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Varcarono la frontiera il giorno seguente e abbandonarono per sempre la Terra del Fuoco. Sembrava passato un secolo dalla sera in cui avevano parlato della fine della missione. Mancavano due pietre, ma erano braccati e la battaglia nella piana avrebbe attirato contro di loro nuovi nemici.

«Non combatteremo più» disse Nihal, mentre camminavano. «Se continueremo a muoverci di notte, nessuno ci troverà. Faremo attenzione.»

Sennar taceva. Quando si decise a rompere il silenzio, fece qualcosa d’inatteso. Rise. «Non devi preoccuparti per me» disse. «Ho smesso di fare la mammoletta e di sconvolgermi per ogni goccia di sangue che scorre sotto i miei occhi. Combatterò ancora, non temere. Ogni volta che sarà necessario.»

Nihal non disse nulla, confidando che il silenzio potesse più di mille parole.

29

UN GRIDO DI RABBIA

Ido si stufò presto di restare a Dama. L’estate era inoltrata e lo gnomo immaginava che a breve si sarebbe tenuta una nuova assemblea per discutere le mosse successive contro il Tiranno. Sentiva che era tempo di tornare alla vita militare.

Lo gnomo era stupito che nessuno dell’esercito si fosse fatto vivo. La sua licenza non poteva protrarsi in eterno e lui si aspettava che da un momento all’altro gli giungessero ordini. Ma i giorni passavano senza che arrivasse alcuna notizia.

Così, un mattino di sole in cui si sentiva meglio del solito, lo gnomo decise di partire per Makrat. Sapeva che i vertici militari erano tutti lì, compresa Soana.

Si vestì da guerriero e chiese all’attendente che si prendeva cura di lui dove fossero le sue armi. Ebbe una brutta sorpresa. Accanto all’armatura mancava qualcosa.

«Dov’è la mia spada?» chiese irritato.

«Deinoforo l’ha spezzata» rispose il ragazzo intimorito.

Ido ebbe un tuffo al cuore. Quel duello aveva minato tutti i punti fermi della sua esistenza. La spada era la sua vita, non poteva combattere senza.

«Ma ve ne ho procurata una nuova» aggiunse subito l’attendente e indicò un’arma appoggiata al muro. Non vi erano fregi sull’elsa, doveva essere appartenuta a un soldato semplice caduto in battaglia.

«Dov’è quel che resta della mia spada?» chiese Ido, a voce più alta.

Il ragazzo sussultò. «La maga me l’ha consegnata prima di partire. L’ho messa in magazzino, con le altre armi.»

Ido vi si fiondò. L’idea della sua spada mescolata ai rottami lo faceva imbestialire. Il ragazzo lo seguì affannato.

La vide subito, gettata in un angolo. La lama era troncata a qualche pollice dalla guardia. Ido sentì il cuore stringersi. La prese in mano. L’elsa era incrostata di sangue. Il suo, o forse quello di Deinoforo. Anche ciò che restava della lama era vermiglio. Lo gnomo pensò a tutti gli anni durante i quali la sua spada l’aveva servito e sentì salirgli le lacrime agli occhi. «La porto con me» disse.

«Ma, signore, è rotta...» protestò il ragazzo.

Ido lo ignorò e uscì dal magazzino a passo deciso.

Almeno Vesa era al suo posto, fiero come sempre. Il drago era uscito praticamente illeso dal duello e salutò Ido con uno sbuffo dalle narici. Appena gli montò in groppa, lo gnomo ritrovò le sensazioni che più gli erano mancate in quei giorni di convalescenza e riuscì quasi a convincersi che in fondo non fosse accaduto nulla di grave.

«Forza, ci tocca tornare all’Accademia a ricevere ordini» disse con un sorriso, poi spronò Vesa al volo.

Al suo arrivo, Ido trovò Makrat molto cambiata. L’eco della sconfitta nella Terra dell’Acqua era giunta fin lì e la gente era spaventata. Per le vie della città giravano numerosi soldati e gli abitanti avevano abbandonato il loro consueto fare sfacciato e ciarliero: il viavai per le strade era diminuito, c’erano meno mercanzie nei mercati e persino i bambini erano più misurati nei loro giochi. La situazione era seria, ormai lo capivano tutti.

Ido andò dritto all’Accademia e chiese udienza a Raven. Prima si toglieva di torno quell’incombenza, meglio sarebbe stato. Dovette fare la consueta anticamera, quindi Raven lo accolse. Il Supremo Generale era seduto sul suo scanno, gelido, e neppure lo salutò. Ido non era in vena di beghe, così si inginocchiò rapidamente.

Lo sguardo di Raven corse alla benda che copriva l’occhio. «Come va la tua ferita?»

«Rimarginata. Non era nulla di grave.»

Il silenzio scese sulla sala per qualche minuto.

«Ebbene? Cosa sei venuto a chiedermi?»

«Mi sembra evidente. Voglio sapere che cosa devo fare. Mi avete lasciato marcire a Dama senza uno straccio di ordine.»

«Sei in licenza.»

«Sono guarito.»

«Vedo che ti rifiuti di capire...»

«No» disse Ido spazientito. «In effetti non capisco.»

«Sei in licenza a tempo indeterminato.»

Quelle parole gli piombarono addosso come un masso. Questa non se l’era davvero aspettata. «Ti ho detto che sto bene» protestò.

Raven si alzò e andò verso di lui. «Non avevo intenzione di essere così duro con te, ma mi hai costretto» disse in tono brusco. «Ci sono due motivi per cui sei stato dispensato dai tuoi compiti di Cavaliere.»

«Cos’è, un altro patetico tentativo di farmi fuori? Credevo che avessimo appianato una volta per tutte le nostre divergenze» sbottò Ido.

Raven sembrò non badare neppure a quelle parole. «Il tuo comportamento in battaglia è stato inqualificabile. Hai lasciato allo sbando le tue truppe per dedicarti a un insignificante duello personale, hai condotto alla morte più di trecento uomini.»

Ido si sentì avvampare. «Ero ferito, che cosa pretendevi, che li seguissi dall’infermeria?»

«Non sto parlando di questo, e lo sai. Ti sei gettato su Deinoforo all’inizio della battaglia, incurante delle strategie. Hai abbandonato al loro destino i tuoi uomini. Sono morti quasi tutti quel giorno, o non lo sai?»

In un lampo, Ido vide i volti di coloro che aveva addestrato e gli parvero terribilmente giovani, dei bambini. Poi ricordò una voce lontana che lo chiamava sul campo di battaglia, la voce di Nelgar: "I tuoi uomini, dannazione, Ido!".

«Io...» provò a schermirsi, ma non trovò le parole. Lo sapeva, fin dal giorno in cui aveva parlato con il suo allievo.

«Mi hai dato la prova che non sbagliavo a non fidarmi di te» continuò Raven. «Non sei cambiato dai tempi in cui combattevi per il Tiranno, una bestia assetata di sangue, e la tua sete ha fatto molte vittime.»

«Non è così, e lo sai. Sì, ho sbagliato, ma...»

«Nessun ma. Non tollero errori così grossolani neppure da uno sbarbatello, figuriamoci da chi ha calcato centinaia di volte il campo di battaglia.»

Ido restò al suo posto, i pugni serrati. Quasi non riusciva a respirare, gli sembrava di soffocare.

«In ogni caso, non è solo questa la ragione della tua licenza» disse Raven. Si voltò e si allontanò di qualche passo. «Sei stato gravemente ferito e ti manca un occhio. Non potrai mai più essere il guerriero di un tempo.»

Ido sentì la rabbia ribollire. «Non dire idiozie» sibilò.

«Dico semplicemente la verità. Un occhio in meno non è un problema da nulla per un guerriero.»

«Io sono esattamente come prima, vuoi che te lo dimostri?»

«Non fare il ragazzino. Tutto per te si riduce a sfoderare la spada, sempre e comunque. Credi che non mi sia giunta voce della tua bravata in Accademia? Ido, non puoi negarlo, hai difficoltà a percepire le distanze e il tuo campo visivo è assai ridotto. Non potrai tornare a combattere come prima.»

Ido cercò di controllarsi, ma la rabbia che aveva in corpo era troppa. «Prendi quella maledetta spada e provami che non sono più quello di un tempo. Provamelo! Io e te avremmo dovuto chiudere i conti anni fa.»