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Aguzzando la vista, Nihal e Sennar poterono vedere a nord una seconda montagna, che anche da quella distanza sembrava più imponente di quella sotto la quale si trovavano. Un altro vulcano, con ogni probabilità il più grande della regione.

«Aires mi ha detto che Assa, la capitale, sorge ai piedi di un vulcano enorme, che si vede da qualsiasi luogo di questa Terra. Si chiama Thal. Dev’essere quello» spiegò Sennar.

Nihal guardò quel punto lontano e ripensò al suo maestro. Assa era il luogo dove aveva vissuto a lungo, la città cui aveva anelato negli anni di esilio nella Terra delle Rocce, dov’era tornato per uccidere il re usurpatore, diventando un assassino. Chissà come stava Ido, quali battaglie combatteva assieme a Vesa. Nihal pregò che stesse bene e di poterlo rivedere sano e salvo, quando sarebbe tornata a calcare il suolo delle Terre libere.

Ci volle un intero giorno solo per girare intorno a Hora, poi presero la strada che portava a ovest, com’era stato loro indicato, diretti verso un luogo che non doveva essere molto rassicurante, almeno a giudicare dal nome che gli avevano dato: Campi Morti. Era difficile immaginare un posto più morto di quello che stavano attraversando. Non c’era un solo filo d’erba, l’aria era impregnata di mille odori nauseabondi e il sole era perennemente coperto da una coltre di nubi fitte e scure. C’era però qualcosa di rassicurante in quel panorama, che lo rendeva meno triste di quello che avevano visto nella Terra dei Giorni. La desolazione davanti a loro almeno non era frutto della follia distruttiva del Tiranno. Quel territorio, a suo modo, era ancora intatto, selvaggio: il suo suolo era sempre stato morto e la sua aria appestata, e proprio in ciò risiedeva la sua bellezza. Era il regno della natura allo stato primordiale, il luogo ove gli spiriti naturali erano puri e possenti. Vi regnavano il fuoco e l’acqua, e il loro era un dominio incontrastato, che neppure il Tiranno era riuscito a usurpare.

«A vedere questo posto viene da pensare che gli uomini, gli gnomi e tutti gli esseri che popolano questo mondo in realtà siano solo degli intrusi» disse Sennar, mentre avanzava a fatica.

Nihal fu d’accordo con lui. Di fronte alla potenza assoluta che la natura manifestava in quel luogo, tutte le loro guerre e il sangue versato sembravano una cosa da nulla. Le parve di comprendere che cosa avesse voluto dire Flar, quando le aveva parlato dell’infinito fluire delle cose. Tutto era un circolo destinato a non chiudersi mai, e un domani del Tiranno non si sarebbe neppure più sentito parlare. Le vicende degli uomini si sarebbero consumate in una lenta agonia, per poi essere dimenticate. Alla fine di tutti i tempi, di quel luogo sarebbero rimasti soltanto il fuoco, la roccia dei monti, l’acqua dei fiumi, le onde dell’oceano, il vento che spazzava la terra.

Dopo quattro giorni di viaggio giunsero ai Campi Morti e capirono subito che il nome rendeva giustizia a quella vasta piana, che si stendeva fin dove lo sguardo poteva spingersi, piatta e gialla. La punteggiavano miriadi di crateri fumanti; alcuni eruttavano sbuffi di fumo, altri lasciavano colare lenti rivoli di lava che si diramavano sul terreno disegnando strane geometrie. Altri ancora lanciavano verso il cielo a intervalli regolari ampi spruzzi di acqua. Non c’era nulla di vivo, solo la potenza della terra.

Attraversare i Campi Morti si dimostrò molto più complicato del previsto. Spesso la terra era piagata da ampie fenditure e la lava che ne fuoriusciva sbarrava loro la strada. Inoltre non era raro incontrare qualche crepaccio e dovevano aggirare anche i vulcani e i getti d’acqua. Infine faceva caldo e l’aria era irrespirabile. Non ci volle molto perché il loro morale crollasse: si trascinavano lungo la strada con una lentezza che sembrava loro esasperante, madidi di sudore e con i polmoni in fiamme per il caldo. Li consolava solo l’idea che almeno lì non avrebbero incontrato nemici. A che pro il Tiranno avrebbe dovuto far sorvegliare un posto in cui nemmeno le mosche osavano avventurarsi?

«Forse sarebbe il caso di avvisare Ido che presto arriveremo» disse una sera Nihal.

Erano distesi a terra e contemplavano uno scorcio della volta stellata attraverso una fessura fra le nuvole. «Mancano solo due pietre.»

«Non so, il nostro viaggio non è ancora terminato...» rispose Sennar. Gli sembrava di cattivo auspicio parlare della fine della missione.

«L’attacco non sarà facile da preparare, dovremo avvisare prima del nostro arrivo, in modo che tutto possa essere organizzato a dovere» insistette Nihal.

Sennar continuò a guardare il cielo. «Potrebbe accadere qualcosa che ci ritardi...» esitò. «Potremmo non arrivare affatto...»

Nihal sorrise e si sollevò per guardarlo. «Hai paura che porti sfortuna?»

Sennar ricambiò il sorriso. «Forse.»

Era inquieto da quando aveva lasciato Aires. Aveva provato una strana sensazione mentre la salutava, quasi che quel saluto potesse essere l’ultimo, e da allora gli pareva di essere circondato da un alone di morte. Scosse la testa per scacciare quei pensieri e si voltò verso Nihal. «Poniamo di giungere alla fine di tutta questa storia» disse «e di battere il Tiranno. Ti sei mai chiesta che cosa faremo dopo?»

Nihal tornò a stendersi e a guardare il cielo. «Non lo so» rispose. «La verità è che sono stanca di combattere. Forse, se tutto finisse, metterei via la spada per un po’.»

Stavolta fu Sennar a tirarsi su e a fissarla, sorpreso. «Non ci credo... È da quando ti conosco che non desideri altro che combattere e ora vorresti fermarti?»

«Ho parlato con Aires qualche sera fa» rispose lei. «Mi ha detto delle cose che mi hanno fatto riflettere. Ho già cercato a lungo me stessa nel combattimento. Forse è ora che cerchi altrove, nel riposo e nella solitudine magari, non lo so... So solo che di sangue ne ho visto abbastanza, almeno per ora.»

Sennar cercò di mascherare la sua delusione.

Nella solitudine... Perché non puoi cercare con me, Nihal? Perché non vuoi che ti aiuti?

«E tu?» chiese Nihal.

«Non lo so bene nemmeno io, ma di sicuro continuerò a fare il mago» disse. «Per prima cosa, se mi vorranno tornerò al Consiglio. Lì c’è sempre da lavorare, con o senza la guerra. Riprenderò le attività di sempre e mi godrò la pace, vedrò come si sta. Dev’essere bello» concluse in un tono più malinconico di quello che avrebbe voluto. Poi tornò a distendersi e a fissare le poche stelle che facevano capolino sopra di loro.

Il terzo giorno di cammino giunsero nel centro dei Campi Morti. Erano stanchi di marciare in quella desolazione, dove non cresceva neppure un filo d’erba. Desideravano incontrare qualcosa di vivo e le loro preghiere furono esaudite, ma non nel modo in cui avrebbero voluto.

D’improvviso, mentre camminavano affaticati sotto la coltre di nubi, sentirono delle voci. Fino allora l’unico suono che avevano udito era stato il rombo dell’acqua che fuoriusciva dal terreno o il rumore dei getti di lava e degli sbuffi di fumo che salivano in superficie.

Si nascosero dietro uno strano spuntone di roccia e rimasero in attesa, col cuore in gola. Dopo interminabili minuti, videro avanzare due gnomi vestiti da guerrieri e con insegne che non lasciavano dubbi sull’esercito al quale appartenevano. Nihal e Sennar si appiattirono quanto più poterono contro la roccia e trattennero quasi il respiro per non farsi sentire. Che cosa ci facevano dei nemici in quel posto dimenticato dagli dèi?

«Secondo me sono morti.»

«Lo credo anch’io.»

«E allora che senso ha questa ricerca?»

«Senti, non conviene farsi troppe domande. Sai bene che gli ordini sono ordini e questo in particolare, a quanto pare, viene da molto in alto.»