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«E i miei uomini?» chiese.

Soana si rattristò. «Ido, è una storia complicata, e non sta a me raccontartela... Ora sei stanco, quando starai meglio avrai tutte le risposte.»

«Che ne è dei miei uomini?» insistette Ido. Quella reticenza iniziava a preoccuparlo. Ancora non sapeva neppure che tipo di ferita aveva riportato.

«Te ne parlerà Nelgar, quando ti verrà a trovare» aggiunse la maga, poi uscì dalla stanza, lasciandolo solo con i suoi dubbi.

Nelgar venne, la sera. Si mostrò molto premuroso, chiese a Ido come stava, se aveva mangiato e una sfilza di altre cose inutili.

«C’è molto che voglio sapere» tagliò corto Ido.

Come Soana, anche Nelgar davanti a quella domanda assunse un’espressione che non prometteva niente di buono.

«Non fare quella faccia e parla. Mi pare di essere adulto a sufficienza. Dimmi prima di tutto dei miei uomini.»

«I ragazzi dell’Accademia sono rimasti in trenta.»

Ido sentì il cuore fermarsi. «E i veterani che erano con me?»

«Se n’è salvata una cinquantina.»

«Non è possibile...»

Nelgar sospirò. «Tu non hai idea di che razza di battaglia sia stata... Prima sei stato impegnato con Deinoforo, poi sei stato ferito...»

«Raccontami» disse Ido con un filo di voce.

«Mentre tu e Deinoforo eravate impegnati in duello, sono arrivati altri due Cavalieri di Drago Nero, due esseri identici, che combattevano in coppia. Lì è iniziata la disfatta. Certo, avevi tolto di mezzo Deinoforo, non si è più fatto vedere dopo che gli hai tranciato una mano, ma anche tu eri fuori combattimento e i tuoi uomini erano allo sbando. Non ci hanno concesso tregua. La battaglia ha infuriato per tutta la notte e si è protratta fino al giorno seguente.»

Nelgar esitò, prima di riprendere trasse un profondo sospiro che gli si spezzò in gola. «Mavern è morto per mano di quei due all’alba del terzo giorno e a quel punto è stato chiaro che non ce l’avremmo fatta; era lui che aveva preso il comando dei tuoi uomini dopo che tu eri stato ferito. È stato allora che tanti dei tuoi ragazzi sono caduti. Alla fine non è rimasto altro da fare che ritirarsi... più che una ritirata è stata una fuga. Solo l’aiuto delle truppe della Terra del Mare ha impedito all’esercito del Tiranno di arrivare fino al confine. Una parte della regione a nordest è ancora libera, ma per il resto la Terra dell’Acqua è perduta.»

Ido guardò le lenzuola candide. Avrebbe dovuto aspettarselo. In fondo, aveva sempre saputo che sarebbe finita così, ma non bastava a consolarlo. Pensò a tutti i morti di quei tre giorni, a Galla che si contorceva nell’agonia, al viso triste di Mavern; poi gli tornarono alla mente i volti giovani dei ragazzi dell’Accademia, il modo adorante in cui l’avevano guardato il primo giorno di battaglia. Morti. Quasi tutti morti. Cercò di riscuotersi.

«E ora?» chiese.

«Ora ci stiamo leccando le ferite. Probabilmente rafforzeremo le truppe nella zona ancora libera della Terra dell’Acqua, usando anche gli uomini di Zalenia, ma la situazione è disperata. Possiamo solo resistere e attendere. La nostra ultima speranza è riposta nel viaggio di Nihal, ma non so se sapremo tenere duro fino al suo ritorno.»

Ido si sentiva triste e stanco, come un vecchio al quale pesassero nell’animo molti anni di dolore. Cambiò argomento. «Nessuno vuole dirmi che ferita ho riportato.»

Nelgar sospirò ancora. «Deinoforo ti ha strappato un occhio» disse tutto d’un fiato. «Sei stato fortunato, la lama per poco non ti ha trapassato la testa da parte a parte. Per due giorni sei stato fra la vita e la morte, Soana ti ha ripreso per i capelli.»

Ido ricordò. Il dolore, poi tutto rosso. «In che senso, strappato?»

«Nel senso che non era rimasto molto del tuo occhio sinistro quando ti abbiamo trovato. Abbiamo dovuto toglierlo. Ora hai solo il destro.»

Un silenzio pesante scese sulla stanza. Ido non riusciva a parlare né a pensare. Si portò la mano all’occhio sinistro e non sentì alcun gonfiore sotto le bende. Il suo occhio non c’era più.

«Mi dispiace» disse Nelgar a testa bassa.

Trascorsero alcuni giorni. Soana stette al capezzale di Ido finché lo gnomo non si stancò di rimanere steso in un letto. Era debole, ma fare il malato non gli era mai piaciuto. Volle accelerare la guarigione, nonostante la maga cercasse di dissuaderlo.

«Se forzi i tempi otterrai l’effetto contrario.»

«Mi sento bene, non ho bisogno di starmene a letto come un invalido.»

Alla fine la testardaggine dello gnomo ebbe la meglio, così si alzò e uscì.

Scoprì che quello in cui si trovava non era un vero e proprio accampamento militare. Dama era un paese come tanti, trasformato in base logistica. C’era un viavai di uomini e vettovagliamenti, ma era evidente che la guerra era lontana. Anche Nelgar se n’era andato e il paese era popolato quasi esclusivamente da feriti, come lui. A Ido pareva di trovarsi in un lazzaretto. Vedeva uomini senza gambe o senza braccia, feriti al petto o alla testa, e tutti gli rivolgevano pietosi sguardi di compatimento.

A me non manca un braccio o una gamba. La perdita di un occhio non è niente, si diceva, rifuggendo quegli sguardi compassionevoli.

Ma in cuor suo iniziava a capire che quella era una bugia. Il mondo visto con un occhio solo era completamente differente. Il sole, i boschi, le tende e i feriti, tutto pareva irreale. Ido non riusciva ad accettare quella nuova realtà. Gli oggetti sembravano sfuggirgli dalle mani, troppo vicini o troppo lontani, ed era in grado di afferrarli solo dopo qualche tentativo.

Passerà. Non è niente. Si tratta soltanto di farci l’abitudine.

Era anche un mondo più piccolo, come se si fosse improvvisamente ristretto intorno a lui. C’era sempre qualcosa che accadeva al di fuori del suo campo visivo e lui finiva spesso per urtare gli oggetti mentre camminava. Benché cercasse di non badarvi, quella goffaggine lo irritava.

Gli ci volle del tempo prima di trovare il coraggio di guardarsi allo specchio. Gli cambiavano spesso la benda, ma Ido ancora non aveva mai avuto modo di vedere la sua nuova faccia.

Una sera decise che era giunto il momento.

Sciolse la benda con cautela, perché la ferita era dolorosa. Era come se sentisse ancora l’occhio sinistro, lo percepiva come un chiodo conficcato nella testa. Glielo avevano detto in molti: i feriti continuano a sentire la gamba, dopo che è stata amputata. Ido non credeva che potesse succedere anche con gli occhi; in un certo senso, ci si accorge di possederli solo dopo averli perduti.

Quando ebbe tolto la benda, prese lo specchio che si era fatto portare da Soana. Vide la cicatrice rossastra che gli segnava una buona metà del viso, i punti neri lungo il profilo della palpebra, il sangue raggrumato sotto le ciglia.

Non seppe rapportarsi a quel nuovo se stesso. Non seppe cosa provare. Pensieri oscuri, tenuti fino allora al margine della coscienza, iniziarono ad affollargli la mente.

Sarà diverso. Non potrai più maneggiare la spada come un tempo. Vedi la metà di prima e dalla metà in ombra potrebbe giungere il nemico. Non sarai mai più il guerriero di una volta.

Mentre passeggiava per il paese, un giorno Ido intravide un volto noto, un ragazzo che si trascinava con una stampella. Lo gnomo se lo ricordava bene. Era Caver, l’allievo che si era fatto avanti per duellare con lui durante l’ultima fase delle selezioni. Lo gnomo aveva visto giusto sul suo conto, il ragazzo aveva dato gran prova di sé il primo giorno di battaglia.

Ido lo chiamò e lo raggiunse.

«Signore!» esclamò Caver con un sorriso.

Cercarono un posto isolato dove poter parlare in tranquillità e per qualche minuto stettero in silenzio, come se non avessero poi molto da dirsi.

«Come ti sei ferito?» esordì Ido.

«È stato il secondo giorno, signore, mentre voi eravate impegnato con Deinoforo. Le truppe hanno avuto un attimo di sbandamento, in vostra assenza; è stato allora che un fammin mi ha colpito.» Sorrise triste.