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All’improvviso giunge suo fratello Ares, in volo su un cocchio fiammeggiante, spingendo da parte troiani e greci insieme, mentre allarga l’impronta di plasma del velivolo per atterrare accanto alla sorella. Afrodite singhiozza e geme di dolore, cerca di spiegare che Diomede è impazzito. «Assalirebbe anche padre Zeus!» grida, crollando fra le braccia del dio della guerra.

«Puoi volare sul cocchio?» domanda Ares.

«No!» geme Afrodite e sviene davvero. Si abbandona fra le braccia di Ares, continuando a reggere nella destra sporca di sangue o d’icore la mano e il polso feriti. Guardarla mi procura un curioso turbamento. Dèi e dee non sanguinano. Almeno, non li ho mai visti sanguinare, nei miei nove anni qui.

La dea Iride, messaggera personale di Zeus, compare sul campo di battaglia fra il cocchio e il campo di forza di Apollo, dove il dio protegge Enea privo di sensi. Ora i troiani, occhi fuori delle orbite, sono indietreggiati di molto e Diomede è tenuto a bada dai campi di forza parzialmente sovrapposti. L’acheo irradia calore e furia nell’infrarosso, appare al mondo come un guerriero fatto di lava pulsante.

«Portala da sua madre» ordina Ares, deponendo Afrodite, priva di sensi sul fondo del cocchio privo di cavalli. Iride fa alzare nel cielo il velivolo d’energia, cambia fase e scompare.

«Sorprendente» dice Nightenhelser.

«Fichissimo» convengo. Per la prima volta in più di nove anni vedo un greco o un troiano assalire con successo un dio. Mi giro e vedo che Nightenhelser mi fissa, sconvolto. A volte dimentico che lo scoliaste proviene dal secolo precedente il mio. «Be’, è davvero stupefacente» dico, sulla difensiva.

Voglio seguire Afrodite su Olimpo e vedere cosa succede fra lei e Zeus. Omero ne ha parlato, ovviamente, ma fra il poema e gli eventi reali ci sono già state discrepanze sufficienti a stimolare il mio interesse.

Comincio ad allontanarmi da Nightenhelser, così intento a guardare gli eventi da non accorgersi che me ne vado, e mi preparo a calarmi sulla testa l’Elmo di Ade e ad azionare il mio personale medaglione TQ. Ma sul campo di battaglia accade una cosa.

Diomede lancia un grido di guerra quasi acuto come l’urlo di Afrodite ancora echeggiante e va di nuovo alla carica contro Enea e Apollo. Stavolta il corpo potenziato dalla nanotecnologia e la spada spostata di fase aprono un varco negli strati esterni dello scudo di energia di Apollo.

Il dio rimane immobile, mentre Diomede colpisce di taglio e si apre la strada nello scintillante campo di forza, come un uomo che spali neve invisibile.

Allora la voce di Apollo squilla con un’amplificazione che di sicuro la rende udibile fino a quattro, cinque chilometri. «Rifletti, Diomede! Sta’ indietro! Smettila con questa follia mortale… guerreggiare con gli dèi. Non siamo della stessa razza, o umano. Mai lo fummo. Mai lo saremo.» Apollo cresce di dimensioni, dagli imponenti tre metri diventa un gigante di più di sei.

Diomede si blocca e arretra, ma è impossibile dire se lo fa per temporanea paura o per pura e semplice stanchezza.

Apollo si china e rende opaco il campo di forza intorno a sé e a Enea. Quando, un minuto dopo, la nera nebbia scompare, il dio è svanito, ma Enea è ancora lì disteso, privo di sensi, ferito, sanguinante, col bacino fratturato. I guerrieri troiani accorrono a formare un cerchio intorno al loro capo caduto e rimasto solo, prima che Diomede lo macelli.

Quell’uomo non è Enea. So che Apollo ha lasciato lì un ologramma e ha portato il vero principe sulla sommità di Pergamo, la cittadella di Ilio, dove le dee Latona e Artemide, sorella di Ares, useranno la loro divina medicina nanotech per salvare la vita di Enea e risanare le sue ferite nel giro di qualche minuto.

Sono pronto a sfrecciare su Olimpo, quando a un tratto Apollo si telequanta di nuovo sul campo di battaglia, nascosto alla vista dei mortali. Ares, ancora impegnato a radunare i troiani dietro il suo scudo difensivo, alza lo sguardo all’arrivo dell’altro dio.

«Ares, sterminio dei mortali, assaltatore di mura, lascerai che quel pezzo di merda ti insulti a questo modo?» dice Apollo. Invisibile agli achei, indica Diomede, che ansima e riprende le forze.

«Insultarmi? Come mi ha insultato?»

«Idiota» tuona Apollo, in frequenze ultrasoniche percettibili solo dagli dèi e dagli scoliasti e dai cani di Troia che rispondono con feroci ululati. «Quel… quel mortale… ha appena assalito la dea dell’amore, tua sorella, recidendo i tendini del suo polso immortale. Diomede ha assalito perfino me, uno dei più potenti degli dèi post-umani. Atena l’ha reso una creatura superumana per mettere alla berlina Ares, dio della guerra, sempre lordo di sangue!»

Ares gira la testa verso l’ansante Diomede, che non bada più al dio, da quando ha fallito il tentativo di penetrare nel suo campo di forza.

«Si prende gioco di me?» grida Ares, con un urlo che tutti, da qui a Olimpo, possono sentire. Ho notato nel corso degli anni che Ares è piuttosto stupido, per essere un dio. Oggi lo dimostra. «Osa burlarsi di me?»

«Uccidilo» grida Apollo, usando sempre gli ultrasuoni. «Strappagli il cuore e mangiaglielo.» E il dio dall’arco d’argento si telequanta via.

Ares diventa pazzo. Non posso andarmene proprio ora, decido. Voglio ardentemente telequantarmi su Olimpo per vedere quant’è grave la ferita di Afrodite, ma questa situazione è troppo interessante per perdermela.

Innanzi tutto, il dio della guerra si morfizza nell’impetuoso Acamante, condottiero dei traci, e corre qua e là fra i troiani in movimento, spingendoli a lottare per respingere i greci fuori del saliente che hanno creato seguendo Diomede nelle file troiane. Poi si morfizza in Sarpedone e rimbrotta aspramente Ettore, che con insolita reticenza si trattiene dalla battaglia. Vergognoso per le accuse che ritiene di Sarpedone, Ettore si unisce di nuovo ai suoi uomini. Quando Ares vede che Ettore raduna il corpo principale di guerrieri troiani, ritorna se stesso e si unisce al cerchio di combattenti che tengono indietro i greci dall’ologramma di Enea svenuto.

Confesso di non avere mai visto combattimenti così feroci nei miei nove anni qui. Se Omero ci ha insegnato una cosa, è che l’essere umano è un fragile recipiente, un vaso di carne pieno di sangue e di visceri solo in attesa d’essere versati.

Ora vengono versati.

Gli achei non aspettano che Ares riprenda fiato, ma si avventano con cocchio e lancia, seguendo la folle guida di Diomede e di Odisseo. Cavalli nitriscono. Cocchi si schiantano e si rovesciano. Cavalieri spingono il destriero contro una muraglia di lance e di scudi lucenti. Diomede fiammeggia di nuovo in prima linea, chiama avanti i suoi uomini e intanto uccide ogni troiano che gli giunga a tiro.

Apollo ricompare sul campo di battàglia, in una turbinante nebbia violacea, e getta nella mischia l’Enea guarito… il vero Enea. Il giovane troiano è stato guarito e non solo: risplende di luce, come Diomede dopo l’intervento di Atena. I troiani, già raccolti dietro Ettore, lanciano in massa un grido alla vista del loro principe ancora vivo e si avventano nel contrattacco.

Ora sono Enea e Diomede, da una parte e dall’altra, a guidare il combattimento e uccidere condottieri nemici a palate, mentre Apollo e Ares incitano altri troiani a gettarsi nella mischia. Vedo Enea uccidere gli spensierati gemelli achei, Orsiloco e Cretone.

Menelao, ripresosi dalla ferita, passa avanti a Odisseo e si lancia verso Enea. Sento la risata di Ares: il dio della guerra sarebbe felice, se il fratello di Agamennone e vero marito di Elena, l’uomo che ha iniziato questa guerra per la sua trascuratezza verso la propria moglie, fosse ucciso questo giorno stesso. Enea e Menelao giungono a portata di lancia e gli altri guerrieri arretrano per rispetto della aristeia; i due danno stoccate di lancia e fintano i colpi, stoccate e finte.

A un tratto il figlio di Nestore, Antiloco, buon amico del quasi dimenticato Achille, balza avanti e si pone al fianco di Menelao: teme, è chiaro, che se non interviene la causa greca muoia con il suo condottiero.