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La passerella era ancora lì, ma più flebile di prima. Nihal vi salì e la percorse velocemente. Non appena si fu alzata dalla piattaforma, la lava ricoprì l’ingresso di Flaren, cancellando la porta e le scritte fiammeggianti.

«Com’è andata?» Sennar scattò in piedi visibilmente sollevato non appena scorse la figura di Nihal stagliarsi confusa fra i vapori del lago. Era affaticato, la magia l’aveva provato.

Nihal si fermò davanti a lui e gli mostrò il medaglione. Brillava in quel grigiore e le pietre sembravano animate da vita interiore.

Sennar trasse un sospiro di sollievo. «Chi hai trovato?» chiese.

«Un servo del dio cui sono consacrata» rispose lei.

Mentre tornavano indietro, Nihal gli riferì ciò che il guardiano le aveva detto e gli parlò della profezia.

Raggiunsero Aires, che non volle sapere nulla di ciò che era successo. «Fatto tutto?» si limitò a chiedere e Nihal annuì. Quindi la donna si alzò e si rimisero in marcia.

Quando si calarono di nuovo nelle viscere della terra, la sera stava scendendo sulla Terra del Fuoco, un’oscurità punteggiata dai mille fuochi delle eruzioni.

Il viaggio verso i confini della Terra fu più complicato. Aires non conosceva altrettanto bene la zona in cui si inoltravano e un paio di volte si trovò in difficoltà. A un certo punto rischiarono addirittura di perdersi. Vagarono per un giorno intero, con la donna innanzi a loro che voltava la testa di continuo da una parte e dall’altra, per cercare di orientarsi. Si salvarono solo perché raggiunsero una cisterna dove incontrarono dei ribelli. Fu così che, dopo quasi tre settimane di viaggio, ebbero modo di riposarsi.

La cisterna era più piccola di quella dove comandava Aires, ma non priva di comodità. Il capo della comunità era Lefe, uno gnomo arguto e vivace, che a Nihal ricordò il suo maestro. Lo gnomo non aveva mai incontrato Aires di persona, però ne aveva sentito parlare.

«Chi non conosce Aires, la donna venuta dal mare, che ci ha ridato la vita e la speranza!» esclamò non appena lei si presentò.

Quella notte dormirono in un’ampia camera e su tre comodi giacigli. Persino Nihal riposò serena, senza che nessuno dei suoi incubi venisse a farle visita.

L’indomani mattina, quando Nihal e Sennar si svegliarono, Aires non era nella stanza. Rientrò poco dopo, portando del pane e del latte con cui fecero colazione.

«Io non posso più aiutarvi» disse la donna senza giri di parole. «Non conosco questa zona dell’acquedotto; ho già rischiato di farvi perdere.»

Scese il silenzio.

«Non vi lascio soli» continuò. «Uno degli uomini di Lefe si è offerto di accompagnarvi fino all’uscita dei canali. Purtroppo terminano prima del confine e vi toccherà attraversare a piedi i Campi Morti.»

Fu un addio triste. Persino per Nihal, che aveva iniziato a provare simpatia per Aires, benché non sopportasse gli sguardi languidi che la donna lanciava a Sennar di tanto in tanto.

Fu proprio la mezzelfo a parlare. «Non posso dirti della nostra missione, però ho un favore da chiederti» iniziò.

Aires piantò i suoi occhi neri come la notte in quelli di Nihal e si fece attenta.

«Voglio che raduni un esercito.»

Aires smise di masticare e la guardò incredula. «L’esercito siete voi, se non sbaglio. Ora avete anche i rinforzi del Mondo Sommerso.»

«Ascoltami.» Nihal le si avvicinò e parlò sottovoce. «Tra breve, forse tra un mese o due, tre al massimo, spero, sferreremo un attacco al Tiranno.»

Stavolta Aires scoppiò a ridere, ma la risata le morì in gola non appena vide le facce serie di Nihal e Sennar. «È una follia» disse senza mezzi termini. «Non puoi parlare sul serio. Siamo in guerra da quarant’anni e in tutto questo tempo non abbiamo fatto altro che perdere terreno. Siamo inferiori in numero e in forze. Loro hanno i fammin, per non parlare dei morti... Attaccare in massa vuol dire suicidarsi.»

Nihal si guardò intorno. Non sembrava ci fossero orecchie o occhi indiscreti nei dintorni, ma la prudenza non era mai troppa. «Non posso dirti il perché del nostro viaggio, né a che cosa condurrà, ma il giorno che lo porteremo a termine, se mai ci riusciremo, sferreremo l’attacco decisivo al Tiranno, e ti giuro che sarà tutt’altro che un suicidio. Devi fidarti di me.»

Aires sospirò. «Dimmi cosa vuoi.»

Nihal si rilassò. «In questi due mesi o tre, quanti saranno, devi preparare uno schieramento che sia in grado di combattere come un vero esercito. Saccheggiate le fucine, fate incetta di spade e armature, elmi, scudi, ogni arma che troverete. Addestratevi alla guerra, reclutate uomini. Se possibile, estendete la rivolta.»

Aires scosse la testa. «Ci ho già provato, e altri prima di me hanno fatto lo stesso. La gente è stanca e afflitta, non c’è margine per una resistenza altrove.»

«Riprova» intervenne Sennar. «Sarebbe bene che in ogni Terra vi fosse un nucleo pronto alla battaglia.»

Aires era dubbiosa. «Quanti uomini servono?»

«Dovrete combattere contro tutti gli uomini e gli gnomi che si trovano tra le file del Tiranno. Non ci saranno fammin, né fantasmi» rispose Nihal.

Stavolta Aires si fece attenta. «Cosa intendi dire?»

Nihal scosse la testa. «Non ci pensare, tu raduna uomini a sufficienza per una battaglia del genere. Al momento giusto, quando sarà tempo, ti avviseremo.»

Aires si rivolse a Sennar. «Con una diavoleria magica delle tue, suppongo.» Il mago si limitò a sorridere.

«Attaccheremo da tutti i fronti» proseguì Nihal. «Dovrà essere un’azione fulminea, perché avremo solo un giorno a disposizione. Ciò che ti ho detto, però, deve rimanere segreto. Ti prego di condurre l’operazione nel modo più discreto possibile, affinché nessun nemico ne possa venire a conoscenza. Tieni segreta la notizia dell’attacco, addestra i tuoi uomini, ma non dire loro nulla di ciò che accadrà.»

«Due mesi sono pochi, e non posso fare tutto da sola. Qualcuno dovrà pur sapere.»

«Solo se e quando sarà strettamente indispensabile» intervenne Sennar. «La segretezza è la chiave della nostra missione. Ora che sai quel che ti abbiamo detto, sebbene non sia molto, hai le nostre vite fra le tue mani, e con esse il futuro di tutto il Mondo Emerso.»

Aires non sembrò spaventata da quelle parole. Un sorriso complice le illuminò il volto. «D’accordo» disse. «Lo sai, Sennar, che le sfide mi sono sempre piaciute. Farò il possibile e quando mi chiamerete, state pur certi che ci sarò.»

28

LANDE DESOLATE

Nihal e Sennar partirono dopo pranzo. La loro guida era un ragazzo magro, rosso di capelli e lentigginoso, uno dei pochi uomini che militassero nelle file dei ribelli. Il seguito del viaggio nell’acquedotto fu esasperante e monotono. I canali erano tutti identici, il buio sempre più fitto, l’umidità e il caldo insopportabili. La loro guida era taciturna e agile come un furetto; più di una volta la videro arrampicarsi e scomparire in qualche condotto, e dovettero chiamarla perché non li lasciasse indietro. Neppure loro parlarono molto, perché la presenza di quel ragazzino lentigginoso li metteva a disagio. Trascorsero quasi tutto il viaggio in silenzio, ciascuno immerso nei propri pensieri.

«Siamo arrivati» disse all’improvviso il ragazzo, interrompendo il lungo silenzio. Indicò un punto di luce lontano. «Qui finisce l’acquedotto. Lassù c’è Hora, la Bocca Meridionale. Andate sempre verso ovest e passerete il confine» aggiunse.

Poi, furtivo come sempre, sgattaiolò via, senza dar loro nemmeno il tempo di ringraziarlo o di chiedergli qualche informazione riguardo alla strada che dovevano percorrere.

D’un tratto, Nihal e Sennar furono di nuovo soli.

Uscirono a fatica verso la luce e si ritrovarono alle pendici di un enorme vulcano, il cui boato riempiva l’aria per miglia. Era completamente diverso da quello che avevano visto vicino al Lago di Jol. Era una montagna spaventosamente elevata, nera di fuliggine e di lava, imponente come una possente divinità. A vederlo, sembrava davvero un dio che giaceva disteso. Una propaggine poco scoscesa si allungava verso sud, ma per il resto erano tutti pendii ripidissimi. La bocca era rossa come il sangue e spruzzi di lava si innalzavano alti verso il cielo.