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«Durante l’accelerazione, la nave, compreso il Dark Lady, sarà imbottita di gel» disse Orphu di Io. «Staremo comodi come chip di circuito nella gelatina.» Era evidente che Orphu di Io era stato coinvolto nel progetto della nave spaziale e Ri Po nello studio dei due pianeti. Koros III di sicuro era stato preavvisato del suo ruolo di comandante di quella spedizione. A Mahnmut parve di essere il solo a essere stato escluso dai preparativi per la missione, probabilmente perché il suo compito, pilotare il Dark Lady nei mari marziani, non era molto importante. "Forse" pensò "dovrei decidere di non partecipare, in fin dei conti." Proust? trasmise al grosso moravec di Io.

Peccato che non andiamo sulla Terra, amico mio. Potremmo visitare Stratford-on-Avon. Comprare un boccale ricordo.

Era una loro vecchia battuta, ma nell’attuale contesto pareva di nuovo divertente. Mahnmut trasmise una passabile imitazione della risata di Orphu e il grosso moravec rispose con un brontolio così forte che tutti gli altri sentirono vibrare l’aria.

Ri Po era serio, chiaramente impegnato a fare calcoli. «Un lancio da una simile forbice ci darebbe una velocità iniziale di quasi due decimi di quella della luce e, anche dopo una drastica decelerazione magnetica nell’interno del sistema, avremo una velocità d’avvicinamento di quasi un millesimo di quella della luce, più di trecento chilometri al secondo. Andremo su Marte abbastanza rapidamente, anche se il pianeta si trova attualmente dalla parte opposta del Sole. Ma qualcuno ha pensato a come rallentare, una volta lì?»

«Sì» disse Orphu di Io, senza più ridere. «Ci abbiamo pensato non poco.»

Anche dopo trent’anni gioviani d’esistenza su Europa, Mahnmut non aveva nessuno cui dire addio. Il suo compagno d’esplorazione, Urtzweil, era stato distrutto in un canale in fase di chiusura, nelle vicinanze del cratere Pwyll, quindici anni prima, e da allora Mahnmut non era entrato in confidenza con nessun’altra entità.

Sedici ore dopo la conferenza, Conamara Chaos Central ordinò a rimorchiatori orbitali dedicati di sollevare il Dark Lady da un canale aperto e spingerlo in orbita, dove moravec da vuoto, sotto la direzione di Orphu, sistemarono il sommergibile nel veicolo spaziale per Marte e usarono antichi rimorchiatori interlunari a induzione per trasportare il tutto fino a Io. Mahnmut e gli altri tre moravec della spedizione avevano brevemente parlato di dare un nome alla nave spaziale, ma per mancanza di fantasia avevano lasciato raffreddare l’impulso e da quel momento l’avevano chiamata semplicemente "la nave".

Come molti veicoli spaziali costruiti da moravec nelle migliaia d’anni dall’inizio del volo interplanetario, la nave era ben poco elegante, almeno secondo gli standard classici. Lunga centoquindici metri, era costituita principalmente di travature di buckycarbonio, con tessuto increspato antiradiazione avvolto intorno a nicchie modulari, sonde semiautomatiche, decine di antenne, sensori e cavi. La nave era notevolmente diversa dai mezzi usati all’interno del sistema gioviano, in primo luogo per il lucente nucleo a dipolo magnetico e per i deflettori. Stipate nel muso bitorzoluto c’erano quattro campane di motore a fusione e i cinque corni della presa a imbuto Matloff-Fennelly. A prua, una pustola larga dieci metri conteneva la vela di boro, ripiegata. La presa a imbuto e la vela sarebbero state necessarie solo nella fase di decelerazione e i motori a fusione non avevano niente a che fare con la fase d’accelerazione.

Mahnmut rimase nel Dark Lady, ora imbottito di gel, mentre Koros III e Ri Po viaggiavano a sessanta metri da lui, nel modulo di controllo prodiero, che erano giunti a chiamare "ponte". Il piano prevedeva che Ri Po si occupasse di tutti i compiti dell’ufficiale di rotta durante la breve folle corsa e che Koros III fosse il comandante della spedizione. Prevedeva pure che quest’ultimo si trasferisse nel sommergibile di Mahnmut poco prima che il Dark Lady, svuotato del gel, fosse sganciato nell’atmosfera marziana. Una volta negli oceani di Marte, Mahnmut avrebbe fatto da tassista, portando il comandante al punto di sbarco da lui scelto per lo spionaggio sulla terraferma. Koros in aveva ricevuto varie specifiche per la missione, che però non riguardavano Mahnmut.

Orphu di Io si era installato nell’apposita sella nel guscio esterno della nave, dietro i dieci tori di solenoide e davanti ai montanti dei cavi della vela, ed era collegato al ponte e al sommergibile mediante ogni sorta di sistema immaginabile. Gran parte della sua conversazione non tecnica era rivolta a Mahnmut.

Sono tuttora interessatissimo alla tua teoria della costruzione drammatica dei sonetti, amico mio. Mi auguro che viviamo abbastanza a lungo, in modo che tu abbia la possibilità di analizzare altre parti del ciclo.

Ma Proust! rispose Mahnmut. Perché Proust, quando puoi spendere tutta l’esistenza nello studio di Shakespeare?

Proust fu forse il definitivo esploratore del tempo, della memoria e della percezione, rispose Orphu.

Mahnmut emise un rumore di scarica elettrostatica.

Il moravec di Io inviò una rumorosa risata mediante la linea audio. «Non vedo l’ora di convincerti che da tutt’e due si può trarre diletto e imparare, Mahnmut, amico mio.»

Il messaggio di Koros III giunse sulla linea comune: Chi vuole, può aumentare l’ampiezza di banda sulle linee visuali. Ci avviciniamo al toro di plasma di Io.

Mahnmut aprì tutti i canali video come richiesto. Preferiva guardare gli eventi esterni dalle lenti di Orphu, ma ora le immagini più interessanti provenivano dalle telecamere di prua e non tutte erano sugli spettri di luce visibile.

Ora la nave accelerava verso la grande faccia di Io, chiazzata di rosso e di giallo; si avvicinava alla luna da sotto il piano dell’eclittica e si preparava a passare sopra il polo nord un attimo prima di volare nel tubo di flusso Io-Giove.

Durante il breve volo da Europa, Orphu e Ri Po avevano scaricato dati su quella parte di spazio gioviano. Mahnmut, creatura fatta per Europa, si era sempre concentrato principalmente su impulsi sonar e su qualche frequenza di luce visibile nei neri oceani del satellite; ora percepì la magnetosfera gioviana come il posto rumoroso e affollato che era realmente. Guardando avanti sulle ampiezze radio intorno al decametro, vedeva il compatto toro di plasma di Io; e, perpendicolare al toro, il tubo di flusso di Io che andava, come due larghi corni, al polo nord e al polo sud di Giove. Molto al di là del pianeta gigante e delle sue lune, oltre la magnetosfera, percepiva il fronte d’urto della turbolenza che si schiantava come grandi onde bianche su una scogliera nascosta, udiva le onde di Langmuir, contro corrente, cantare nella tenebra magnetica al di là di quella scogliera e distingueva lo scoppiettio delle onde ionico-acustiche dopo il lungo viaggio in salita dal Sole. Il Sole stesso, visto dallo spazio gioviano, era poco più di una stella molto luminosa.

Ora, mentre la nave passava sopra Io ed entrava nel tubo di flusso, Mahnmut sentiva il coro di fischi e sibili che la piccola luna causava nel solcare il suo stesso toro di plasma, in pratica mordendosi la coda. Vedeva le profonde bande di emissioni equatoriali e fu obbligato a smorzare il rombo radio su lunghezze di decametri e di chilometri che proveniva dal tubo di flusso. Lo spazio galileiano era una fornace di radiazioni dure e di attività elettromagnetica (Mahnmut aveva trascorso tutta l’esistenza con quel rombo di fondo nelle orecchie virtuali) ma il passaggio dal toro al tubo di flusso così vicino a Giove mandava a sibilare intorno alla nave violente valanghe di elettroni torturati simili a banshees urlanti che assillassero una casa per entrare. Era un’esperienza nuova e Mahnmut ne fu un po’ intimidito.