Ido ripensò a quel giorno. Si era gettato su Deinoforo e aveva dimenticato tutto il resto, come se fosse solo sul campo di battaglia. Un comportamento che aveva avuto spesso in passato, ma che ora gli appariva ripugnante. Si vergognò. «Mi sono fatto prendere dalla foga...» ammise a testa bassa.
«Siete stato straordinario!» ribatté il ragazzo. «Mi spiace non aver potuto vedere quando gli avete tagliato la mano, mi hanno detto che è stato incredibile. Avete tolto di mezzo il più forte dei nostri nemici. Dopo essere stato ferito, non è più tornato.»
Poi chiese a Ido di raccontargli il duello. Lo gnomo lo fece e ritrovò il piacere di vedersi guardare con occhi ammirati. Ma non poteva evitare di sentirsi a disagio. I suoi uomini erano morti e lui non era stato lì con loro, li aveva abbandonati a se stessi per condurre la sua battaglia personale. Un comportamento inqualificabile.
«E ora, che farai?» chiese alla fine Ido.
Caver alzò le spalle. «Non credo di voler tornare in guerra. Ho visto cose che non avrei mai immaginato. Non trovo nessun ideale per cui valga la pena di assistere a spettacoli del genere. In ogni caso, mi hanno detto che la mia gamba non sarà mai più come prima. Credo che tornerò a casa, ma non sarà facile riprendere la vita di una volta. Ho visto morire tutti i miei compagni.»
Già, era un dolore che Ido conosceva bene. In quarant’anni aveva visto scomparire sotto terra buona parte dei suoi affetti. Gli restava solo Nihal, ormai.
Si salutarono mentre il sole tramontava pallido all’orizzonte. Tornando al suo alloggio, Ido si sentì un reduce. Qualcosa era cambiato, dopo il combattimento con Deinoforo. Forse una storia volgeva alla fine, o forse lui doveva trovare un nuovo inizio.
25
CHI NON HA MAI SMESSO DI LOTTARE
Dannazione!» Nihal aveva ripreso coscienza. Aveva un mal di testa insopportabile e le mani serrate da luride corde. Lei e Sennar erano rinchiusi in quel buco puzzolente, legati e sdraiati sulla roccia umida. A un tratto, la mezzelfo aveva sentito che qualcosa non andava, come se nel quadro d’insieme ci fosse una nota stonata. Aveva voltato la testa verso il suo fianco. La spada. Le avevano portato via la spada.
Da quando l’aveva ricevuta in dono da Livon, mai la sua spada le era stata tolta contro la sua volontà. Ora le mani di qualche estraneo la stavano toccando, forse qualcuno dei nemici se l’era assicurata al fianco. Il pensiero le era intollerabile. Quella non era semplicemente la sua spada, era tutto ciò che le restava di Livon, era suo padre.
«Dannazione!»
«Tu almeno dormivi quando sono arrivati i nemici» disse Sennar. «Io ho passato mezz’ora a dirmi che i passi che sentivo erano frutto della mia immaginazione. Se avessi fatto bene la guardia, ora non saremmo qui.»
Il mea culpa di Sennar non bastò a consolare Nihal. Almeno non le avevano portato via il medaglione; sentiva il freddo del metallo a contatto col suo seno, sotto il corpetto. «Chi ci tiene prigionieri?» chiese.
«Non ne ho idea. Siamo ancora nell’acquedotto. Non vedo perché la gente del Tiranno dovrebbe avere basi qui sotto.»
Non aveva molta importanza. Chiunque fosse stato a catturarli, ora erano prigionieri. Fine della missione. Nihal ogni tanto cercava di liberarsi dai nodi che le stringevano mani e piedi, ma senza esito; erano legati con perizia e lei era esausta. La vista iniziava ad annebbiarsi per la fame e il caldo insopportabile le tagliava il respiro in gola.
Dopo qualche ora, la porta della loro cella si aprì e la luce li accecò. Non riuscirono a distinguere nulla, ma udirono delle voci.
«Li abbiamo messi qui.»
«Vedo.»
Una voce di donna, che a Sennar suonò familiare.
«Lui è un mago, ma è conciato male, e lei una specie di guerriero, credo.»
«Tirali fuori, non ho intenzione di ficcarmi in quel buco.»
Due braccia forti afferrarono Sennar e lo gettarono oltre la soglia. Quindi fecero lo stesso con Nihal.
«Vediamo un po’ chi abbiamo qui» disse la voce di donna. Poi ammutolì. «Non è possibile...»
Sennar sollevò lo sguardo e riuscì a distinguere la persona che gli stava parlando. «Sei tu...»
Aires gli saltò al collo. «Sennar!»
Nihal non capiva, ma era indispettita nel vedere quella donna sconosciuta stringere a sé Sennar con tanta foga.
Restarono abbracciati a lungo e quando si separarono ridevano fino alle lacrime. Lei non smetteva di guardarlo e di ripetere: «Non è possibile... Sei tu, Sennar!».
Gli occhi di Nihal alla fine si abituarono alla luce e lei riuscì a distinguere meglio la donna. Era bellissima. Aveva lunghi capelli neri lucidi come legno smaltato e occhi neri profondi e penetranti. Era vestita come un uomo, ma era di una femminilità prorompente. Una donna, una vera donna. Dove l’aveva conosciuta Sennar? E perché erano così in confidenza? Le sembrava che se lo mangiasse con gli occhi e che lui rispondesse con altrettanta voluttà. L’irritazione crebbe.
Dopo quelle manifestazioni di affetto, Aires ingiunse ai suoi di liberarli. Quando vide che Sennar faticava a reggersi in piedi, chiese cosa gli fosse successo. Non gli diede neanche il tempo di rispondere. Gli alzò la tunica e notò sui pantaloni, all’altezza del ginocchio, una macchia di sangue.
«I miei non ci vanno leggeri...» disse. «Ti farò curare.» Lo guardò con occhio clinico e gli prese la faccia tra le mani. «Hai l’aspetto di uno che non mangia da parecchio.»
«In effetti...» Sennar annuì.
«Prima di tutto, allora, si mangia» disse la donna, e li condusse con sé.
Nihal ebbe modo di guardarsi intorno. Erano ancora nell’acquedotto, in una delle cisterne più grandi. Nelle pareti erano stati ricavati nicchie e parapetti che ospitavano almeno una trentina di capanne, popolate da una fauna eterogenea. C’erano alcuni uomini, ma la maggioranza erano gnomi e guardavano i prigionieri con curiosità. Nihal si chiese in che razza di posto fossero finiti.
Per tutto il tragitto la donna e Sennar non smisero di confabulare. Aires li condusse in una capanna più grande delle altre e li fece sedere intorno a un tavolo, alla luce di una fiaccola che proiettava ombre guizzanti sulle pareti e sui barili sistemati in un angolo. Poi impartì degli ordini a due gnomi, che poco dopo tornarono con due piatti di riso bollito. Nihal e Sennar vi si gettarono con una voracità che lasciò la loro ospite senza parole.
«Ma da quant’è che non mangiate?»
Sennar alzò la testa dal piatto il tempo indispensabile per rispondere. «A occhio e croce sei giorni, e non abbiamo fatto altro che marciare in questo stramaledetto acquedotto.»
«Mi ricordavo che eri un osso duro, ma fino a questo punto...» commentò Aires.
Dopo che si furono saziati, Aires tirò fuori una lunga pipa, l’accese e iniziò a fumare. La cosa stupì Nihal. Non aveva mai visto donne che fumavano.
«Ora sei tutto mio» disse Aires, con una voce suadente che rese Nihal ancora più nervosa. «Sei l’ultima persona che mi sarei aspettata di vedere quaggiù.»
«Ti credevo ancora per mare» rispose Sennar.
«Bugiardo» disse lei maliziosa. «Non mi avrai pensata neppure una volta da quando ci siamo lasciati.» Gettò uno sguardo furtivo a Nihal, che era arrossita fino all’attaccatura dei capelli. Aires sorrise. «Immagino che tu sia Nihal.»
La mezzelfo si sentì punta sul vivo. Quella donna sapeva di lei, mentre lei non aveva la più pallida idea di chi fosse. «Mi conosci?»
Aires la guardò divertita. «Sennar mi ha parlato di te» rispose aspirando dalla sua pipa. «Invece sono sicura che non ti ha mai detto niente di me» aggiunse indirizzandole uno sguardo obliquo.
Nihal notò che anche Sennar era arrossito. «Perché dici così?» chiese il mago.
«Conosco i miei polli» ribatté Aires. «Comunque, Nihal, io sono Aires. Facevo il timoniere sulla nave che ha portato Sennar fino al Gorgo.» Si voltò di nuovo verso Sennar. «Basta con le presentazioni, dimmi piuttosto come hai fatto a sopravvivere. Quando ti ho visto prendere il largo con la tua barchetta, ero certa che saresti andato a morire.»