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A sorpresa, fu una persona, non un servitore, a venire alla porta del domi di Daeman. Ada presentò il gruppetto e la donna, che pareva sui quarantacinque anni come tutti quelli della terza e della quarta Ventina, disse di essere Marina, madre di Daeman. Li guidò per corridoi dai caldi colori e per scale interne e per stanze comuni, fino alle aree private del complesso del domi sul fianco del cratere.

«Il servitore ci ha portato il messaggio che annunciava il vostro arrivo, naturalmente» disse Marina, fermandosi davanti a una porta di mogano dai magnifici intagli. «Ma a Daeman non ne ho parlato. È ancora, be’… scosso per l’incidente.»

«Ma lo ricorda?» domandò Harman.

«Oh, no, certo» rispose Marina. Era una bella donna e Ada notò che somigliava molto al figlio, aveva gli stessi capelli rossi e la stessa corporatura robusta. «Sapete però cosa si suol dire in questi casi… le cellule ricordano.»

"Non sono le stesse cellule!" pensò Ada. Ma tacque.

«Rimarrà turbato, vedendoci?» chiese Hannah. Alle orecchie di Ada parve più curiosa che preoccupata.

Con un gesto aggraziato Marina si strinse nelle spalle, quasi a dire: "Staremo a vedere". Bussò alla porta e l’aprì quando udì, soffocato, l’invito di Daeman a entrare.

La stanza era ampia e coperta di tessuti dai ricchi colori, serici arazzi sospesi in aria e tende di trina intorno alla zona letto, ma la parete in fondo era tutta di vetro e si apriva su una veranda privata. Le lampade nella stanza erano tenute al minimo, ma il bordo della città vividamente illuminata, fuori della veranda, s’incurvava a destra e a sinistra e altre costellazioni di lanterne, di globi luminosi e di luci elettriche smorzate erano visibili a ottocento metri nel cratere buio. Daeman, seduto in un’accogliente poltrona accanto alla finestra rigata dalla pioggia, guardava fissamente fuori, come se meditasse sulle luci. Batté le palpebre, sorpreso, nel vedere Ada, Harman e Hannah, e indicò loro il cerchio di morbide poltrone. Marina si scusò, uscì e si chiuse alle spalle la porta. I tre si accomodarono. La parete di vetro era aperta e l’aria fredda che entrava dalle zanzariere odorava di pioggia e di bambù bagnato.

«Volevamo vedere come te la passavi» disse Ada. «E volevo scusarmi di persona per l’incidente… per non avere badato meglio al mio ospite.»

Daeman sorrise e scrollò le spalle, ma aveva un lieve tremito alle mani. Le posò sulle ginocchia coperte di serica stoffa. «Ricordo solo una grossa creatura giungere di corsa schiantando gli alberi… e il puzzo di carogna, quello lo ricordo bene… e poi d’essermi svegliato nella vasca dello spedale. I servitori m’hanno detto cos’era accaduto. Sarebbe stato divertente, se l’idea non fosse… disgustosa.»

Ada annuì, si sporse più vicino, gli prese la mano. «Chiedo scusa, Daeman Uhr. Gli allosauri sono venuti nella proprietà rarissime volte, negli ultimi decenni, e i voynix sono sempre lì a proteggerci…»

Daeman corrugò la fronte, ma non ritrasse la mano. «A quanto pare non hanno fatto un buon lavoro nel proteggere me.»

«È davvero strano» disse Harman, accavallando le gambe e battendo colpetti sui braccioli della poltrona. «Molto strano. Non ricordo quando è stata l’ultima volta che un voynix non è riuscito a proteggere un essere umano in una simile situazione.»

Daeman lo guardò. «Lei è abituato a situazioni in cui animali ricombinanti mangiano persone, Harman Uhr

«Niente affatto. Intendevo situazioni in cui esseri umani sono in pericolo.»

«Chiedo di nuovo scusa» disse Ada. «La mancata protezione da parte dei voynix è inspiegabile, ma la mia trascuratezza è imperdonabile. Mi spiace che il tuo fine settimana a villa Ardis sia stato rovinato e che il tuo senso d’armonia sia stato turbato.»

«Turbato, sì… forse una parola inadeguata per descrivere il fatto di essere divorato da un carnivoro di dodici tonnellate» disse Daeman, ma sorrise lievemente e chinò la testa, ancora più lievemente, per dare segno d’accettare le scuse.

Harman si sporse e serrò le mani, facendole dondolare su e giù per dare enfasi alle parole. «Abbiamo una discussione ancora da terminare, Daeman Uhr…»

«La nave spaziale» disse Daeman. Aveva cambiato tono, da ironico a sarcastico.

Harman non si lasciò intimidire. Alzò e abbassò le mani, a tempo con le parole. «Sì, non solo un’astronave, anche se quella è la meta finale, naturalmente, ma qualsiasi tipo di macchina volante. Jinker. Sonie. Qualsiasi cosa che ci permetta di esplorare i territori fra i porti fax…»

Daeman si appoggiò alla spalliera per sottrarsi all’assalto verbale di Harman e incrociò le braccia. «Perché insiste su questo argomento? Perché tira in ballo me?»

Ada gli toccò il braccio. «Daeman, Hannah e io abbiamo sentito, da persone diverse, che a una recente festa a Ulanbat, circa un mese fa, credo, hai raccontato ad alcuni nostri conoscenti d’avere incontrato una persona che sosteneva d’avere visto una nave spaziale, una persona che parlava di volare fra i nodi…»

Daeman riuscì a fingere per un momento un’aria vacua e irritata insieme; poi rise e scosse la testa. «La strega» disse.

«Strega?» ripeté Hannah.

Daeman aprì le mani, un’eco dell’aggraziato scrollare di spalle della madre. «La chiamavamo così. Ho dimenticato il suo vero nome. Una pazza. Ovviamente nell’ultima Ventina…» Lanciò un’occhiata a Harman. «La gente inizia a perdere il contatto con la realtà, nei suoi ultimi anni.»

Harman sorrise, senza badare alla frecciata. «Non ricorda il nome di quella donna?»

Daeman si strinse nelle spalle, con meno grazia, stavolta. «No.»

«Dove l’hai incontrata?» domandò Ada.

«All’ultimo Burning Man. Un anno e mezzo fa. Ho dimenticato dove si teneva… in un posto freddo, però. Ho solo seguito degli amici che da Chom si sono faxati lì. Le cerimonie dell’Età Perduta non mi hanno mai interessato molto, ma a quella riunione c’erano parecchie ragazze affascinanti.»

«C’ero anch’io!» esclamò Hannah, con occhi ardenti. «E diecimila altre persone.»

Harman prese di tasca un foglio di carta molto spiegazzato e lo allargò sull’ottomana imbottita. «Ricordi quale nodo?»

Hannah scosse la testa. «Uno dei nodi semidimenticati. Uno di quelli vuoti. Gli organizzatori mandarono in giro il codice del nodo il giorno prima dell’inizio della cerimonia. Non ci viveva nessuno, credo. Una vallata pietrosa, circondata di neve. Ricordo che era luminosa tutto il giorno e tutta la notte. Per i cinque giorni del Burning Man. E faceva freddo. I servitori avevano disposto un campo di Planck sopra l’intera valle e sistemato riscaldatori qua e là, perciò non si stava male, ma a nessuno era permesso di uscire dalla valle.»

Harman guardò lo sbiadito e stropicciato foglio di micropergamena. La pagina era coperta di ghirigori, puntini e rune arcane come quelle che si trovavano nei libri. Harman puntò il dito su un puntino quasi a fondo pagina. «Qui. In quella che un tempo era Antartide. Un nodo chiamato "la Valle Secca".»