Altri ospiti accorsero sulla spiaggia. Daeman posò il bicchiere sul vassoio di un domestico di passaggio e li seguì senza fretta.
Giù al fiume l’aria era molto fredda, ma il calore dello stampo nella sabbia colpì Daeman come un pugno infuocato.
Il materiale fuso cominciava a rapprendersi in una massa rossa e grigia a forma di croce.
«Cos’è?» domandò Daeman a voce alta. «Una sorta di simbolo religioso?»
«No» rispose Hannah. Si tolse la bandana e si ripulì la faccia sudata e striata di fuliggine. Sorrideva come una matta. «È la prima fusione di bronzo in… in quanti anni, Harman? Mille?»
«Probabilmente tre volte tanto» rispose piano Harman.
Gli ospiti borbottarono e applaudirono.
Daeman rise. «Dov’è l’utilità?»
Harman, sudato e a petto nudo, lo squadrò. «Di quale utilità è un neonato?» replicò.
«Proprio quel che volevo dire. Rumoroso, impegnativo, puzzolente… inutile.»
Nessuno gli diede retta, mentre Ada abbracciava Hannah, Harman e gli altri che avevano partecipato al lavoro, come se avessero realizzato un’impresa meritoria. Gli ospiti giravano intorno. Harman e Hannah salirono sulle scalette e cominciarono a darsi da fare, guardando dagli spioncini e frugando con sbarre metalliche nella fornace, come se quella produzione di lava dovesse continuare ancora. Era chiaro, pensò Daeman, che quello spettacolo pirotecnico sarebbe continuato nella notte.
Colto da un improvviso bisogno di urinare, oltrepassò i tavoli, pensò di approfittare del padiglione toeletta coperto da un tendone, poi decise (nello spirito di tutta quella idiozia pagana) di rispondere al richiamo della natura in un posto all’aria fresca. Risalì il costone erboso verso la linea scura degli alberi, seguendo una farfalla monarca che svolazzava da quelle parti. Non c’era niente d’insolito nel vedere una monarca, ma non era né il momento del giorno né la stagione perché quelle farfalle fossero in giro a svolazzare. Daeman oltrepassò l’ultimo voynix e s’inoltrò sotto gli alti rami di olmi e di cicadacee.
Qualcuno, forse Ada, gridò qualcosa dalla sponda del fiume, distante una trentina di metri, ma Daeman si era già sbottonato i calzoni e non voleva fare il maleducato. Anziché girarsi a rispondere, avanzò di altri cinque, sei metri nel buio della foresta. Ci avrebbe messo solo un minuto.
«Ahhh!» sospirò, sempre guardando le ali arancione della farfalla, tre metri sopra di lui, mentre l’urina picchiettava su un tronco scuro.
L’enorme allosauro, dieci metri dal muso alla coda, giunse dal buio, correndo a trenta chilometri all’ora e chinandosi per scansare i rami mentre s’avventava.
Daeman ebbe il tempo di gridare, ma decise di rimettersi a posto i calzoni, anziché girarsi e correre via in quello stato indecente. Con tutta la sua lussuria, era pudico. Alzò il pesante bastone da passeggio per tenere a bada l’animale.
L’allosauro si prese bastone e braccio insieme, strappandolo alla spalla. Daeman gridò di nuovo e piroettò in un schizzo di sangue.
L’allosauro lo sbatté a terra e gli strappò l’altro braccio, lanciandolo in aria e afferrandolo al volo come un bocconcino; con la massiccia zampa munita d’artigli bloccò il tronco privo di braccia che ancora si dimenava, finché non fu pronto a calare di nuovo la terribile testa. Con noncuranza, quasi per gioco, con un morso tranciò Daeman in due e inghiottì in un colpo solo la testa e la parte superiore del tronco. Costole e colonna vertebrale scricchiolarono e scomparvero nelle fauci della creatura. Poi l’allosauro ingurgitò le gambe e la parte inferiore del tronco, lanciando intorno brandelli di carne, come un cane con un ratto.
Allora iniziò il ronzio del fax e due voynix accorsero a uccidere l’allosauro.
«Oh, mio Ilio!» gridò Ada, fermandosi al limitare del bosco, mentre i voynix terminavano la sanguinosa esecuzione.
«Che macello» disse Harman. Gesticolò per tenere indietro gli altri ospiti. «Non l’hai avvertito di stare nel perimetro dei voynix, quaggiù? Non gli hai detto niente dei dinosauri?»
«Mi ha chiesto dei tirannosauri» disse Ada, la mano ancora sulla bocca. «Gli ho detto che qui intorno non ce n’erano.»
«Be’, tecnicamente è vero» riconobbe Harman.
Alle loro spalle, il crogiolo continuò a rumoreggiare e a schizzare faville nel cielo sempre più scuro.
9
ILIO E OLIMPO
Afrodite mi ha imposto di fare la spia e conosco la punizione che noi mortali abbiamo sempre riservato alle spie. Posso immaginare ciò che gli dèi faranno a me. Anzi, ripensandoci, preferisco non immaginarlo.
Stamattina, il giorno dopo la mia promozione ad agente segreto della dea dell’amore, Atena si telequanta giù da Olimpo e si morfizza in un troiano, il lanciere Laodoco. Zeus ha ordinato che i guerrieri di Ilio rompano la tregua; per ubbidire all’ordine, Atena cerca l’arciere Pandaro, figlio di Licaone.
Reso invisibile dall’Elmo di Ade, sfrutto il medagEone TQ avuto per uso personale dalla mia Musa e mi telequanto dietro Atena; poi mi morfizzo in un troiano di nome Echepolo e seguo la dea travestita.
"Perché ho scelto Echepolo?" mi chiedo. "Come mai mi è noto il nome di questo condottiero di secondaria importanza?" Mi rendo conto allora che a Echepolo restano poche ore di vita: se Atena riesce per mezzo di Laodoco a infrangere la tregua, questo troiano (almeno secondo Omero) sta per beccarsi in piena testa una lancia degli argivi.
"Be’, il signor Echepolo riavrà corpo e identità, prima che ciò accada."
Nell’Iliade di Omero la rottura della tregua avvenne subito dopo che Afrodite sottrasse Paride al duello a singoiar tenzone contro Menelao; ma qui, nella realtà di questa guerra di Troia, il mancato scontro fra Menelao e Paride si è verificato anni fa. Questa tregua è più terrena, una di quelle in cui alcuni rappresentanti di re Priamo si incontrano con alcuni araldi degli achei e insieme elaborano un difficile accordo per sospendere il combattimento in occasione di feste o di funerali o di altri simili eventi. Secondo me, una delle ragioni per cui l’assedio si è trascinato per quasi dieci anni è proprio il gran numero di interruzioni dei combattimenti: greci e troiani hanno tante festività religiose quante ne avevano gli indù del ventesimo secolo e tante festività laiche quante gli impiegati delle poste americani. Ci si chiede come trovino il tempo di uccidersi l’un l’altro, fra tutte queste feste e sacrifici agli dèi e funerali con dieci giorni di celebrazioni.
Ciò che mi affascina adesso, a così breve distanza dalla solenne decisione di ribellarmi alla volontà degli dèi (col solo risultato di ritrovarmi, molto più di prima, una semplice pedina nelle loro mani), è una domanda: con quanta rapidità e con quanta precisione gli eventi reali di questa guerra possono divergere dai particolari nel racconto di Omero? Le differenze avvenute in passato (la sequenza del "raduno degli eserciti", per esempio, o il momento del mancato duello fra Paride e Menelao) sono state discrepanze secondarie, facilmente spiegabili con la necessità di Omero di includere nel breve arco del poema, incentrato sul decimo anno della guerra, certi eventi già accaduti. Ma se gli eventi prendono realmente un corso diverso? Se, per dire, stamattina mi avvicino ad Agamennone e pianto questa lancia (la lancia del povero Echepolo già condannato, certo, ma sempre una lancia funzionante) nel cuore del re? Gli dèi possono fare molte cose, ma non possono riportare in vita i mortali defunti. (E nemmeno gli dèi defunti, per quanto suoni come ossimoro.)
"Chi sei tu, Hockenberry, per opporti al Fato e sfidare la volontà degli dèi?" chiede una vigliacca, professorale, spregevole vocina che ho ascoltato e seguito per la maggior parte della mia vita reale.