovo in acqua.
«Ti avevo chiesto di non guardare!»
Sennar si portò di nuovo le mani agli occhi.
«Ora non serve a niente.»
Sennar sentì che continuava a muoversi nell’acqua, ma meno tranquilla di prima. «Pensavo che ti fossi immersa... che ne sapevo...» Era sicuro di essere arrossito e sperò che le mani fossero sufficienti a nascondergli il volto.
«Adesso non c’è più niente da guardare» disse Nihal.
Sennar scostò le dita. «Che cos’hai sulla schiena?» le chiese.
Stavolta fu lei a distogliere lo sguardo. «Sono due ali di drago, è un tatuaggio.»
«Quando l’hai fatto?»
«Quando sono diventata Cavaliere. È una tradizione. Ogni Cavaliere ha un tatuaggio» spiegò, mentre continuava a nuotare. «Non ti piace?»
«Non so» disse lui. «Sono troppo grandi, occupano praticamente tutta la schiena.»
«Voltati adesso» ingiunse Nihal. Leggera com’era entrata, uscì dall’acqua. «Quando ho compiuto diciotto anni mi sono fatta due regali: un vestito da donna e questo tatuaggio. Guarda pure ora.»
Sennar aprì gli occhi e vide che si era avvolta nel mantello. Dalla stoffa nera emergevano solo il viso, le orecchie appuntite e i capelli blu.
Così imbacuccata, Nihal si sdraiò al fianco di Sennar, sotto il raggio di sole. «Ti ho mai detto che ho sempre voluto volare via?» gli chiese.
«No, ma l’ho sempre saputo» rispose lui.
Nihal si voltò a guardarlo e sorrise. «È per questo che mi sono fatta tatuare due ali: sono di drago perché Oarf è il mio compagno e i nostri destini saranno sempre uniti; sono chiuse perché non ho ancora preso il volo. Un giorno troverò la mia strada e le mie ali sulla schiena si apriranno. Allora potrò volare via.»
Per qualche strano motivo, quelle parole riempirono Sennar di tristezza.
«A Laio piaceva, diceva che era un tatuaggio adatto a me» aggiunse Nihal.
Il ricordo dell’amico perduto li avvolse e restarono sdraiati in silenzio.
La gioia della scoperta dell’acqua non durò a lungo. Avevano creduto che una volta trovati i canali sarebbe stato facile seguire la strada, ma non fu così. Le condotte erano centinaia, si intersecavano in un reticolo fittissimo formando gli angoli più strani e si assomigliavano tutte.
Sennar e Nihal percorrevano qualche miglio e si ritrovavano in una cisterna; camminavano ancora e finivano in un’altra cisterna. Presto non riuscirono più a capire se giravano in tondo o se arrivavano in luoghi nuovi; sembrava che l’acqua non facesse altro che descrivere ampi giri e alla fine non sfociasse da nessuna parte.
Nihal cercava di affidarsi al talismano, ma l’immagine era sempre quella del primo giorno: molta acqua e un’isola, altro non riusciva a vedere. A tutto ciò si aggiunse il caldo. All’inizio i canali sembravano freschi e ben aerati, ma presto il calore si fece soffocante e l’umidità insopportabile; l’aria pareva densa, si faticava a respirare ed erano entrambi sudati fradici, in quella oscurità asfissiante.
Più avanzavano, poi, più lo stato delle passerelle peggiorava, tanto che in alcuni tratti Sennar e Nihal furono costretti a camminare con l’acqua alle ginocchia. A volte erano fortunati e l’acqua era calma, ma altrove la corrente era forte e dovevano cercare appigli sulla parete viscida per non essere trascinati via.
Nelle gallerie più profonde, che iniziarono a esplorare il quarto giorno, i segni della decadenza erano visibili. Molte passerelle erano distrutte, in alcuni punti la volta era franata e i detriti ingombravano il tunnel, i bassorilievi delle cisterne più ampie erano divorati dalla muffa.
Nihal fu la prima a mostrarsi insofferente. La penombra la esasperava, l’umidità e il caldo le mozzavano il fiato e soprattutto iniziava a scoraggiarsi, perché ormai era chiaro che si erano persi. Vagavano senza una meta e la mezzelfo aveva la sensazione che tutta la strada che avevano percorso fosse stata inutile.
«Non possiamo continuare così» disse una sera. Erano chiusi in quel posto da una decina di giorni e avevano finito le scorte di cibo. Si erano divisi l’ultima radice. «È evidente che non si può cercare il santuario sotto terra. Dobbiamo trovare una via d’uscita, ci portasse anche in bocca al nemico.»
Sennar assentì poco convinto.
«Lo so» aggiunse Nihal, dopo aver letto la sua espressione. «Sembra un’impresa disperata. Ma questo è un acquedotto, no? L’acqua dovrà pur finire da qualche parte. Con un po’ di fortuna troveremo la strada che ci porterà fuori di qui.»
Continuarono a camminare, digiuni e in quel caldo soffocante, per un tempo che parve loro interminabile. Di tanto in tanto il suolo tremava e si sentivano boati e brontolii, come se la terra si lamentasse.
«Questa è una Terra di vulcani, Ido ha detto che ce ne sono più di cento. Credo che questi rumori siano normali» commentò Sennar all’ennesima scossa di terremoto. «Così si spiega anche il caldo, è il fuoco che cova sotto la superficie della terra.»
Nihal annuì distrattamente, poco confortata dalla spiegazione.
Un giorno, mentre avanzavano carponi in un corridoio particolarmente stretto, Nihal vide qualcosa che la insospettì. «Tu resta qui» disse a Sennar.
Non gli diede il tempo di protestare e strisciò lentamente nell’acqua verso l’oggetto che aveva attirato la sua attenzione. Sembrava un fagotto, ma emanava un odore insopportabile, di carogna.
«Non sarà...» Sennar si portò una mano alla bocca.
In acqua c’era il cadavere di un uomo. Doveva essere morto da parecchi giorni, a giudicare dalla puzza e dal suo stato. Era stato spogliato di tutto quel che aveva e indossava solo un grezzo vestito di lino.
Nihal indietreggiò di qualche passo e fece per sguainare la spada, ma il luogo in cui si trovavano era troppo angusto per permetterle libertà di movimento. Restarono immobili, in silenzio, in ascolto di eventuali rumori, ma non sentirono nulla oltre al chiocciare dell’acqua.
«Era un nemico o un amico?» chiese Sennar.
«Non ne ho la più pallida idea... Gli hanno tolto tutte le armi.»
Ripresero la marcia in assoluto silenzio, ma sapevano che non sarebbe bastato a salvarli dal nemico che covava nell’ombra. Chi aveva ucciso l’uomo nel canale doveva conoscere bene l’acquedotto e forse in quello stesso momento li stava osservando, in attesa del momento più propizio per attaccarli.