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Non sapeva che cosa pensare del fatto che Harman aveva imparato a leggere senza la funzione (lui aveva ammesso quella capacità solo durante un secondo incontro in casa di un’altra amica, appena sei giorni prima della festa a villa Ardis) ma più ci rifletteva, più ne era meravigliata. Si era sempre ritenuta ben istruita (conosceva tutte le solite canzoni e leggende popolari, aveva imparato i nomi delle Undici Famiglie e dei loro componenti, sapeva a memoria molti codici di nodi fax) ma era letteralmente senza fiato di fronte alla smisurata conoscenza e curiosità di Harman.

Era ancora sbalordita dalla mappa (così poco apprezzata anche dalla curiosa e avventurosa Hannah) da lui aperta davanti a Daeman. Non si era mai imbattuta neppure nel concetto di "mappa", prima che Harman le mostrasse i diagrammi, meno di una settimana prima. Proprio da Harman aveva saputo che il mondo era una sfera. Quante sue amiche lo sapevano? Quante di loro si erano mai interrogate sulla forma del mondo dove vivevano? A cosa serviva quel brandello d’arcana conoscenza? Il "mondo" era la casa e la rete fax serviva a incontrare gli amici e visitare la loro abitazione. Chi pensava mai alla forma della struttura fisica che si trovava sotto e accanto alla rete di fax? E perché, poi?

Ada aveva capito fin da quel primo fine settimana che l’interesse di Harman per i post-umani da lungo tempo svaniti rasentava l’ossessione. "No" si corresse, distesa nella calda acqua del bagno, facendo risalire bollicine fino ai seni e alla gola, col movimento delle lunghe, lattee dita "è proprio un’ossessione. Harman non riesce a smettere di pensare ai post-umani… dove sono, perché se ne sono andati. A quale scopo?"

Ada non conosceva la risposta, ovviamente, ma era giunta a condividere l’appassionata curiosità di Harman, come se si trattasse di un gioco, di un’avventura. E continuava ad ascoltare da lui domande alle quali tutte le sue amiche avrebbero semplicemente riso: "Perché noi esseri umani siamo solo un milione? Perché i post hanno scelto proprio quel numero? Perché non uno in più o uno in meno? E perché a ciascuno di noi sono stati assegnati cento anni? Perché ci salvano anche dalla nostra stessa follia, in modo da farci vivere cento anni esatti.?".

Ada trovava che quelle domande erano tanto semplici e tanto profonde da risultare imbarazzanti, come se un adulto chiedesse perché abbiamo l’ombelico.

Ma si era unita alla ricerca: una macchina volante, forse una nave spaziale, per volare fino agli anelli e parlare ai post-umani in persona; e ora la leggenda dell’era del fax finale, l’Ebrea Errante. E ogni nuovo giorno portava altre eccitanti avventure.

"Come Daeman mangiato da un allosauro" pensò.

Arrossì all’idea e vide la propria pelle colorarsi di rosso lungo la linea d’acqua e bollicine. Quell’incidente era stato davvero fonte d’imbarazzo. Nessun altro ospite ricordava un avvenimento del genere. Perché i voynix non avevano fornito una protezione migliore?

"Cosa sono esattamente i voynix?" le aveva chiesto Harman, dodici giorni prima, nel complesso di case di tronchi vicino a Singapore. "Da dove vengono? Sono stati costruiti dagli umani dell’Età Perduta? Sono un frutto della linea di confine della follia? Sono stati creati dai post? O sono estranei a questo mondo e a questo tempo e si trovano qui per chissà quali scopi privati?"

Ada ricordò la risata di disagio, quella sera, mentre sedevano sulla terrazza coperta di rampicanti, bicchiere di champagne in mano, quando lui le aveva fatto, in un tono così serio, una domanda tanto assurda. Ma non era stata in grado di rispondere, allora (e neppure le sue amiche, nei giorni seguenti, anche se la loro risatina era stata più nervosa della sua) e adesso, dopo averli visti ogni giorno della vita, guardava i voynix con una curiosità che rasentava il timore. Hannah cominciava a reagire nella sua stessa maniera, aveva notato.

"Cosa sei realmente?" aveva pensato proprio quella sera, quando a Cratere Parigi erano scesi dalla carrozzella: il voynix era rimasto lì in piedi a reggere le stanghe della vettura, in apparenza privo d’occhi, col guscio arrugginito e il cappuccio di cuoio bagnato dalla pioggia, lame omicide ritratte, ma cuscinetti manipolatori estesi e avvolti a spirale.

Uscì dalla vasca, si asciugò, s’infilò un accappatoio leggero e congedò i servitori. Quelli se ne andarono da una delle loro membrane osmotiche nella parete. Ada passò sul balcone.

La stanza di Harman, e relativo balcone, era contigua alla sua, a destra, ma la privacy era assicurata da un fitto graticcio di fibra di bambù, con funzione di schermo, che sporgeva di un metro dal parapetto. Ada, scalza, andò al divisorio, si fermò per un attimo al parapetto, guardò in basso il cratere simile a un occhio rosso, poi il cielo sempre più sereno, con le stelle e i due anelli in movimento; mise la gamba a cavallo del parapetto, sentendo contro la parte interna della coscia il contatto col liscio bambù bagnato, posò il piede sul bordo e tastò il cornicione.

Per un secondo, mentre col piede cercava alla cieca il proseguimento del cornicione sull’altro lato del tramezzo, si resse solo grazie alla pressione delle dita dei piedi e delle mani e sentì la gravità tirarla nel vuoto. "Che cosa si proverebbe a cadere da qui nel magma ardente, sapendo di morire dopo qualche terribile secondo di caduta e di totale libertà?" pensò. Non l’avrebbe mai scoperto. Se ora avesse lasciato la presa, se i piedi scalzi e le dita fossero scivolati, non avrebbe mai ricordato i secondi e i minuti seguenti, quando si sarebbe risvegliata in una vasca dello spedale: i post-umani non concedevano alle persone il ricordo della propria morte.

Premette i seni contro il bordo del tramezzo, si sforzò di mantenere l’equilibrio e portò al di là la gamba sinistra, trovando col piede la stretta commessura di bambù-3 che correva al balcone di Harman. Non osò alzare gli occhi per vedere se Harman fosse sul balcone o alla porta a vetri: concentrò tutta l’attenzione nel non scivolare, con i piedi o con le dita, sul bambù-3 bagnato e sdrucciolevole.

Toccò il balcone, posò il piede sulla cornice e si afferrò al parapetto con tanta forza dà avere un tremito alle braccia. Si sentì venire meno le energie, l’indebolimento che segue la produzione di adrenalina, e passò in fretta la gamba sopra il parapetto; si accorse d’essersi graffiata l’interno della coscia e vide che l’accappatoio si era aperto.

Harman, seduto a gambe incrociate su una sdraio dai cuscini bianchi, la osservava. Il balcone era illuminato da una singola candela con una schermatura di vetro.

«Potevi aiutarmi» mormorò Ada, senza sapere bene perché lo diceva o perché bisbigliava. Anche Harman indossava solo una leggera veste da camera, chiusa da una fascia non molto stretta.

Harman sorrise e scosse la testa. «Te la cavavi benissimo. Ma perché non hai fatto il giro dall’altra parte e non hai bussato?»

Ada trasse un profondo respiro e, come in risposta, si slacciò la cintura dell’accappatoio e lasciò che i lembi si aprissero del tutto. L’aria che giungeva dal cratere era fredda, ma con correnti più calde incastonate nella brezza, e le accarezzava la parte inferiore del ventre.

Harman si alzò, si avvicinò, la guardò negli occhi e le chiuse l’accappatoio, stringendole la cintura, senza strusciare le dita su di lei. «Sono onorato» disse, bisbigliano anche lui, ora. «Ma non ancora, Ada. Non ancora.» Le prese la mano e l’accompagnò alla sdraio.