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"So che Afrodite oggi sarà ferita" penso "ma la dea non lo sa." Come posso usare questa informazione? Se lo dicessi ad Afrodite, Zeus lo verrebbe a sapere (non so come, ma so che lo saprebbe) e io finirei atomizzato e Afrodite sarebbe punita in qualche modo meno grave. "Come posso usare l’informazione che Afrodite, la dea che mi ha dato questi oggetti con cui spiare per lei, oggi sarà (forse) ferita da Diomede?"

Non ho il tempo di trovare una risposta. Atena termina di lavorare su Diomede e lascia la presa sullo spazio e sul tempo.

Tornano la luce vera e rumori terribili e azioni violente. Diomede avanza, corpo e viso e scudo risplendenti di una luminosità visibile anche agli altri mortali, agli amici achei e ai nemici troiani.

Ideo completa il gesto di frustare i cavalli. Il cocchio corre rumorosamente verso la linea dei greci, dritto contro Diomede.

Fegeo scaglia la lancia contro l’acheo. La punta manca di due centimetri il bersaglio e passa sopra la spalla sinistra del figlio di Tideo.

Diomede, pelle arrossata, fronte ardente per il sudore della febbre e per la fregola della battaglia, risponde al colpo. La sua lancia va a bersaglio, centra Fegeo in pieno petto ("tra le mammelle", credo abbia cantato in greco Omero) e il troiano, sbattuto all’indietro, cade dal cocchio, colpisce il terreno e rotola varie volte, mentre la lancia si spezza e si scheggia; il cadavere si ferma nella polvere del cocchio su cui si trovava cinque secondi prima. La morte, quando giunge, è veloce, nella piana di Ilio.

Ideo salta giù dal cocchio, rotola e si rialza a fatica, spada in pugno, pronto a proteggere il cadavere del fratello.

Diomede afferra un’altra lancia e corre avanti di nuovo, pronto a trafiggere Ideo come ha appena fatto col fratello. Il giovane troiano, preso dal panico, si gira per fuggire, lasciandosi alle spalle, nella polvere, il cadavere di Fegeo, ma Diomede tira con forza e precisione la lunga lancia, proprio al centro della schiena del troiano.

Ares, il dio della guerra, vola avanti (letteralmente vola, usando lo stesso tipo di bardatura di levitazione che gli dèi hanno fornito a me) e ferma di nuovo il tempo, salvando Ideo da una lancia ora immobile a meno di tre metri dalla schiena del troiano. Allora estende il campo di forza intorno a Ideo e ripristina il tempo quanto basta perché il campo d’energia devii la lancia di Diomede. Poi telequanta l’atterrito Ideo lontano dal campo di battaglia, lasciandolo al sicuro da qualche parte. Per i sorpresi e terrorizzati troiani è come se in un baleno la nera notte abbia avviluppato e portato via il loro compagno.

"Così il fratello di Ares, Efesto dio del fuoco, non perderà tutti e due i suoi futuri sacerdoti" penso, ma poi me la svigno per mettermi al sicuro, mentre la battaglia riprende e altri greci seguono Diomede nel varco creato dalla morte di Fegeo. Il cocchio vuoto corre rimbalzando per la piana sassosa ed è preda degli achei acclamanti.

Ares è di ritorno, in forma semisolida, un’alta sagoma divina che cerca di chiamare a raccolta i troiani, grida con voce tonante che si raggruppino e respingano Diomede. Ma i troiani si sono divisi: alcuni, atterriti, fuggono davanti al risplendente Diomede; altri tornano indietro per ubbidire alla voce tonante del dio della guerra. A un tratto, Atena levita sulla testa di greci e troiani, prende per il braccio Ares e gli mormora qualche parola, in tono pressante.

I due si telequantano via.

Guardo di nuovo alla mia sinistra e la dea Afrodite, invisibile ai greci e ai troiani che lottano e imprecano e muoiono intorno a lei, mi fa cenno di seguire i due dèi.

Mi metto l’Elmo di Ade e divento invisibile a tutti gli dèi tranne Afrodite. Poi aziono il medaglione che porto al collo e mi telequanto dietro Atena e Ares; seguo il loro percorso nello spazio-tempo, con la stessa facilità con cui seguirei una serie di orme su sabbia bagnata.

È facile essere un dio. Basta avere l’equipaggiamento giusto.

Non si sono teleportati lontano, circa quindici chilometri, in un posto ombroso lungo le rive dello Scamandro, che gli dèi chiamano Xanto, l’ampio fiume che attraversa la piana di Ilio. Quando compaio a una quindicina di passi da loro, Ares gira di scatto la testa e mi fissa. Per un istante sono sicuro che l’Elmo di Ade non ha funzionato: i due mi vedono e in pratica sono morto.

«Cosa c’è?» chiede Atena.

«Ho creduto di… di sentire qualcosa. Un movimento. Un movimento quantico.»

La dea dagli occhi grigi gira la testa nella mia direzione. «Non c’è niente, qui. Posso scrutare in tutti gli spettri dello spostamento di fase.»

«Anch’io» replica Ares, brusco, e distoglie lo sguardo da me. Emetto un tremulo sospiro nel massimo silenzio: l’Elmo di Ade mi nasconde ancora. Il dio della guerra comincia ad andare avanti e indietro lungo la riva del fiume. «Zeus è dappertutto, in questi giorni» dice.

Atena cammina al suo fianco. «Sì, padre Zeus è arrabbiato con tutti noi.»

«Allora perché lo provochi?»

La dea si ferma. «Come lo provoco? Difendendo dal massacro i miei achei?»

«Modificando Diomede perché sia lui a massacrare!» ribatte Ares e noto per la prima volta la sfumatura rossastra dei ricci dell’alto dio dalla perfetta muscolatura. «Un’azione pericolosa, Pallade Atena.»

La dea ride piano. «Interveniamo in questa guerra da nove anni. È il Gioco, per l’amor del cielo. È il nostro lavoro! So che hai intenzione d’intervenire a favore della tua amata Ilio proprio oggi, macellando come pecore i miei argivi. Non è pericolosa questa partecipazione attiva del dio della guerra?»

«Non tanto pericolosa quanto armare con nanotech i mortali dell’una o dell’altra parte. Non tanto pericolosa quanto attrezzarli con campi di spostamento di fase. Cos’hai in mente, Atena? Cerchi di cambiare quei mortali in esseri come noi, in dèi?»

Atena ride di nuovo, ma torna seria non appena nota che con le risate riesce solo a far imbestialire di più Ares. «Fratello, il potenziamento di Diomede è di breve durata, lo sai. Voglio solo che sopravviva a questo scontro. Afrodite, la tua cara sorella, ha già incitato l’arciere troiano Pandaro a ferire uno dei miei preferiti, Menelao, e proprio in questo momento mormora all’orecchio dell’arciere: "Uccidi Diomede".»

Ares scrolla le spalle. So che Afrodite è sua alleata e istigatrice. Come un bambino col broncio (un bambino col broncio alto tre metri, dotato di un campo di energia pulsante) raccatta una pietra liscia e la tira a rimbalzare sull’acqua. «Cosa importa se Diomede muore oggi o l’anno venturo? È un mortale. Morirà.»

Ora Atena ride senza scrupoli. «Ma è ovvio che morirà, mio caro fratello. Ed è ovvio che la vita o la morte di un singolo mortale non è di alcuna importanza per noi… per me. Ma dobbiamo giocare il Gioco. Non lascerò che quella strega puttana di Afrodite cambi il volere del Fato.»

«Chi, fra noi, conosce il volere del Fato?» sbotta Ares, ancora col broncio, braccia conserte sul petto possente.

«Padre Zeus lo conosce.»

«Zeus dice di conoscerlo!» sghignazza il dio della guerra.

«Dubiti del nostro signore e padrone?» replica Atena, in un tono che è quasi, non del tutto, frivolo e irritante.

Ares si guarda rapidamente intorno e per un attimo temo d’essermi tradito, provocando rumore nel sistemarmi su un sasso piatto per non lasciare impronte nella sabbia. Ma lo sguardo del dio passa oltre.

«Non mostro irriverenza per nostro padre» dice infine Ares, con voce che mi ricorda quella di Richard Nixon quando parlava nello Studio Ovale, sapendo che il microfono nascosto era acceso. Mettendo su nastro le proprie bugie. «La mia devozione, la mia lealtà e il mio amore vanno tutti a Zeus, Pallade Atena.»