Raven rimase impassibile. «Ido, non costringermi...»
«Te lo sto chiedendo, dannazione!» L’urlo di Ido fece trasalire le guardie all’ingresso.
«Sei fuori di te» rispose calmo Raven. «Non ha senso continuare questa conversazione. Va’ via, ne discuteremo quando sarai disposto a ragionare.»
Raven si volse e fece per raggiungere lo scranno. Ido non ci vide più, con un grido sguainò la spada che gli aveva procurato l’attendente e attaccò il Supremo Generale.
Raven parò il colpo con facilità. «Ricorda che sono un tuo superiore. Non provocarmi, Ido.»
Come se non lo avesse sentito, lo gnomo attaccò di nuovo, e ancora Raven parò quasi senza scomporsi. Poi il Supremo Generale gli inferse un colpo laterale. Ido non lo vide arrivare, ebbe appena il tempo di sentire un vago fruscio alle sue spalle. Si scostò e si rese conto che una delle due guardie era accorsa.
«Sei convinto ora? Non hai visto il mio colpo, non hai visto arrivare la guardia.»
Ido urlò ancora e riprese ad attaccare, ma non riusciva a vedere molti dei colpi che Raven e la guardia gli indirizzavano. Non capiva dov’era, non percepiva lo spazio intorno a sé e presto iniziò a muoversi in modo scoordinato. D’improvviso fu colpito alla schiena e Raven ne approfittò per disarmarlo. La spada tintinnò lontano, sul pavimento lucido. Ido cadde in ginocchio, senza fiato.
«Non sei in grado di combattere» sentenziò il Supremo Generale. «Mi spiace Ido, ma non abbiamo bisogno dei servigi di un Cavaliere a metà.»
Raven lasciò la sala. Il rumore dei suoi stivali sul marmo suonò odioso alle orecchie di Ido.
Lo gnomo rimase a terra, ansante. La spada giaceva qualche braccio più in là.
Non sarà più come prima. Non sarà mai più come prima. Ha ragione lui. Sono un Cavaliere a metà.
Lanciò un grido di rabbia verso l’alta volta della sala.
Ido entrò nella stanza di Soana come una furia. Era pallido e sconvolto, e la maga si spaventò.
«Cosa ci fai qui?»
Non sapeva neanche che fosse a Makrat, lo credeva ancora convalescente a Dama.
«Ridammi il mio occhio.»
Soana non capiva.
«Cosa...?»
Ido prese a rovistare fra i suoi libri, fra le sue cose, come un folle. «Tu sei una maga, giusto? Ebbene, ridammi il mio occhio, dannazione! Ci sarà un maledetto incantesimo in grado di farmelo ricrescere, di farmi tornare quello di prima!»
Soana andò verso di lui e cercò di fermarlo, ma lo gnomo continuava a gettare libri a terra. «Ido, non esiste alcuna magia che possa fare una cosa del genere, ci sono dei limiti che nessuno...»
«Non è possibile! Non è possibile che finisca così!» Si gettò ancora sugli scaffali, ma quando fece per prendere un altro libro, alla sua sinistra, ne mancò il dorso. «Dannazione!» Con un urlo di rabbia e disperazione cadde a terra, in lacrime.
Mai Soana l’aveva visto piangere. Rimase ferma al suo posto, in attesa che Ido si calmasse.
«Deinoforo mi ha tolto anche la possibilità di combattere, l’ultima cosa che mi fosse rimasta. Senza l’occhio non potrò tornare sui campi di battaglia e che cosa sono io, senza la battaglia? Che cosa sono se non un traditore?»
Rimase a terra a singhiozzare. Soana si chinò e lo abbracciò in silenzio.
A poco a poco Ido si calmò. La ferita all’occhio si era riaperta e Soana lo medicò.
Lo gnomo non avrebbe tollerato di farsi vedere in quello stato da nessun altro. «Scusami» le disse.
«Non ti preoccupare» rispose la maga. «Mi sembra vada bene, ora.»
Ido portò la mano all’occhio. Non si sarebbe mai abituato a trovare l’incavo sotto le dita. Fuori dalla finestra, il sole calava lento sulla città e la sera arrivava a mitigare il caldo soffocante dell’estate. Soana accese le candele.
«Ora dimmi che cosa è successo.»
Ido le raccontò il colloquio con Raven.
«Non l’ho vista, la guardia. Mi è apparsa di fronte all’improvviso. E non vedevo neanche molti dei colpi di Raven. È come se oggi, per la prima volta, la perdita dell’occhio fosse diventata vera. Non potrò più combattere.» La guardò. «La battaglia era l’unico modo per rimediare ai miei errori.»
Soana sorrise malinconica. «Ido, a te non serve un nuovo occhio. Ti servono coraggio e forza di volontà. Imparerai a muoverti, a combattere con un occhio solo, affinerai il tuo udito e tornerai sul campo di battaglia.»
Rimasero in silenzio, mentre il buio si infittiva intorno all’alone di luce delle candele.
«Grazie» mormorò Ido.
«Resta qui, stasera» disse Soana. «Hai bisogno di riposo.»
Lo gnomo annuì.
Ido restò da Soana per qualche tempo. Aveva bisogno di riflettere e la compagnia della maga gli infondeva serenità.
«Chiederò aiuto a Parsel» disse lo gnomo una sera, mentre con Soana si godeva la brezza che entrava dalla finestra. Il cielo stellato era tanto luminoso da rischiarare con la sua luce argentata le vie quiete di Makrat.
La maga sorrise. «Dunque sei pronto.»
«C’è un’altra cosa che devo fare» aggiunse Ido, dopo qualche minuto di silenzio.
Soana lo guardò interrogativa.
«Ho bisogno di sapere chi è Deinoforo.»
La maga sospirò.
«Non è come credi» ribatté lo gnomo. «Ho smesso i panni del vendicatore solitario, non mi si addicono e mi rendono ridicolo. Ma devo sconfiggerlo.»
«Stai attento. La via che vuoi percorrere è pericolosa.»
Ido sentiva che Soana era combattuta, come se fosse sul punto di dirgli qualcosa, ma non fosse convinta dell’opportunità di farlo.
«È strano come certe persone tornino sempre, in alcune storie» disse infine la maga. «E in genere sono le persone sbagliate.»
Ido la guardò senza capire.
«Quando dopo molti anni riuscii finalmente a ritrovare la mia maestra, Reis, lei mi chiese di vedere Nihal. Io cercai di oppormi e lei allora pronunciò una frase che quel giorno non capii. Mi disse che i fantasmi al seguito di una corazza scarlatta avrebbero infine condotto Sheireen al suo destino, così come lei era andata incontro al suo al seguito di quella stessa corazza.»
Ido abbassò gli occhi. «La battaglia contro i morti...» mormorò.
Soana annuì e un’ombra le passò sul volto. «Non so cosa intendesse con la seconda parte di quella frase... e non voglio saperlo» concluse mesta.
Lo gnomo tacque per qualche istante. «Devo andare da lei.»
«È ammattita, Ido, non assomiglia neanche più alla mia maestra di un tempo. È colma di odio, un odio così profondo che ha deformato persino il suo aspetto.»
«Non ha importanza. Ho avuto a che fare con molte persone piene di rancore.» Il pensiero volò subito a suo fratello, ma Ido lo scacciò. «Voglio sapere chi è Deinoforo, voglio guardare dentro la mia ossessione.»
«Sai come la penso in proposito. Fai attenzione, almeno.»
Ido annuì.
Lo gnomo partì il giorno seguente e si diresse all’Accademia.
Per prima cosa andò a salutare Vesa e ottenne il permesso di lasciare il drago nelle scuderie dell’Accademia per qualche tempo. La sua permanenza in quel luogo almeno era servita a qualcosa.
Poi cercò Parsel. Gli dissero che era impegnato con i suoi allievi, così Ido gli lasciò un messaggio e sperò che il maestro non si facesse attendere troppo.
Si incontrarono fuori dall’Accademia, in una locanda di Makrat. Quando Parsel arrivò, aveva un’espressione imbarazzata.
«Non fare quella faccia» esordì Ido. «Non sono un invalido.»
Parsel ne prese atto e tornò ai modi bruschi che lo contraddistinguevano.
Parlarono della battaglia, del duello contro Deinoforo, delle perdite subite. Poi il discorso cadde sull’incontro con Raven.
«Non so vivere senza combattere, immagino che tu lo capisca» disse Ido.
Parsel annuì poco convinto.
«Io non voglio credere che la perdita di quest’occhio sia la fine. Mi addestrerò, ci proverò almeno, e imparerò a combattere come prima, meglio di prima, con l’unico occhio che mi resta.»