«Sei sicuro che vada tutto bene?» chiese Orphu.
Mahnmut ritrasse le lame da taglio ed estese tutti i manipolatori, commutando su "Massima precisione" il controllo dei motori. Cominciò a intrecciare i capi di spessa canapa, così velocemente che le dita metalliche divennero una macchia confusa nei raggi di fari alogeni che tagliavano il buio del terzo ponte. L’acqua sciaguattava avanti e indietro intorno a lui e su di lui, mentre la nave rollava all’indietro su ogni tremenda onda e poi scivolava lungo la parte posteriore di essa e straorzava nel cavo d’onda. Allora Mahnmut si preparava all’onda successiva che si abbatteva di nuovo sulla poppa, col fragore e la forza di un colpo di cannone. E sapeva che ogni onda indicava che la nave era molto più vicino alle rocce e alla scogliera.
«È tutto a posto» disse, con le dita che volavano, intrecciavano fili, usando i laser a bassa potenza nei polsi per saldare le fibre metalliche che correvano lungo la canapa logora. «Sono impegnatissimo.»
«Ti chiamerò per controllo fra qualche minuto» gli disse Orphu.
«Bene» fece Mahnmut, pensando: "Se non riesco a ripristinare il governo della feluca, fra una trentina di minuti saremo contro le rocce. Glielo dirò quindici minuti prima che succeda". «Sì, è una buona idea» trasmise. «Una chiamata di controllo fra qualche minuto.»
La rozza feluca (non aveva un nome) non era il Dark Lady, ma era di nuovo in grado di navigare e di essere pilotata. Sul ponte di poppa, gambe e piedi ben piantati per resistere al rollio e al beccheggio, Mahnmut si mise alla ruota, con le scogliere battute dalla tempesta visibili a meno di un chilometro dritto a prua, con le vele a brandelli da lui stesso rammendate tese sui due alberi. Il cavo della barra resse e il timone rispose. Mahnmut costrinse la nave a girarsi nel vento e chiamò Orphu per informarlo della situazione. Gli disse la verità: avevano corso il rischio che la feluca fosse sbattuta sugli scogli nel giro d’un quarto d’ora o forse meno, ma ora lui pilotava quella porca di nave, ammesso che ne valesse la pena.
«Bene, apprezzo la tua sincerità» disse Orphu. «Posso aiutarti in qualche modo?»
Mahnmut, caricando tutto il proprio peso sulla grossa ruota in modo che la nave puntasse verso l’onda in arrivo e non si capovolgesse, rispose: «Anche i suggerimenti mi farebbero comodo».
La nube di polvere non dava segno di sollevarsi né il vento pareva prossimo a diminuire di intensità. Gomene vibravano, pezzi di tela sbattevano e la prua scompariva in una muraglia di spuma bianca che colpiva anche Mahnmut, venti metri più indietro. Orphu disse: «"Di nuovo qui? Ma che ci avete a fare? Volete proprio che molliamo tutto e che coliamo a picco tutti quanti? Vi siete messi in testa di affogare?"».
Mahnmut impiegò qualche secondo a cogliere la citazione. Cavalcando l’onda successiva quasi a gravità zero, guardandosi indietro e vedendo le scogliere più vicino, richiamò alla memoria secondaria la Tempesta ed esclamò: «"Un accidente a quella tua golaccia, cane ringhioso, blasfemo, spietato!"».
«"Fatela voi, allora, la manovra!"»
«"Vatti a impiccare, rognoso cagnaccio! Alla forca, figliaccio di puttana, con questo tuo sbraitare da villano!"» disse Mahnmut, gridando per superare il rumore del vento e dell’onda, anche se per radio non serviva a niente gridare. «"Scommetto che paura d’affogare ce n’hai assai più tu, che tutti noi."»
«"Ma quello non s’affoga, garantito"» continuò Orphu ridendo «"fosse pur questo scafo men robusto e resistente d’un guscio di noce e facesse acqua come una baldracca che non può contenersi…" Mahnmut? Che cosa significa esattamente "una baldracca che non può contenersi"?»
«Una donna con le mestruazioni» rispose Mahnmut, tutto piegato sulla ruota per girarla a sinistra. Tonnellate d’acqua lo travolsero. Mahnmut non vedeva più le scogliere, dietro di lui, per la turbinante foschia rossa e per le onde alte, ma sentiva la presenza delle rocce.
«Oh!» disse Orphu. «Davvero imbarazzante. Dov’ero?»
«"Su, sottovento!"» suggerì Mahnmut.
«"Su, sottovento! Su, coi due velacci! Al largo ancora, via! Tenersi al largo!"»
«"Tutto è perduto! Tutto!"» recitò Mahnmut. «"Alle preghiere! Ormai non ci rimane che pregare! Perduto, tutto!"… Aspetta un momento!»
«Non ricordo: "Aspetta un momento!"» disse Orphu.
«No, aspetta tu un momento. Più avanti c’è un varco nella scogliera, un’apertura nella linea della costa.»
«Abbastanza grande da navigarvi?» chiese Orphu.
«È l’inizio del Candor Chasma» disse Mahnmut. «Una massa d’acqua più grande di Conamara Chaos su Europa.»
«Non ricordo quanto fosse grande Conamara Chaos» ammise Orphu.
«Più ampio di tutt’e tre i Grandi Laghi americani e la baia di Hudson messi insieme» disse Mahnmut. «Candor Chasma è in pratica un altro enorme mare interno che si apre a nord. Ci dovrebbero essere migliaia di chilometri quadrati dove manovrare. Niente spiaggia sottovento!»
«È un bene?» disse Orphu, chiaramente restio a sperarci troppo.
«Una possibilità di sopravvivenza» disse Mahnmut, tirando gomene per gonfiare di vento i resti della vela maestra. Attese che la nave fosse sulla cresta dell’onda successiva e mosse la ruota, facendo girare la pesante nave lentamente a dritta, spostando la prua verso l’apertura sempre più ampia nella scogliera. «Una possibilità di sopravvivenza» ripeté.
Tutto finì nel pomeriggio dell’ottavo giorno. Fino a una certa ora le nubi di polvere rimasero basse, correndo via a poppa; il vento continuò a infuriare e nel grande bacino di Candor Chasma l’acqua rimase bianca e mossa; l’ora seguente, dopo un’ultima pioggia color sangue, il cielo divenne azzurro, il mare tornò placido e i piccoli omini verdi emersero dalle nicchie e salirono sul ponte, come bambini che si sveglino da un riposante sonnellino.
Mahnmut era sfinito. Anche con un filo di ricarica che gli giungeva dalle celle solari portatili e di tanto in tanto una scarica dei loro cubi d’energia in esaurimento, era esausto dal punto di vista organico, mentale, cibernetico ed emotivo.
I POV parvero meravigliarsi per i resti delle vele rattoppate, per i cavi della barra saldati e per le altre riparazioni fatte da Mahnmut negli ultimi tre giorni. Poi si misero al lavoro, facendo funzionare le pompe della sentina, pulendo i ponti che parevano insanguinati, rattoppando altre vele, calafatando le tavole svergolate dello scafo e delle paratie, riparando alberi spezzati, sbrogliando cavi ingarbugliati e pilotando la nave. Mahnmut andò nel ponte di mezzo e controllò le operazioni di sollevamento di Orphu dal ponte inferiore fradicio d’acqua; aiutò a fissare il suo amico sul ponte e gli sistemò sopra un telone; poi trovò sul ponte di mezzo un posto caldo e soleggiato, appartato, con una paratia alle spalle e una matassa di corda di fronte che gli alleviavano un poco l’agorafobia, e lì si concesse di galleggiare in un mezzo torpore. Quando chiuse gli occhi, vedeva ancora le alte onde avvicinarsi, sentiva il ponte beccheggiare e udiva l’ululato del vento, anche se adesso intorno alla nave c’era mare calmo. Lanciò furtivamente un’occhiata. La nave navigava di nuovo a sud, bordeggiava nel calmo vento di sudovest e puntava verso l’ampia apertura dove il Candor Chasma sfociava nella Valles Marineris, nel punto detto Melas Chasma. Mahnmut spense di nuovo gli apparati visivi e si concesse un pisolino.
Si svegliò di colpo, perché aveva sentito un tocco sulla spalla. I quaranta POV sfilarono davanti a lui e ciascuno di loro, nel passare, lo sfiorò sulla spalla. Mahnmut usò il canale subvocale e riferì a Orphu il bizzarro comportamento degli omini verdi.
«Forse ti esprimono gratitudine per averli salvati» disse Orphu. «Io lo farei, se avessi ancora gambe e braccia per darti una pacca.»