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Nel tardo pomeriggio, circa venti ospiti (alcuni cianciavano degli eventi del giorno accaduti nel lino, parlavano di Menelao colpito da una freccia avvelenata o idiozie del genere) furono radunati da servizievoli domestici e partirono per il "sito della colata" in un corteo di troike e di calessi. Alcuni voynix tiravano i veicoli e altri voynix trotterellavano ai lati come scorta, anche se, pensò Daeman, non era chiara la ragione, vista l’assenza di tirannosauri nei boschi.

Aveva fatto in modo di trovarsi nel calessino all’inizio del corteo, insieme con la padrona di casa; Ada indicava interessanti alberi, felci e ruscelli, mentre i veicoli procedevano con fracasso per tre o più chilometri lungo il sentiero di terra battuta verso il fiume. Sul sedile di pelle rossa Daeman occupò più spazio del normale, anche considerando la sua piacevole rotondità, e fu ricompensato dalla pressione della coscia di Ada contro la sua per tutto il viaggio.

La destinazione, vide quando uscirono sul crinale d’arenaria sopra la vallata del fiume, non era il fiume stesso, ma un affluente del corso principale, un vero e proprio lago di sbarramento largo qualche centinaio di metri, dove l’erosione e gli allagamenti avevano creato un ampio banco di sabbia, una sorta di spiaggia sulla quale era stata costruita una malferma struttura di tronchi, rami, scalette, trogoli, rampe e gradinate. A Daeman parve un rozzo patibolo, anche se non aveva mai visto un patibolo vero, naturalmente. Torce erano state piantate nell’affluente poco profondo e la malferma struttura si trovava per metà sulla sabbia e per metà sull’acqua. Un centinaio di metri più in là, a dividere quel canale dal fiume vero e proprio, c’era una stretta isola, coperta di cicadacee ed equisetacee, dalla quale schizzarono via uccelli e piccoli rettili volanti, con il massimo di strida e di battere d’ali. Daeman si chiese oziosamente se sull’isola ci fossero farfalle.

In una zona erbosa sovrastante la spiaggia erano state disposte pittoresche tende di seta, poltrone e tavolate di cibarie. Servitori svolazzavano qua e là, a volte sorvolando a scatti la testa degli ospiti in arrivo.

Camminando dietro Ada, Daeman riconobbe alcune delle persone al lavoro sulla bizzarra impalcatura: proprio in cima, Hannah, con una bandana rossa intorno alla fronte, legava altri elementi strutturali; sei metri più in basso, il vecchio rimbambito, Harman, senza camicia, sudato, con un’insolita abbronzatura, attizzava un fuoco; altri giovani, presumibilmente amici di Hannah e di Ada, andavano su e giù per le rampe e le scalette di legno, portando pesanti carichi di sabbia e altri rami per la costruzione e pietre arrotondate. Un fuoco ardeva con furia nella parte centrale d’argilla della struttura e le faville si alzavano nel cielo del tardo pomeriggio. Le azioni di tutti parevano volte a uno scopo, anche se Daeman non vedeva possibili scopi nell’alto mucchio di bastoni e trogoli e argilla e sabbia e fiamme.

Un servitore si librò accanto a lui e gli offrì un bicchiere. Daeman accettò e andò a cercarsi una poltrona nell’ombra.

«Questo è il cubilotto» spiegò Hannah agli ospiti, più tardi, quella sera. «Ci lavoriamo da una settimana, portando materiali in canoa sul fiume. Tagliando e piegando rami per adattarli.»

L’ottima cena era terminata. Raggi di sole illuminavano ancora le alte colline sul lato più vicino del fiume, ma la valle era in ombra e i due anelli brillavano vividamente nel cielo che si scuriva. Faville schizzavano e volavano verso gli anelli e il soffio di mantici e il ruggito della fornace erano molto rumorosi. Daeman prese per sé un altro bicchiere, l’ottavo o il decimo della serata, e ne offrì uno a Ada, che scosse la testa e riportò l’attenzione su Hannah.

«Abbiamo intrecciato legno in forma di cesto e abbiamo rivestito il centro della fornace, il pozzo, con argilla refrattaria. Abbiamo usato la pala, mescolando sabbia, bentonite e un po’ d’acqua. Dall’impasto simile a creta abbiamo ricavato delle palle, le abbiamo avvolte in felci e foglie bagnate perché rimanessero umide e con quelle abbiamo rivestito per bene la fornace. Ecco perché il cubilotto di legno non prende fuoco.»

Daeman non aveva idea di che cosa stesse dicendo la donna. Perché costruire una grossa, balorda struttura di legno e poi accendervi un fuoco al centro, se non si voleva che bruciasse? Quel posto era un manicomio.

«Soprattutto» continuò Hannah «abbiamo passato gli ultimi giorni ad alimentare il fuoco e a spegnere i principi d’incendio causati dal cubilotto. Per questo l’abbiamo costruito vicino al fiume.»

«Fantastico» borbottò Daeman e andò a cercarsi un altro bicchiere, mentre Hannah e i suoi amici, perfino l’insopportabile Harman, non la smettevano di parlare, usando termini privi di senso come "letto di coke", "frangivento", "tuyère" (che a sentire Hannah indicava un piccolo ugello per l’ingresso d’aria nella fornace rivestita d’argilla, accanto al quale la giovane donna di nome Emma continuava a manovrare il rauco mantice) e "zona di fusione" e "sabbia modellante" e "foro di colata" e "foro delle scorie". Tutte parole che alle orecchie di Daeman suonavano barbare e vagamente ripugnanti.

«E ora è giunto il momento di vedere se funziona» annunciò Hannah, con voce che rivelava stanchezza ed emozione.

All’improvviso gli ospiti furono costretti ad arretrare sul bordo sabbioso del fiume e Daeman indietreggiò sul tappeto d’erba accanto ai tavoli, mentre tutti i giovani (e quel noioso di Harman) si mettevano freneticamente in azione. Le faville volarono più in alto. Hannah corse in cima al cosiddetto cubilotto, mentre in basso Harman scrutava nelle fiamme trattenute nella fornace d’argilla e gridava di fare questo o quest’altro. Emma azionò i mantici fino al limite delle sue forze e fu sostituita dall’uomo magro di nome Loes. Daeman ascoltava a metà Ada che, senza fiato, spiegava altri particolari agli amici radunati. Colse frasi come "tubo di scappamento" e "porta di scappamento" e "scorie raffreddate" (anche se le fiamme infuriavano sempre più calde e sempre più alte di prima) e "pressione di scappamento". Daeman indietreggiò ancora di qualche metro.

«Temperatura di colata duemilatrecento gradi!» gridò Harman a Hannah. La donna si asciugò la fronte sudata, eseguì alcune regolazioni sul cubilotto e annuì. Daeman rimescolò il contenuto del bicchiere e si chiese quanto dovesse ancora aspettare per tornare con Ada in calesse a villa Ardis.

A un tratto ci fu una gran confusione e Daeman alzò gli occhi, convinto di vedere la struttura in fiamme e Harman e Hannah ardere come pupazzi di paglia. Nient’affatto. Mentre Hannah usava una coperta per soffocare le fiamme sulla scaletta sotto la parte superiore del cubilotto (mandando via servizievoli domestici e perfino un voynix che si era avvicinato per proteggere gli umani dai pericoli), Harman e altri due, finito di curiosare nella fornace ardente, avevano appena aperto un "foro di colata", consentendo a un liquido che pareva lava gialla di scorrere in trogoli di legno giù fino alla spiaggia.

Alcuni ospiti vennero avanti, ma furono spinti indietro dalle grida di Hannah e dal calore che irradiava dal flusso di metallo liquido.

I trogoli, rozzamente intagliati e rivestiti, emisero fumo, ma non presero fuoco, mentre il metallo giallo rossastro scorreva pigramente dal cubilotto, oltrepassava le scalette e si versava per l’ultimo mezzo metro in uno stampo a croce posto nella sabbia.

Hannah scese di corsa una scaletta e aiutò Harman a chiudere il foro di colata. Tutt’e due scrutarono nella fornace da uno spioncino, fecero qualcosa (come Ada stava spiegando a un ospite) al "foro delle scorie" (diverso dal foro di colata, notò vagamente Daeman) e poi la giovane donna e l’uomo anziano (che presto sarebbe stato un uomo anziano defunto, pensò sadicamente Daeman) saltarono dal cubilotto sulla sabbia per guardare lo stampo.