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Vi si distesero fianco a fianco. Ada batté le palpebre per la sorpresa e arrossì per qualcosa di simile all’umiliazione (non era sicura se per il rifiuto di lui o per la propria sfrontatezza); Harman allungò la mano dietro la sdraio e prese due lini color crema. Li piegò uno alla volta, per disporre nella corretta posizione i microcircuiti ricamati sulla stoffa.

«Io non…» cominciò Ada.

«Lo so. Solo per questa volta. Credo che stia per accadere una cosa importante. Condividiamola.»

Ada si distese sul morbido cuscino e lasciò che Harman le sistemasse sugli occhi il lino. Sentì Harman sdraiarsi accanto a lei, la destra mollemente appoggiata sulla sua sinistra.

Iniziò il flusso d’immagini, suoni, sensazioni.

11

PIANA DI ILIO

Gli dèi sono scesi a giocare. Più esattamente, sono scesi a uccidere.

La battaglia infuria ormai da un po’ di tempo, con Apollo che sferza i troiani, con Atena che sprona gli argivi, con altri dèi che oziano all’ombra di un albero sull’altura più vicina, a volte ridendo, mentre Iride e gli altri servitori versano loro vino. Ho visto il capo dei traci, Piroo, un baldo alleato dei troiani, uccidere con un sasso Diore dagli occhi grigi. Diore, capo degli epei, cadde per la semplice frattura della caviglia, quando Piroo, nella furia della battaglia, gli tirò il sasso, ma quasi tutti i suoi compagni indietreggiarono e Piroo si aprì a fendenti la strada fra i pochi rimasti a proteggere il loro condottiero caduto; e il povero Diore (non in grado di difendersi, ora, per la caviglia fratturata) non poté sottrarsi a Piroo che s’avventava: con la lunga lancia lo colpì al ventre, spargendo al suolo le viscere, agganciandole con la punta seghettata e facendone uscire altre, mentre Diore urlava.

Era questo, il sapore dell’ultima mezz’ora di battaglia; e fu un sollievo, quando Pallade Atena alzò la mano, ricevette il cenno di assenso degli altri dèi e fermò di colpo il tempo e il movimento.

Ora, con la mia vista potenziata (grazie alle lenti a contatto avute dagli dèi) vedo Atena, dall’altra parte della terra di nessuno pièna di lance, allestire il figlio di Tideo, Diomede, come una macchina per uccidere. Alla lettera o quasi. Come gli dèi stessi e come me, l’uomo Diomede sarà ora in parte macchina, occhi e pelle e sangue potenziati da nanotecnologia di un’età futura molto al di là del mio breve periodo di vita. Congelato il tempo, Atena mette negli occhi dell’acheo lenti a contatto simili alle mie, permettendogli di vedere tutt’e due gli dèi e anche, chissà come, di rallentare un poco il tempo quando si concentra nel vivo dell’azione, così (alla vista dello spettatore non potenziato) gli triplica il tempo di reazione. Omero scrisse che Atena "gli aveva fatto divampare il fuoco dal capo e dalle spalle" e ora capisco la metafora; usando gli impianti di nanotecnologia che ha nella palma e nell’avambraccio, Atena cambia il trascurabile campo elettromagnetico latente intorno al corpo di Diomede in un vero campo di forza. Agli infrarossi, corpo, braccia, scudo ed elmo di Diomede si accendono all’improvviso "di un balenio incessante, come l’astro della tarda estate, quando più luccica in tutto il suo splendore". Capisco ora, guardando Diomede risplendere nella spessa ambra del tempo congelato dagli dèi, che Omero deve essersi riferito a Sirio, la stella del Cane, che è la più luminosa nel cielo greco (e troiano) della tarda estate. Stanotte è visibile a oriente.

Mentre guardo, Atena inietta nella coscia di Diomede anche miliardi di macchine molecolari nanotech. Simili nanoinvasori sono trattati dal corpo umano come un’infezione e la temperatura di Diomede aumenta di almeno cinque gradi. Vedo l’invasivo esercito di macchine molecolari risalire dalla coscia al cuore e dal cuore passare ai polmoni, alle braccia e di nuovo alle gambe, mentre il calore fa risplendere ancora di più il corpo visto agli infrarossi.

Tutt’intorno a me, la morte sul campo di battaglia è tenuta in sospeso per quei minuti dilatati. Dieci metri alla mia sinistra vedo un cocchio bloccato in una nube di polvere e sudore umano e saliva equina. L’auriga troiano, Fegeo, un uomo basso e tranquillo, figlio del più importante sacerdote di Efesto e fratello del robusto Ideo (con il quale, nei miei travestimenti morfici, negli ultimi anni ho spezzato il pane e bevuto vino una decina di volte), è pietrificato nell’atto di sporgersi sulla parte anteriore del cocchio, reggendosi con la sinistra al bordo, pronto a scagliare con la destra la lancia. Ideo, accanto al fratello, serra nella mano le redini ed è impietrito nell’atto di frustare i cavalli, impietriti anch’essi. Il cocchio è stato fermato mentre stava per travolgere Diomede e le pedine umane sono ignare che la dea Atena ha fermato tutto e gioca alle bambole col suo campione prediletto, veste Diomede di campi di forza e di lenti a contatto e di nanopotenziatori, come una bambina con la Barbie. (Ricordo una bambina che giocava con le Barbie, forse mia sorella. Non credo d’avere avuto una figlia. Non ne sono sicuro, ovviamente, perché i ricordi che tornano col passare dei mesi sono come schegge di vetro che riflettono immagini confuse.)

Sono abbastanza vicino al cocchio da vedere l’esultanza del combattimento cesellata nel viso abbronzato di Fegeo e la paura congelata nei suoi immobili occhi castani. Se Omero ha riportato correttamente questo episodio, fra meno d’un minuto Fegeo sarà morto.

Vedo altri dèi adunarsi sul campo di battaglia, ora, come corvi al banchetto di carogne. C’è Ares, dio della guerra, che si materializza dalla mia parte delle linee, avvicinandosi all’immobile cocchio di Ideo e di suo fratello già condannati. Ares apre il proprio campo di forza dietro il cocchio che porterà verso la morte i due fratelli.

"Perché Ares s’interessa della sorte di quei due?" mi chiedo. Certo, Ares non ama i greci (ovviamente ha imparato a odiarli in questa guerra e li uccide tramite i suoi strumenti o il suo stesso intervento, quando può) ma perché questo chiaro interesse per Fegeo o suo fratello Ideo? È solo una contromossa alla strategia di Atena di potenziare Diomede? Questa partita a scacchi, con reali esseri umani che cadono e gemono e muoiono, è diventata per me roba vecchia, ripugnante. Ma la strategia mi intriga ancora.

Poi ricordo che il dio della guerra è fratellastro di Efesto, il dio del fuoco, nato anche lui dalla moglie di Zeus, Era. Per molto tempo, fra le mura di Troia, il padre di Fegeo e Ideo, Darete, è stato fedele servitore del dio del fuoco.

Questa stupida guerra è più complicata e insensata della guerra in Vietnam che ricordo un poco dalla mia giovinezza.

A un tratto Afrodite, la mia nuova padrona per la quale devo anche fare la spia, si telequanta in esistenza, trenta metri alla mia sinistra. Anche lei è qui per aiutare i troiani e godersi la strage. Ma…

Negli ultimi secondi rallentati, prima che torni il tempo reale, ricordo un particolare: se l’attuale combattimento si conclude come è riportato nell’antico poema, fra meno di un’ora Afrodite stessa sarà ferita da Diomede. "Perché scende nella mischia, pur sapendo che un mortale la ferirà?" mi chiedo scioccamente.

La risposta è sempre quella, come ogni episodio m’ha riportato alla mente negli ultimi nove anni; ma ora il fatto mi colpisce con la forza e il lampo di un’esplosione nucleare: "Gli dèi ignorano ciò che accade dopo!". Nessuno, tranne Zeus, a quanto pare, ha il permesso di scrutare nei programmi futuri del Fato.

Tutti noi scoliasti lo sappiamo: non possiamo, per ordine di Zeus, parlare con gli dèi di eventi futuri e gli dèi hanno la proibizione di farci domande sui successivi Libri dell’Iliade. Noi abbiamo solo il compito di osservare, registrare e confermare che l’Iliade di Omero è stata veritiera sugli eventi del giorno a noi assegnato. Molte volte Nightenhelser e io, mentre guardiamo i Piccoli Omini Verdi che tirano verso la riva le facce di pietra e ammiriamo il sole che tramonta sul mare, abbiamo discusso su questo paradosso, la cecità degli dèi circa gli eventi a venire.