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Mentre passavano sopra il Sole, a un perielio di soli novantasette milioni di chilometri, la vela di boro fu ammainata, riawolta e ripiegata nella cupola di poppa. Orphu aiutò nel lavoro i manipolatori telecomandati e Mahnmut guardò sugli schermi della nave il suo amico muoversi qua e là; notò che nell’ardente luce solare le cicatrici e butterature del grosso moravec erano chiaramente visibili.

Due ore prima della programmata accensione dei motori a fusione, Koros III sorprese Mahnmut, invitando tutti a riunirsi nel modulo della sala di comando, posta accanto ai corni del cucchiaio magnetico.

Nella nave non c’erano corridoi interni. Il piano prevedeva che Koros si trasferisse nel Dark Lady spostandosi lungo i cavi e usando gli appositi agganci, una volta che la nave avesse terminato di decelerare e si fosse trovata in orbita intorno a Marte. Mahnmut nutriva dei dubbi sulla possibilità di fare adesso un simile viaggio lungo lo scafo fino alla sala comando.

Perché dovremmo riunirci fisicamente per parlare? chiese a Orphu sulla loro linea privata. E poi tu nel modulo della sala comando non ci entri.

Posso stare all’esterno, guardare dal boccaporto e collegare al modulo di comando un cavo per comunicare in sicurezza.

Non sarebbe meglio parlare sulla banda comune?

Non lo so, disse Orphu, ma accenderemo i motori solo fra centoquattordici minuti. Giro intorno alla nave e vengo a prenderti?

Decisero di fare così. Mahnmut, ovviamente, non aveva difficoltà con il vuoto e con le radiazioni dure, ma si era innervosito all’idea di staccarsi dalla nave ed essere accidentalmente abbandonato. Orphu lo incontrò nello scomparto merci e Mahnmut ebbe una breve indimenticabile visione del Dark Lady vividamente illuminato dagli accecanti raggi solari, infilato nella stiva della nave spaziale come uno squalo salmastro nel ventre di un kraken.

Orphu adoperò i manipolatori per sistemare Mahnmut in un angolo riparato del proprio guscio e si agganciò a cavi di sicurezza per il viaggio con jet a reazione intorno allo scuro ventre della nave, su per le centine munite di travature e di sporgenze, e in avanti lungo lo scafo superiore. Mahnmut guardò i motori a fusione sferici, agganciati alla prua come per un ripensamento del progettista, e controllò l’ora: sessantaquattro minuti all’accensione.

Esaminò il rivestimento antiradar che racchiudeva la nave vera e propria: uno schermo deflettore nero e poroso che rendeva la nave, a parte i motori a fusione, la vela al boro e altre parti sacrificabili, teoricamente invisibile non solo al radar, ma anche al riflesso gravitonico e alle sonde a infrarossi, a ultravioletti e a neutrini. "Ma che differenza fa" si chiese "visto che per due giorni procederemo su quattro colonne di fiamme di fusione?"

La sala di comando aveva una camera d’equilibrio. Mahnmut aiutò Orphu a collegare il cavo schermato, poi varcò la camera d’equilibrio e riprese a respirare aria alla vecchia maniera.

«Questa nave è armata» disse Koros III, senza preamboli; parlava a voce trasmessa dall’aria. I suoi occhi sfaccettati e il nero guscio umanoide riflettevano le luci rosse agli alogeni.

Nella sala comando pressurizzata, il piccolo Ri Po di Callisto era il terzo vertice del triangolo di moravec.

Hai sentito? trasmise Mahnmut a Orphu, sulla loro linea privata. Il grosso moravec di Io era visibile dall’oblò di prua.

Oh, sì.

«Perché ce ne informi adesso?» chiese Mahnmut a Koros III.

«Pensavo che tu e Orphu aveste il diritto di sapere. Qui è in ballo la vostra esistenza.»

Mahnmut guardò l’ufficiale di rotta. «Sapevi delle armi?»

«Sapevo che nella nave sono incorporate armi di difesa» rispose Ri Po. «Fino a questo momento non sapevo che ci fossero armi da portare in superficie. Ma era un’ipotesi logica.»

«In superficie» ripeté Mahnmut. «Ci sono armi, nella stiva del Dark Lady?» Non era una domanda, in realtà.

Koros III annuì, nell’antichissimo segno umano di conferma.

«Di che tipo?» domandò Mahnmut.

«Non sono autorizzato a dirlo» rispose freddamente l’alto moravec di Ganimede.

«Be’, forse anch’io non sono autorizzato a trasportare armi nel mio sommergibile» replicò Mahnmut, brusco.

«Non hai scelta, in questa faccenda» disse Koros III. Il suo tono fu triste, più che imperioso.

Mahnmut si sentì ribollire.

Ha ragione lui, intervenne Orphu e Mahnmut si rese conto che il moravec di Io aveva parlato sulla banda comune. Nessuno di noi ha scelta, a questo punto. Dobbiamo andare avanti.

«Allora perché ci informano?» ripeté Mahnmut.

Rispose Ri Po. «Da quando abbiamo oltrepassato il Sole, teniamo sotto controllo Marte. Da questa distanza i nostri strumenti confermano l’attività quantica rilevata dallo spazio gioviano, ma l’intensità supera di vari ordini di grandezza la nostra previsione. Marte è una minaccia per tutto il sistema solare.»

Com’è possibile? chiese Orphu. Per secoli i post-umani hanno fatto esperimenti di traslazione quantica, nelle loro città orbitali intorno alla Terra.

Koros III scosse la testa nel caratteristico modo umano, anche se "caratteristico" non era un aggettivo che veniva in mente a Mahnmut quando guardava l’alta e lucente figura dagli occhi sfaccettati come quelli delle mosche. «Non così estesi» disse il comandante della missione. «L’ammontare di traslazione di fase quantica che ora avviene su Marte equivale a un foro praticato nel tessuto dello spazio-tempo. Non è stabile. Non è un sano esercizio di tecnologia quantica.»

Ha a che fare con i voynix? chiese Orphu, via cavo. Dei leggendari voynix la maggior parte dei moravec gioviani sapeva solo che, quando quelle creature erano state per la prima volta menzionate nelle comunicazioni neutriniche post-umane tenute sotto controllo, più di duemila anni terrestri prima, il pianeta Terra aveva irradiato un’attività senza precedenti di traslazione di fase quantica.

A dire il vero, non sappiamo se i voynix sono coinvolti né se si trovano ancora sulla Terra, trasmise Koros III sulla banda comune. Poi soggiunse: «Ripeto, trovo eticamente indispensabile informare tutti voi che ci sono armi a bordo di questa nave e a bordo del sommergibile sul quale Mahnmut mi trasporterà. La decisione di usare queste armi non sarà vostra. La responsabilità tocca solo a me, quando sono a bordo di questa nave, e a Ri Po, per la difesa della nave, quando Mahnmut e io saremo scesi sul pianeta. La decisione di usare la forza letale su Marte sarà solo mia».

«Allora quelle sulla nave non sono armi d’offesa?» chiese Mahnmut. «Non saranno usate contro bersagli su Marte?»

«No» rispose Ri Po. «Le armi a bordo della nave sono solo di difesa.»

Ma le armi a bordo del Dark Lady includono armi di distruzione di massa? chiese Orphu di Io.

Koros III esitò, evidentemente soppesando gli ordini ricevuti e il diritto dell’equipaggio a essere informato. «Sì» rispose alla fine.

Mahnmut cercò di stabilire quali potessero essere quelle armi di distruzione di massa. Bombe a fissione? A fusione? A emissione di neutrini? Esplosivi al plasma? Congegni antimateria? Bombe tipo buco nero in grado di frantumare un pianeta? Non aveva idea. In secoli di vita non aveva esperienza d’armi, a parte le reti non letali, i pungoli e gli elettrostimolatori necessari per tenere lontano i kraken e catturare gli animali marini su Europa. «Koros» disse piano «avevi portato armi, nella missione sugli asteroidi, alcuni decenni fa?»

«No» rispose il moravec di Ganimede. «Non erano necessarie. Per quanto bellicosi e feroci siano divenuti gli astervec nella recente evoluzione, non rappresentavano una minaccia all’esistenza di tutti gli esseri senzienti del sistema solare.» Proiettò l’ora: mancavano quarantun minuti all’accensione dei motori a fusione. Altre domande?