La donna guardò Sennar.
«Ha a che fare con la guerra e con il Tiranno» si limitò ad aggiungere il mago.
Aires scrollò le spalle. «Se la cosa è tanto grave, sono io stessa a non voler sapere nulla.»
Continuarono a parlare per ore, ma Nihal era tagliata fuori dai loro discorsi e dai loro ricordi comuni. Sennar sembrava contento di aver ritrovato quella donna e la guardava con affetto, mentre Aires muoveva rapida i suoi occhi da gatto su di lui, come a cercare di penetrare nelle zone più recondite del suo animo. Nihal si sentì triste e indispettita per tutto il pomeriggio.
Una volta uscita dalla capanna di Aires, Nihal sentì il bisogno di restare da sola, così scese sulla piattaforma e immerse le gambe nude nell’acqua. Nella cisterna non c’erano aperture verso l’esterno, perché era meglio che il rifugio non fosse in comunicazione con il mondo di sopra. Benché il tempo trascorso con quella donna le fosse sembrato interminabile, Nihal calcolò che doveva essere calata da poco la sera.
Era lì già da un po’ e muoveva lentamente le gambe, concentrata solo sul rumore dell’acqua e sui circoli che descriveva con i piedi, quando sentì qualcuno dietro di lei.
«Cosa fai?»
Nihal non si voltò. «Niente, mi riposo.»
Sennar si sedette al suo fianco.
«Tu cosa facevi?»
Eri da Aires, ecco cosa facevi...
«Ho dormito un po’, ero esausto» rispose il mago.
Nihal continuò a muovere i piedi. Sentiva che anche Sennar era triste e si chiese il perché, proprio ora che aveva ritrovato quella donna alla quale, a quanto pareva, teneva tanto. «Perché non mi hai mai parlato di Aires?» gli chiese.
Sennar arrossì e non rispose.
«Era il timoniere... E poi siete in confidenza, mi pare» insistette Nihal.
«Non lo so... Mi sarà sfuggito...» borbottò Sennar, poi si distese a terra e fissò la volta della cisterna.
Nihal pensò che l’amico non le era mai sembrato tanto lontano eppure tanto vicino come in quel momento. Si coricò anche lei e rimasero a guardare la roccia sopra di loro in silenzio.
Restarono ospiti di Aires per quattro giorni e lei mostrò loro la comunità sopra la quale regnava. I suoi ordini venivano eseguiti anche dagli abitanti di due cisterne contigue. I ribelli erano organizzati in piccoli gruppi e ciascuno aveva un capo. I membri di gruppi diversi non si conoscevano, solo i capi erano in contatto. In questo modo, se qualcuno fosse caduto in mani nemiche, non avrebbe potuto rivelare troppi segreti. L’organizzazione era come una belva dalle molte teste. Per ogni comunità che si estingueva, ce n’erano numerose altre celate nelle viscere della terra che continuavano la loro missione.
La loro era una continua opera di disturbo al Tiranno. Il più delle volte l’obiettivo erano le fucine che costellavano quella Terra. Esistevano già quando la Terra del Fuoco era libera e si trovavano nei pressi dei vulcani che disegnavano il profilo tormentato di quella Terra. Le armi che vi venivano forgiate erano da sempre le migliori e le più resistenti. Da quando Moli era stato trucidato dal figlio Dola, però, la quasi totalità della popolazione era stata ridotta in schiavitù e costretta a lavorare nelle fucine. Da lì uscivano le migliaia di spade con cui l’esercito del Tiranno seminava morte sul campo di battaglia.
I ribelli attaccavano le fucine, liberavano i prigionieri, uccidevano le guardie, facevano razzia di spade.
«Non è molto» spiegò Aires «però diamo fastidio. Siamo ovunque e attacchiamo di continuo, in modo che la produzione sia rallentata.»
Ma quell’oblio non poteva durare in eterno e fu Nihal la prima a pensare alla missione incombente. La sera del quarto giorno disse a Sennar che aveva intenzione di partire l’indomani. Scrutò con attenzione il volto dell’amico, per catturare anche il minimo segno di rimpianto all’idea di dover abbandonare quel luogo, come prova del suo affetto per Aires, ma non ne trovò traccia.
«Volevo parlartene anch’io» rispose Sennar. «Prima finiamo questo dannato viaggio, meglio sarà.»
Sennar lo comunicò ad Aires, da solo.
«Non potete andare via così» disse Aires con calma, tirando dalla sua pipa.
«Ti prego» insistette Sennar «non cercare di trattenermi. È fondamentale partire il prima possibile.»
Lei lo guardò tranquilla. «Non ho intenzione di trattenerti. Dico che non potete andare via da soli. Vi perdereste nel giro di un paio d’ore, finireste col vagare tra i canali per giorni e alla fine morireste di fame. Proprio come quando vi abbiamo trovati.»
«In effetti una guida ci farebbe comodo» ammise Sennar.
«Mi devi dire dove siete diretti» controbatté lei.
Sennar sospirò. «Non posso.»
«Non mi interessa il perché» spiegò Aires «e non mi interessa che cosa dovete fare. Voglio solo sapere dove, altrimenti non vi ci posso accompagnare.»
Sennar la guardò stupito. «Vuoi farci tu da guida?»
Aires tirò una lunga boccata, poi con tutta calma soffiò fuori il fumo. «Conosco bene questi posti e lo faccio con piacere.»
«Non so se i tuoi saranno contenti... Sei il capo qui, avrai delle responsabilità.»
«Non ho mai smesso di fare quel che mi pare.» Sorrise. «Proprio perché sono il capo, sono libera di accompagnare un vecchio amico. Comunque, c’è chi può sostituirmi.»
«A dire il vero non sappiamo bene dove dobbiamo andare» disse il mago. «Cerchiamo una specie di lago, credo, con un’isola al centro.»
Aires appoggiò i piedi sul tavolo e rovesciò il capo all’indietro. Sembrava che scrutasse un’immaginaria cartina sul soffitto della capanna, per individuare il luogo richiesto. Poi abbassò lo sguardo. «C’è un unico lago in questa Terra, parecchie miglia a ovest da qui. Si chiama Lago di Jol e non è proprio un bel posto. Secoli fa in quel punto c’era un enorme vulcano. L’ultima eruzione gli fu fatale; saltò letteralmente in aria e oscurò per anni tutta la Terra del Fuoco con i suoi detriti. Al suo posto si formò il lago, ma le braci di quell’inferno covano ancora sotto la superficie. Al centro si innalza un’isoletta, è un piccolo vulcano. Erutta in continuazione e la sua lava finisce in acqua, sollevando una perenne nube di vapore che nasconde il lago. Le sue acque sono tossiche e talmente salate che potresti farci galleggiare un pezzo di piombo.»
Sennar ricordò i santuari che avevano visitato e pensò che quel luogo infernale fosse adatto a custodire la pietra del fuoco. «Perfetto, temo proprio che dovrai portarci fin là.»
«Come vuoi» disse lei.
Sennar stava già per imboccare la porta, quando Aires lo fermò. «Che cos’hai Sennar?» gli chiese a bruciapelo.
Lui si fermò sulla soglia, ma non si voltò. «Nulla.»
«Non fare l’idiota con me. Siamo stati insieme solo per tre mesi, ma ti conosco bene. Non sei più il ragazzo che ho accompagnato fino al Gorgo, c’è qualcosa di diverso in te, qualcosa che ti fa soffrire. È per Nihal? Siete fatti l’uno per l’altra, basta guardarvi per capirlo.»
Sennar sorrise e le si avvicinò. «Durante questo viaggio sono successe cose che non sarebbero mai dovute accadere, ho visto verità che non immaginavo, che avrei preferito ignorare. Sono queste che mi hanno cambiato» disse in tono stanco. Aires fece per parlare, ma lui la interruppe. «Ho superato io stesso un confine che non avrei mai creduto di poter oltrepassare. Sono arrivato a chiedermi se davvero esiste qualcuno su questa terra degno di essere salvato, se non siamo tutti avviati sulla via della perdizione.»
L’espressione di Aires cambiò, fu come se d’un tratto avesse rinunciato a tutte le sue difese. «Io raggiungo la redenzione e tu ti perdi» commentò.
Sennar sorrise, un sorriso triste.
Aires prese un’altra lunga boccata dalla sua pipa. «Se non fosse stato per te, forse io non sarei qui ora. Qualunque cosa tu abbia fatto, devi perdonarti. Macerarsi nel senso di colpa non serve a nulla.»
Sennar le sorrise con gratitudine e volle lasciarle credere che lo aveva convinto. Ma non era così. Avrebbe proseguito nella sua lotta, perché ci sarebbe sempre stato qualcuno degno di essere salvato. Ma il ricordo della radura e dei corpi carbonizzati lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. Insieme alla certezza che niente sarebbe più stato come prima.