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Poi furono nel tubo di flusso e Koros III gridò: «Tenetevi forte!» prima che i canali sonori fossero sommersi dal rombo da uragano.

Il toro di plasma di Io era una gigantesca ciambella di particelle cariche smosse nella scia di anidride solforica, di acido solfidrico e di altri gas lasciata (e poi accumulata di nuovo) dalla violenta luna natale di Orphu. Nel percorrere la rapida orbita di 1,77 giorni intorno a Giove, tagliando il campo magnetico del gigante gassoso e solcando il proprio toro di plasma, Io creava una gigantesca corrente elettrica fra Giove e se stesso, un cilindro a due corni d’incredibili impulsi magnetici concentrati, detto tubo di flusso di Io. Il tubo di flusso si collegava ai poli magnetici di Giove e creava fantasmagoriche aurore boreali, mentre i corni del tubo stesso trasportavano una corrente di cinque milioni di ampere e producevano più di duemila miliardi di watt d’energia.

Il Consorzio delle Cinque Lune aveva deciso, alcuni decenni prima, che era un vero peccato sprecare duemila miliardi di watt d’energia.

Mahnmut guardò il polo nord di Io eruttare sotto di loro. Materia espulsa da vari vulcani sulfurei (in particolare da Prometheus, a sud, nei pressi dell’equatore) era scagliata a più di centoquaranta chilometri sopra la superficie butterata, come se la violenta luna sparasse su di loro, cercasse di farli tornare indietro prima che arrivassero al punto di non ritorno.

Troppo tardi. Ci erano già arrivati.

Sul video comune prodiero, le forcelle di navigazione di Ri Po, sovrimposte, mostrarono il giusto inserimento nel tubo di flusso e il previsto allineamento con la forbice. Giove si precipitava contro di loro, riempiva rapidamente la visuale come una muraglia a strisce.

Le lame fisiche della forbice, quell’acceleratore d’onda magnetico rotante a due braccia posto all’interno del naturale acceleratore di particelle del tubo di flusso di Io, erano lunghe ottomila chilometri, solo una piccola parte della lunghezza del tubo di flusso, più di mezzo milione di chilometri in linea curva, che collegava il polo nord di Io al polo nord di Giove.

Ma la forbice poteva muoversi. Come Orphu aveva spiegato a Mahnmut, "il momento angolare può essere una cosa multisplendida, mio piccolo amico".

La nave, nella quale si annidava l’amato sommergibile di Mahnmut, si era avvicinata a Io e al tubo di flusso, anche dopo la massima accelerazione dei rimorchiatori a ioni, a una velocità di soli ventiquattro chilometri al secondo circa, meno di ottantaseimila chilometri all’ora. A quella velocità occorrevano più di quattro ore solo per coprire la distanza del tubo di flusso tra il polo nord di Io e quello di Giove e sarebbero occorsi anni terrestri per arrivare a Marte. Ma loro non avevano intenzione di continuare a quel passo di lumaca.

La nave penetrò il campo scoppiettante, ruggente, palpitante del tubo di flusso, trovò il culmine della forbice, si allineò alla lama superiore e sfruttò le proprietà d’accelerazione del tubo di flusso stesso per lanciare la nave-solenoide attraverso le spire del campo largo cinque chilometri del dipolo acceleratore superconduttore. Non appena la nave varcò la prima porta, come una palla da croquet che passi la prima di varie migliaia di porte, la lama dell’acceleratore a forbice cominciò ad aprirsi con una velocità angolare differenziale prossima (e in teoria anche superiore) a quella della luce. Per un attimo cavalcarono un’ondeggiante frusta e l’attimo dopo scattarono dalla punta, sfruttando tutto il quantitativo di quei duemila miliardi di watt d’energia che l’acceleratore a forbice poteva fornire.

La nave (e tutto ciò che conteneva) passò da zero a quasi tremila g in 2,6 secondi.

Giove saettò avanti, oltre e sotto di loro in un batter d’occhio. Mahnmut rallentò tutti i monitor in modo da apprezzare la partenza.

«Iuhuhuuu!» gridò Orphu dallo scafo esterno.

Nave e sommergibile si tesero, scricchiolarono, gemettero e sibilarono per la forza di gravità, ma erano due duri (il Dark Lady era costruito per sopportare una pressione di parecchi milioni di chilogrammi per centimetro quadrato, nei profondi mari di Europa) e altrettanto duri erano i moravec.

«Santa merda» disse Mahnmut, con l’intenzione di inviare il commento solo a Orphu di Io, ma riuscendo a trasmetterlo a tutti i colleghi.

«Puoi ben dirlo!» rispose Ri Po.

Le ribollenti luci polari di Giove (il brillante ovale dell’aurora boreale intorno al polo nord del gigante gassoso, accompagnato dall’abbagliante impronta di Io dove il tubo di flusso incontrava l’atmosfera) lampeggiarono qualche istante sotto di loro e scomparvero a poppa.

Ganimede, che pochi secondi prima si trovava a un milione di chilometri dalla parte opposta del sistema, si precipitò verso di loro, passò in un lampo e scomparve.

«Uruk Sulcus» disse Koros III sulla banda comune e per un momento Mahnmut pensò che il comandante moravec avesse tossito o imprecato, prima di notare la traccia di sentimentalismo nella sua voce di solito fredda; capì che Koros si era riferito a una regione di Ganimede (una palla di neve sporca e scanalata, appena intravista mentre passava in un lampo) dove probabilmente era di casa.

La minuscola luna Himalia, che nessuno di loro aveva mai visitato (né aveva mai desiderato visitare) passò a grande velocità, simile a una lucciola in fiamme.

«Abbiamo attraversato il fronte di onda d’urto» riferì Ri Po, con la piatta cadenza di Callisto. «Siamo fuori dello stagno locale per la prima volta, almeno il sottoscritto moravec.»

Mahnmut diede un’occhiata agli schermi. I dati di Ri Po riferivano che si erano allontanati di cinquantatré diametri di Giove e che acceleravano ancora. Mahnmut consultò banchi di memoria poco usati e scoprì che Giove aveva un diametro di quasi 142.000 chilometri, così ebbe un’idea della loro velocità. La nave descriveva un arco sul piano dell’eclittica, però era previsto (ricordò vagamente Mahnmut) che la gravità solare avrebbe dovuto agganciarli e spingerli verso Marte, che al momento si trovava dall’altra parte del Sole. Comunque non toccava a lui pensare alla rotta. Il suo compito sarebbe iniziato dopo la discesa nell’oceano di Marte e pareva abbastanza semplice: forte luce solare, temperature calde, acque poco profonde e in pratica prive di pressione, stelle per navigare a vista, satelliti d’orientamento che avrebbero messo in orbita per navigare di giorno, assenza quasi totale di radiazioni a confronto della superficie di Europa. Niente kraken! Niente ghiaccio! Niente ghiaccio! Pareva fin troppo semplice.

Certo, se i post-umani erano ostili, c’era una non trascurabile possibilità che i moravec non sopravvivessero al viaggio fino a Marte o all’ingresso nell’atmosfera; e anche se fossero sopravvissuti, c’era un’alta probabilità che non sarebbero mai tornati a casa nello spazio gioviano, ma ormai lui non poteva farci niente. Cominciò a rivolgere i pensieri al Sonetto 127.

«State tutti bene?» chiese Koros III.

Tutti confermarono. Ci voleva ben più di qualche migliaio di g sul rispettivo groppone per abbattere un equipaggio come il loro. Il morale era alto.

Ri Po cominciò a riferire alcuni fatti riguardanti la navigazione e i viaggi spaziali, però Mahnmut non gli prestava molta attenzione. Era già catturato dal campo gravitazionale del Sonetto 127, il primo del ciclo della "Dama bruna".

8

ARDIS

Daeman dormì bene e sognò donne.

Trovava divertente, se non bizzarro, sognare donne solo quando non dormiva con una di loro: era come se avesse bisogno di calda carne femminile accanto a sé ogni notte e il suo subcosciente gliela fornisse, quando lui falliva il quotidiano tentativo di procurarsela. Mentre si svegliava, tardi, nella comoda stanza di villa Ardis, il suo sogno volò in frammenti e brandelli, ma ne rimase un poco (insieme con la solita erezione mattutina) che bastò per riportargli alla mente un vago ricordo del corpo di Ada o di una ragazza molto simile a Ada: calda pelle bianca, profumata, natiche piene, seni rotondi, cosce sode. Daeman non vedeva l’ora della prossima conquista del fine settimana e in quella splendida mattina aveva pochi dubbi sul suo successo.