Più tardi, dopo avere fatto la doccia ed essersi impeccabilmente vestito nello stile che riteneva casual rurale (calzoni di cotone a righe bianche e blu, panciotto di lana leggera, giacca color pastello, camicia di seta bianca e fermacravatta rubino) portando il bastone da passeggio preferito e scarpe di pelle nera un po’ più robuste delle solite scarpette di vernice formali, consumò la colazione nella serra illuminata dal sole e apprese, con soddisfazione, che Hannah e quel tale Harman erano già andati via. "Per prepararsi alla colata di stasera" era stata l’oscura spiegazione di Ada e Daeman non era tanto interessato da chiedere delucidazioni. Era solo contento che quell’uomo se ne fosse andato.
Nella conversazione, Ada non tirò in ballo assurdità come i libri o le navi spaziali, ma trascorse con lui la tarda mattinata, facendogli da guida in modo che si familiarizzasse di nuovo con le molte ali di villa Ardis e i saloni sormontati da timpani, le raffinate cantine di vini e i passaggi segreti e gli antichi solai. Daeman ricordava un analogo giro durante la sua prima visita alla villa: Ada giovinetta, senza lentiggini, l’aveva guidato su per una scala traballante fino alla piattaforma per jinker sul tetto e lui, attento come sempre a simili rivelazioni, aveva mezzo scorto un paradiso da giovane maschio sotto la gonna sollevata di lei che lo precedeva sulla scala: ricordava perfettamente le cosce lattee e l’ombra scura che le segnava.
Ora salirono la stessa scala, fino alla stessa piattaforma per jinker, ma Ada gli indicò di precederla; si limitò a sorridere per la sua insistenza da gentiluomo deciso a cederle il passo e quel sorriso lasciava pensare a un antipatico ricordo dell’evento che lui credeva fosse passato inosservato a quel tempo.
Villa Ardis era un’alta casa padronale e la piattaforma per jinker, con le assi di mogano sempre lucide, sporgeva tra i frontoni su un aggetto a venti metri dal vialetto di ghiaia dove erano fermi i voynix, simili ad arrugginiti scarabei in piedi. Daeman si tenne lontano dal bordo privo di ringhiera, ma Ada andò fin sull’orlo, senza badare al rischio, guardando con nostalgia il lungo prato e la lontana linea della foresta.
«Non daresti qualsiasi cosa per avere un jinker funzionante?» disse. «Anche solo per alcuni giorni?»
«No. Perché dovrei?»
Ada mosse le mani dalle lunghe dita. «Anche con un semplice jinker da bambini potresti volare sopra la foresta e il fiume, sopra quelle colline laggiù a ovest, volare per giorni e giorni lontano da qui, lontano da ogni porto fax.»
«Perché si dovrebbe desiderare una cosa simile?»
Ada lo guardò per un attimo. «Non sei curioso? Non ti chiedi cosa c’è là fuori?»
Daeman si diede colpetti al panciotto, come per togliersi delle briciole. «Non essere assurda, mia cara. Non c’è nulla d’interessante, là fuori… solo natura selvaggia… non un’anima. Tutti quelli che conosco vivono nel raggio di qualche chilometro da un porto fax. E poi là fuori ci sono i tirannosauri.»
«Tirannosauri? Nella nostra foresta? Che idiozia! Qui non ne abbiamo mai visti. Chi ti ha raccontato questa storia, cugino?»
«Tu, mia cara. L’ultima volta che ti ho fatto visita, mezza Ventina fa.»
Ada scosse la testa. «T’avrò preso in giro.»
Daeman rifletté su questa affermazione, sugli anni d’ansia al pensiero di tornare ancora a villa Ardis, sui tirannosauri che avevano popolato i suoi incubi in tutto quel tempo, e non poté fare a meno di accigliarsi.
Ada parve leggergli nel pensiero e sorrise. «Ti sei mai chiesto, cugino Daeman, perché i post hanno deciso di mantenere a un milione esatto il numero di abitanti? Non un milione e uno. Né 999.999. Perché un milione esatto?»
Daeman batté le palpebre, sorpreso, e cercò di capire il rapporto, nei pensieri di lei, fra un jinker dell’Età Perduta, i dinosauri e il numero di esseri umani rimasto costante per… be’… da sempre. E non gradì che lei ricordasse a tutt’e due che erano cugini, perché vecchie superstizioni a volte inibivano i rapporti sessuali fra membri della stessa famiglia. «Trovo che simili speculazioni oziose blocchino la digestione, perfino in una così bella giornata, mia cara» disse. «Passiamo a un argomento più appropriato?»
«Ma certo» disse Ada, elargendogli il più dolce dei sorrisi. «Perché non scendiamo a trovare qualche altro ospite prima di pranzo e della gita al luogo della colata?»
Stavolta scese per prima la scala.
Il pranzo fu servito all’esterno, nel patio nord, da domestici librati a mezz’aria. Daeman chiacchierò amabilmente con alcuni giovani (pareva che vari altri ospiti fossero giunti via fax per assistere alla "colata", qualsiasi cosa fosse, di quella sera); dopo il pasto, molti ospiti trovarono in casa dei divani o comode poltrone nel prato ombreggiato, sulle quali sdraiarsi e stendersi sugli occhi il lino. Di norma sotto un lino si restava circa un’ora, così Daeman andò a fare una passeggiata verso il limitare del bosco, tenendo gli occhi aperti nel caso ci fossero farfalle.
Ada lo raggiunse quasi ai piedi della collina. «Non usi il lino, cugino Daeman?»
«Non mi garba» rispose lui, accorgendosi d’avere usato un tono più formale di quanto non intendesse. «Mi sono abituato a quella roba, dopo quasi un decennio, ma non vi indulgo. Anche tu ti astieni, mia cara?»
«Non sempre» rispose Ada. Mentre camminava, faceva ruotare un parasole color pesca e la luce soffusa conferiva un magnifico splendore al suo colorito pallido. «Di tanto in tanto controllo gli eventi, ma a quanto pare sono troppo occupata per sviluppare dipendenza dal lino, come tanti altri di questi tempi.»
«Pare che il lino sia onnipresente.»
Ada si fermò all’ombra di un gigantesco olmo dai rami grossi e bassi. Chiuse il parasole. «L’hai provato?»
«Oh, sì. Era di gran moda, a metà della mia seconda Ventina. Ho trascorso alcune settimane a gustare… l’eccesso di quella mania.» Non riuscì a eliminare del tutto il tono di disgusto al ricordo. «Dopo di allora, ho smesso.»
«Sei contrario alla violenza, cugino?»
Daeman rispose con un gesto neutro. «Sono contrario alla… violenza vicaria.»
Ada rise piano. «La stessa ragione per cui Harman non si è mai lasciato attirare dal lino. Voi due avete qualcosa in comune.»
Daeman ritenne così inverosimile l’idea che reagì sparpagliando con la punta del bastone da passeggio le foglie morte sul terreno.
Ada guardò il sole, anziché richiamare sulla palma la funzione oraria. «Si rizzeranno presto. "Un’ora sotto il lino equivale a otto ore di turgida esperienza."»
«Ah» disse Daeman, chiedendosi se quel cliché non fosse usato come un double entendre. L’espressione di Ada, sempre piacevole, ma al limite del malizioso, non dava indizi. «Questa "colata"… durerà a lungo?»
«Si prevede che duri gran parte della notte.»
Daeman batté le palpebre, sorpreso. «Di sicuro non bivaccheremo giù al fiume o comunque nel posto dove va in scena l’evento!» Si chiese se dormire all’aperto, sotto le stelle e gli anelli, avrebbe accresciuto le sue probabilità di trascorrere la notte con quella ragazza.
«Ci saranno provviste per chi vuole stare tutta la notte nel sito della colata» disse Ada. «Hannah promette che sarà spettacolare. Ma molti di noi torneranno alla villa dopo mezzanotte.»
«Ci saranno vino e altre bevande alla… ah… colata?»
«Certo.»
Ora fu Daeman a sorridere. Gli altri rimanessero pure a guardare lo spettacolo, ma lui avrebbe continuato a far colare vino nel bicchiere di Ada per tutta la sera, avrebbe seguito la sua "turgida" linea di conversazione insinuante, l’avrebbe accompagnata a casa (con un po’ di fortuna e piani appropriati, solo loro due in un piccolo calesse), avrebbe riversato su di lei la piena forza dei suoi non trascurabili poteri d’attenzione… e con solo un altro pizzico di fortuna, quella notte non avrebbe sognato donne.