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Nihal continuò a osservare il fuoco in silenzio.

«E Sennar?» chiese Aires all’improvviso.

Nihal arrossì di nuovo. «Cosa c’entra Sennar?»

«Pensi di poterti fidare di lui? Credi in lui?»

«Certo che ci credo! È l’unica persona in cui possa riporre completa fiducia.»

«Allora non è vero che non hai certezze, perché una sta dormendo lì al tuo fianco» concluse Aires. Quindi si mise la pipa in bocca e riprese a fumare tranquilla.

Furono necessari tredici giorni di viaggio per giungere alla meta, il Lago di Jol. D’improvviso il canale che seguivano si impennò verso l’alto e attraverso un’apertura che sembrava lontanissima videro penetrare una luce fioca.

«Qui le cose si fanno più complicate» disse Aires. Tirò fuori dalla sacca che portava con sé una corda e una specie di piccozza. «Vado avanti io e fisso la corda; voi mi seguirete. Cercate di abituarvi a poco a poco alla luce, o vi accecherà.» Quindi prese a scalare rapida la roccia, mentre l’acqua scorreva impetuosa sotto di lei.

Quando la vide salire veloce come un furetto, Sennar sorrise. Era la stessa Aires che si arrampicava sugli alberi e le sartie della nave, qualsiasi fossero le condizioni del mare.

Il sorriso del mago però si spense presto. Dopo mezz’ora, infatti, Aires tornò indietro e disse loro che potevano procedere; dovevano afferrarsi alla corda e issarsi con la forza delle braccia. Non appena sentì quelle istruzioni, Sennar guardò preoccupato l’acqua sotto di loro.

Per Nihal la scalata non fu un problema. Sennar invece non se la cavò altrettanto facilmente. La sua lunga veste si impigliava di continuo e il mago più di una volta rischiò di cadere e si chiese come accidente gli fosse venuto in mente di cacciarsi in una situazione del genere. Alla fine, però, riuscì a salire e in meno di un’ora riguadagnarono la luce.

Quando emersero, parve loro di aver raggiunto l’inferno. Dapprima tutto ciò che notarono furono fumo, nubi dense e un odore acre di zolfo; sembrava di non poter respirare, per il fetore e per il caldo. Poi la visuale si fece più nitida e in lontananza scorsero una serie di punti luminosi rossi che si stagliavano contro il cielo giallo. Quando si furono abituati alla luce, a poco a poco si accorsero che quei punti rossi erano bocche di vulcani. Ciascuna eruttava lapilli e ceneri, e sbuffi di fumo si alzavano verso il cielo in pennacchi neri.

Tutto intorno non vi era vegetazione, solo nuda roccia dilavata dalle piogge di colori sgargianti, giallo e arancione. Anche da terra si sollevavano vapori mefitici, ma candidi come le nuvole in un cielo estivo.

«Non è tutta così la Terra del Fuoco» disse Aires, mentre li precedeva. «Questa è una delle zone peggiori, insieme ai Campi Morti. Verso nord, però, il paesaggio migliora. Si dice addirittura che dalle parti di Assa ci fosse un bosco, molti anni fa. Io però amo questa desolazione.» Lasciò vagare lo sguardo intorno. «Non so perché, ma sento che questa terra selvaggia è la mia patria, come lo era il mare.»

Iniziarono a camminare seguendo il corso impetuoso del fiume che li aveva condotti fin lì; si buttava nelle viscere della terra nel punto in cui erano emersi alla luce. Era l’emissario del Lago di Jol ed era anche l’unico fiume che scorresse per un breve tratto allo scoperto; per il resto, nella Terra del Fuoco l’acqua era tutta sotterranea e riemergeva solo in prossimità delle città. Celebre era l’acquedotto di Assa, un’enorme costruzione che circondava la capitale e portava l’acqua ai suoi abitanti.

Il fiume in realtà era poco più di un rivo, nonostante la violenza delle sue correnti. Scorreva fra rocce colorate nelle sfumature del rosso e del giallo, tormentate nella forma e rimodellate di continuo dall’erosione. Al contatto con la pietra calda, l’acqua evaporava e formava quella cortina impenetrabile di fumo che all’inizio aveva impedito loro la vista.

Non dovettero camminare a lungo, prima di giungere al lago. Anch’esso era ricoperto di una fitta coltre di fumo, tanto denso e candido da sembrare la nebbia di un mattino d’inverno. Il caldo era soffocante e l’aria impregnata di odori pungenti. A fare da sottofondo a quel panorama c’era il cupo e costante brontolio dei vulcani, che con quel suono maestoso sembravano rivendicare il possesso del luogo. Si udiva poi un rumore chiocciante, che a Sennar ricordò il gocciolio della fontanella nel giardino in cui aveva detto addio a Ondine, ma che era il lento sobbollire del lago. Grosse bolle di gas emergevano dal fondo e scoppiavano pigre sulla superficie verde smeraldo, che diventava di un blu cupo dove la profondità era maggiore. Proprio lì si innalzava dalle acque il vulcano di cui Aires aveva parlato.

Non doveva essere alto più di una cinquantina di braccia e aveva una bocca piccola e tondeggiante, dalla quale fuoriusciva una lava densa, che poi colava lenta nel lago.

«Come vi ho già spiegato, le acque sono velenose e impregnate di sale» disse Aires, quando si fermarono sulla sponda. Raccolse una pietra da terra e la lanciò nel lago. Dopo un primo tonfo, la pietra risalì lentamente a galla e rimase a fluttuare sul pelo dell’acqua.

Sennar e Nihal rimasero per un po’ a guardare stupiti.

«È questo il posto?» chiese infine il mago.

Nihal chiuse gli occhi, poi li riaprì. «Sì, è questo.»

«Bene» disse Aires. «Vi ho portati dove volevate arrivare. Ora non mi interessa cosa dovete fare e, a quanto ho capito, è meglio che non lo sappia. Io me ne vado, vi aspetto nell’ultima delle cisterne dove siamo passati.»

Detto questo, voltò le spalle e si avviò nella direzione da dove erano venuti, lasciando Sennar e Nihal indecisi sulla riva.

«E ora?» chiese Sennar.

«Il santuario è nel vulcano» disse Nihal con calma.

«Perfetto!» osservò Sennar. «Come ci arriviamo?»

«Con la magia» rispose Nihal.

Il mago notò che la sua voce aveva un tono strano, privo di qualsiasi sfumatura. «Va tutto bene?»

«Evoca una passerella» continuò Nihal con la stessa voce atona.

Sennar la guardò per qualche istante, poi obbedì. Una labile passerella si disegnò sul pelo dell’acqua e la mezzelfo vi salì. Sennar stava per seguirla a ruota.

«Tu resti qui» lo fermò Nihal.

«Perché? Sono venuto con te praticamente in tutti i santuari.»

«Stavolta non puoi seguirmi. Mi attende qualcuno cui sono consacrata.»

«Però...» provò a protestare Sennar, ma Nihal si era già allontanata e i fumi che sovrastavano il lago l’avevano avvolta.

Il mago si sedette sulla riva e restò immobile, in attesa. Dunque era Shevrar che la chiamava.

Nihal camminava con la sensazione di obbedire a un comando, a un richiamo stranamente familiare al quale non sapeva resistere. Il talismano, celato sotto il corpetto, le indicava con chiarezza l’ubicazione del santuario; Nihal poteva quasi sentire sulla pelle lo splendore delle pietre.

Al centro del lago, sull’isola, avrebbe trovato il servo prediletto di Shevrar, il dio oscuro e misterioso a cui sua madre l’aveva consacrata.

Nihal giunse presto nei pressi del vulcano. Fece un giro intorno all’isola e all’inizio scorse solo lava, ovunque; nessun passaggio che conducesse all’interno. Poi, aguzzando la vista, intravide una piccola piattaforma, lambita dalla lava ma formata di terra solida. La raggiunse.

Innanzi a lei, avvolta da un muro di fiamme, c’era una porta sulla quale, vergata col fuoco, si leggeva una scritta: "Flaren". Il luogo ove Flar era custodita, il santuario di Shevrar.

Nihal d’un tratto perse tutta la sua sicurezza. Sentiva che il fuoco la chiamava e aveva paura. Che cosa poteva volere da lei? Non conosceva quel dio, non amava il suo nome, che sapeva di battaglia e distruzione. Non avrebbe voluto varcare quella soglia di fuoco, però doveva farlo. Avanzò verso la porta di fiamme e vi passò attraverso. A metà strada si fermò, perplessa. Il fuoco le lambiva la carne ma non la bruciava. Dunque era ben accolta in quel luogo.

Entrò e innanzi a lei si presentò un’immensa sala circolare, le cui pareti erano del colore del sangue e incredibilmente luminose. Lingue di fuoco si innalzavano come colonne verso il soffitto e in fondo, levata a mezz’aria su una pira, rosseggiava Flar. Nihal immaginava che il caldo dovesse essere insopportabile, eppure lei non lo sentiva, anzi, si trovava a suo agio in quel luogo, come se fosse quello il posto cui era da lungo tempo destinata. Aveva fatto bene a non portare Sennar, lui non avrebbe sopportato quel calore e forse non sarebbe neppure passato indenne attraverso la soglia.