Orphu aveva scaricato la lingua francese in tutte le sue complessità classiche insieme con il romanzo e con notizie biografiche su Proust, ma Mahnmut finì per leggere le cinque traduzioni in inglese, perché quella era la lingua perduta su cui aveva concentrato gli studi negli ultimi centocinquant’anni terrestri e si sentiva più a suo agio nel giudicare la letteratura scritta in quella lingua. Orphu aveva ridacchiato, quando l’aveva saputo, e aveva ricordato al piccolo moravec che sbagliava a paragonare Proust all’amato Shakespeare, che i due autori differivano nella sostanza come il roccioso pianeta interno da poco sottoposto a terraforming al quale erano diretti differiva dalle loro familiari lune di Giove; tuttavia Mahnmut l’aveva riletto in inglese.
Alla fine, pur sapendo di averne fatto una lettura superficiale, era ansioso d’iniziare il dialogo e si collegò con Orphu sul raggio a fascio compatto, poiché il moravec di Io, stavolta ben agganciato a cavi di sicurezza a causa della decelerazione sempre più forte, era uscito di nuovo a controllare la vela di boro.
Non so, disse. Non lo capisco, ecco. Mi sembrano riflessioni troppo elaborate di un esteta.
Esteta? ripeté Orphu, commutando sul canale a fascio compatto un peduncolo di comunicazione, mentre manipolatori e flagelli erano impegnati nella saldatura di un connettore di cavi. A Mahnmut, che guardava dal video posteriore, il bianco arco di saldatura pareva una stella contro il nero della vela dietro la goffa massa di Orphu. Parli di Proust o del narratore Marcel?
C’è differenza? replicò Mahnmut. Nell’istante in cui trasmise l’ironica domanda capì d’essere ingiusto. Aveva mandato a Orphu centinaia, forse migliaia, di e-mail nel corso dell’ultimo mezzo secolo terrestre, spiegando la differenza fra il poeta chiamato "Will" nei sonetti e lo storico artista di nome Shakespeare. Sospettava che Proust, per quanto chiuso e impenetrabile, fosse altrettanto complesso, quando si trattava di stabilire l’identità di autore e personaggi.
Orphu di Io non badò alla domanda e trasmise: Ammetti d’avere amato la sua visione comica. Proust è, soprattutto, uno scrittore comico.
C’era una visione comica? replicò Mahnmut. Ho visto ben pochi lati comici nella sua opera. Era sincero. I moravec avevano il senso dell’umorismo; perfino i primi robot mandati nello spazio, in grado di evolversi autonomamente e un poco senzienti, creati dalla razza umana prima della pandemia rubicon, erano programmati per capire l’umorismo: la comunicazione con gli esseri umani (comunicazione vera, nei due sensi) era impossibile senza di esso. L’umorismo era tanto umano quanto l’ira o la logica o la gelosia o l’orgoglio… tutti elementi che Mahnmut aveva notato nell’interminabile romanzo di Proust. Ma Proust e i suoi protagonisti come scrittori comici, personaggi comici? Mahnmut non li vedeva così; e se Orphu aveva ragione, lui aveva commesso una svista grave. Era stato proprio lui, Mahnmut, a passare decenni a trovare l’umorismo dei giochi di parole e la satira nelle opere del Bardo; era stato lui a individuare anche le più sottili ironie nei sonetti di Shakespeare.
Ascolta, disse Orphu, correndo lungo un cavo di buckycarbonio per tornare sulla nave, con un pulsare di jet a reazione. Leggi di nuovo questa parte di Un amore di Swann. È qui che Swann, asservito all’infedele e volubile Odette, usa tutta la sua abilità di ricattatore emotivo per impedirle di andare a teatro senza di lui. Cogli l’umorismo del brano, amico mio. Scaricò il testo.
"Ti giuro" le diceva, pochi minuti prima ch’ella uscisse per andare a teatro "che, nel chiederti di rimanere, ogni mia speranza, se fossi egoista, mi farebbe augurare che tu lo rifiutassi, perché stasera ho mille cose da fare e mi troverei preso io stesso in trappola e molto seccato se, contro ogni aspettativa, tu mi rispondessi che non vai. Ma le mie occupazioni, i miei piaceri non sono tutto, io devo pensare a te. Può venire il giorno che, vedendomi per sempre allontanato da te, avrai diritto di rimproverarmi per non averti avvertita negli attimi decisivi in cui sentivo che mi sarei formato su di te uno di quei giudizi severi ai quali l’amore non resiste a lungo. Vedi, Une Nuit de Cléopâtre (che titolo!) non significa nel fatto nulla. Quel che occorre sapere è se davvero tu sei quell’essere che occupa l’ultimo posto nell’ordine dei valori spirituali, e anche dell’attrattiva: l’essere degno di sprezzo che è incapace di rinunciare a un godimento. Allora, se tu sei questo, come sarebbe possibile amarti, perché non sei neppure una persona, una creatura definita, imperfetta, ma almeno perfettibile? Sei dell’acqua informe, che scorre a seconda della china, un pesce immemore e senza pensiero che, finché vivrà nel suo acquario, cozzerà cento volte ogni giorno, seguitando a scambiarlo con l’acqua. Capisci che la tua risposta, non dico avrà per effetto ch’io cessi immediatamente d’amarti, beninteso, ma ti renderà meno seducente ai miei occhi, quando comprenderò che non sei una persona, che sei al di sotto di tutte le cose e incapace di superarne alcuna? Evidentemente avrei preferito chiederti come una cosa senza importanza di rinunciare a Une Nuit de Cléopâtre (poiché m’obblighi a sporcarmi le labbra con questo nome abietto) nella speranza che tu andassi lo stesso. Ma, poiché sono risoluto a dar questo valore, a trarre dalla tua risposta queste conseguenze, m’è parso più leale avvertirtene."
Odette da un momento dava segni d’emozione e d’incertezza. Se non il senso di quel discorso, capiva ch’esso poteva rientrare nel tipo comune delle "diatribe" e scene di rimproveri e di supplicazione; e la sua esperienza degli uomini le permetteva di concludere, senza fermarsi ai particolari delle parole, che non le avrebbero proferite se non fossero stati innamorati, e che, poiché erano innamorati, era inutile obbedir loro, che lo sarebbero stati ancora di più dopo. Avrebbe quindi ascoltato Swann con la massima calma, se non avesse visto che il tempo passava e che se lui parlava solo un poco ancora, ella avrebbe, come gli disse con un sorriso tenero, ostinato e confuso, "finito col perdere l’ouverture!".
Mahnmut rise forte, nei limitati confini della sala di comando del Dark Lady. Ora capiva. C’era un brillante umorismo. La prima volta che aveva letto quel brano si era concentrato sull’emozione umana della gelosia e sui chiari sforzi di Swann per manipolare il comportamento della donna chiamata Odette. Adesso era… chiaro.
Grazie, disse a Orphu, mentre il moravec a forma di granchio reale di quindici metri si sistemava nella sella dello scafo. Penso di sentir scorrere l’umorismo, adesso. Lo apprezzo. Ogni cosa è diversa dal tono e dal linguaggio e dalla struttura di Shakespeare, ma qualcosa è… uguale.
Ossessione per l’enigma della natura umana, suggerì Orphu. Il tuo Shakespeare guarda tutte le sfaccettature dell’umanità attraverso la reazione a eventi, trova la profondità interna attraverso personaggi definiti come azioni. I personaggi di Proust scavano a fondo nella memoria per vedere le stesse sfaccettature. Forse il tuo Bardo somiglia più a Koros III che guida questa spedizione. Il mio dolce Proust somiglia più a te, avvolto nel bozzolo del Dark Lady e sempre sprofondato negli abissi, a scandagliare alla ricerca di scogliere e del duro fondo e di altre creature viventi e del mondo intero.
Mahnmut rifletté su queste parole per parecchi, intensi nanosecondi. Non vedo come il tuo Proust abbia risolto l’enigma; o meglio, come abbia cercato di risolverlo, se non mediante immersione nella memoria.