Daeman lo guardò con aria vacua.
«Su questa mappa ci lavoro da cinquant’anni» spiegò Harman. «È una rappresentazione bidimensionale della Terra, che riporta tutti i nodi fax conosciuti e il loro codice. Nell’Età Perduta, Antartide era il nome di uno dei sette continenti. Ho registrato sette nodi fax di Antartide, ma solo uno di essi, questa Valle Secca di cui ho sentito parlare, ma che non ho mai visitato, è.sgombro di neve e di ghiaccio.»
Quel discorso ovviamente non illuminò affatto Daeman. Perfino Ada e Hannah parevano perplesse.
«Non importa» disse Harman. «Ma se c’era il sole anche di notte, questa Valle Secca è il probabile porto fax. Nelle estati polari ci sono giorni in cui il sole non tramonta.»
«A Chom in giugno il sole non tramonta» disse Daeman, chiaramente annoiato. «Si trova vicino alla vostra Valle Secca?»
«No» rispose Harman. Indicò un puntino sulla parte alta della mappa. «Sono abbastanza sicuro che Chom si trova in questa grande penisola, sopra il circolo artico. Nei pressi del polo nord, non del polo sud.»
«Polo nord?» ripete Ada.
Daeman guardò le due donne. «E io pensavo che la strega al Burning Man fosse pazza!»
«Quella donna, la strega, non ha detto altro?» chiese Harman, troppo euforico per badare all’insulto.
Daeman scosse la testa. Pareva stanco. «Solo stupidaggini. Bevevamo parecchio. Era la notte del rogo ed eravamo stati svegli per giorni e notti in quella maledetta luce perenne, schiacciando solo qualche pisolino in una delle grandi tende arancione. Era l’ultima notte e di solito ci sono orge, l’ultima notte, e pensavo che forse lei… ma era troppo vecchia, per i miei gusti.»
«Però ha parlato di una nave spaziale?» insistette Harman. Era chiaro che si sforzava d’essere paziente.
Daeman scrollò di nuovo le spalle. «Un tizio, lì, un giovanotto, all’incirca dell’età di Hannah, lamentava che non avevamo più sonie per volare in giro, dopo il fax finale; e quella… strega… che era stata molto silenziosa, ma che era anche molto ubriaca, disse che li avevamo, che i jinker e i sonie c’erano, se si sapeva dove cercarli. Lei li usava di continuo, disse.»
«E la nave spaziale?» lo incitò Harman.
«Disse d’averne vista una, tutto qui» rispose Daeman, massaggiandosi le tempie come se gli dolessero. «Vicino a un museo. Le chiesi che cos’era un museo, ma lei non mi rispose.»
«Perché chiami strega quella vecchia?» chiese Hannah.
«Non l’ho inventato io. Tutti la chiamavano così.» Parve un poco sulla difensiva. «Forse perché sosteneva di non essersi faxata, ma di avere camminato, quando era chiaro che non avrebbe potuto farlo. Non c’erano altri nodi o strutture intorno alla valle e il campo di Planck la chiudeva completamente.»
«Vero» disse Hannah. «L’ultimo Burning Man si è tenuto nel posto più remoto dove mi sia mai faxata. Mi spiace di non avere incontrato quella donna.»
«Ricordo solo d’averla vista lì due notti» disse Daeman. «La prima e l’ultima. Se ne stava sempre per conto suo, a parte quell’unico e folle scambio di battute.»
«Come sai che era vecchia?» domandò piano Ada.
«A parte l’evidente demenza senile, vuoi dire?»
«Sì.»
Daeman sospirò. «Aveva un’aria vecchia! Come se fosse stata troppe volte nello spedale…» Esitò e corrugò la fronte, pensando chiaramente alla sua recente visita allo spedale. «Pareva più vecchia di tutte le persone che io abbia mai visto. Penso che avesse realmente i solchi in faccia.»
«Rughe?» disse Hannah. Parve invidiosa.
«Ma proprio non ricorda come si chiamava?» chiese Harman.
Daeman scosse la testa. «Un tizio accanto al fuoco la chiamò per nome quella notte, ma non riesco a… Avevo bevuto anch’io, sapete, e non avevo dormito niente.»
Harman lanciò un’occhiata a Ada, inspirò a fondo e disse: «La chiamò forse Savi?».
Daeman drizzò di scatto la testa. «Sì. Penso che fosse quello il nome. Savi… sì, ha il suono giusto. Insolito.» Vide Harman e Ada scambiarsi di nuovo occhiate eloquenti. «Cosa c’è? È un particolare significativo? Voi due la conoscete?»
«L’Ebrea Errante» disse Ada. «Non hai mai sentito la leggenda?»
Daeman sorrise stancamente. «A proposito della donna che chissà come evitò il fax finale, mille anni fa, e che da allora è condannata a errare per la terra? Certo. Ma non sapevo che la donna della leggenda avesse un nome.»
«Savi» disse Harman. «Si chiama Savi.»
Marina entrò nella stanza, accompagnata da due servitori che portavano boccali di vino caldo aromatizzato e un vassoio con formaggio e panini. Mentre facevano colazione, qualche chiacchiera ruppe il silenzio che ormai si faceva pesante.
«Domattina ci faxeremo lì» disse Harman, rivolgendosi a Hannah e a Ada. «Nella Valle Secca. Potrebbe esservi rimasto qualche indizio.»
Hannah, che reggeva a due mani il boccale fumante, obiettò: «Non vedo come. Il Burning Man si è tenuto, come ha detto Daeman, diciotto mesi fa».
«Quand’è il prossimo?» domandò Ada. Non partecipava mai a quelle cerimonie demenziali.
Rispose Harman: «Non si sa mai in anticipo. La Cabala del Burning Man stabilisce la data e la comunica alla gente solo pochi giorni prima dell’evento. A volte quei raduni si tengono a pochi mesi di distanza. Altre volte, a una decina di anni. Quello nella Valle Secca è stato l’ultimo. Chi ha partecipato ad almeno uno dei tre raduni precedenti riceve l’invito. Io me lo sono perso perché ero in giro nel bacino del Mediterraneo».
«Voglio venire con voi a cercare quella donna» disse Daeman.
Gli altri, anche sua madre, lo guardarono, sorpresi. «Te la senti davvero?» chiese Ada.
Daeman non rispose alla domanda; disse invece: «Avrete bisogno di me per riconoscerla, se la trovate. Quella… Savi».
«D’accordo» accettò Harman. «Apprezziamo l’aiuto.»
«Ma ci faxeremo domani mattina» precisò Daeman. «Non stasera. Sono stanco.»
«Naturalmente» disse Ada. Guardò Hannah e Harman. «Ci faxiamo di nuovo a villa Ardis?»
«Figuriamoci!» disse Marina. «Stanotte sarete nostri ospiti. Nel piano superiore ci sono comodi domi per ospiti.» Colse l’occhiata di Ada in direzione di Daeman. «Mio figlio si è sempre sentito molto stanco da quando… dall’incidente. Dormirà dieci ore o anche più. Se vi fermate come ospiti, potrete partire tutti insieme, quando si sarà svegliato. Dopo colazione.»
«Naturalmente» ripeté Ada. C’era una differenza di sette ore fra Cratere Parigi e villa Ardis (laggiù non era nemmeno ora di cena) ma anche loro, come tutti i viaggiatori via fax, erano abituati ad adattarsi al fuso orario locale.
«Vi mostro le vostre stanze» disse Marina, facendo strada, con i servitori librati accanto a lei.
Le "stanze" erano in realtà piccoli domi, vere e proprie suite, un piano sopra l’abitazione di Marina e di Daeman, alle quali si accedeva mediante una larga scala a chiocciola. Hannah rimase soddisfatta dello spazio a sua disposizione e poco dopo uscì a visitare per conto suo Cratere Parigi. Harman augurò la buonanotte e scomparve nel suo domi. Ada chiuse a chiave la porta, esaminò gli interessanti arazzi, ammirò dal balcone il cratere (la pioggia era cessata e la luna e gli anelli erano visibili fra le nubi che si sfrangiavano), rientrò e ordinò ai servitori una cena leggera. Poi si preparò il bagno e rimase per più di mezz’ora a crogiolarsi nell’acqua calda e profumata, mentre i muscoli doloranti si liberavano della tensione.
Aveva conosciuto Harman solo dodici giorni prima, anche se le pareva che fosse trascorso molto più tempo. Era affascinata da quell’uomo e dai suoi interessi. Era andata a una festa del solstizio d’estate, nella tenuta di un’amica, vicino alle rovine di Singapore, non perché le piacessero le feste (quando poteva, cercava di evitare sia il fax sia i party e si spostava quasi solo per festicciole a casa di vecchie amiche) ma perché la sua giovane amica Hannah vi avrebbe partecipato e l’aveva convinta ad accompagnarla. La festa del solstizio era stata a modo suo divertente e molti ospiti erano interessanti; la sua amica proprietaria della tenuta aveva appena celebrato la quarta Ventina — Ada aveva sempre apprezzato la compagnia di persone più anziane di lei — e proprio in quella festa si era imbattuta in Harman che frugava nella biblioteca della tenuta. Aveva visto che l’uomo era silenzioso, quasi reticente, ma l’aveva fatto uscire dal guscio, con le stesse tattiche che amiche più smaliziate avevano usato con lei per farle sciogliere la lingua.