Orphu ne aveva una. Perché abbiamo un rivestimento antiradar, se ci avviciniamo a Marte su quattro scie di fusione che splenderanno come una supernova, visìbili giorno e notte come soli da chiunque su Marte abbia occhi? Ah, ci sono arrivato da solo… vuoi provocare una reazione! Vuoi fare in modo che ci attacchino.
«Sì» rispose Koros. «È il modo più facile per accertare le loro intenzioni. I motori a fusione si spegneranno quando saremo ancora a diciotto milioni di chilometri da Marte. Se fino a quel momento non avranno tentato d’intercettarci, getteremo a mare i motori, i tori di solenoide e tutte le altre apparecchiature esterne; entreremo in orbita marziana usando contromisure passive e nascondendo la nostra posizione. Per ora non sappiamo se i post-umani, o altre entità che abbiano terraformato Marte e vi risiedano, abbiano una civiltà tecnica o post-tecnica.»
Mahnmut rifletté: avrebbero gettato a mare ogni forma di propulsione in grado di riportarli a casa.
Mi pare che la massiccia attività di traslazione di fase quantica sia segno di una civiltà prettamente tecnologica, disse Orphu.
«Può darsi» convenne Ri Po. «Ma nell’universo ci sono idiot-savants.»
Con queste enigmatiche parole la riunione terminò, l’atmosfera fu aspirata dalla sala di comando e Orphu riportò Mahnmut al sommergibile nella stiva della nave.
I quattro motori si accesero al momento giusto. Per i due giorni seguenti Mahnmut fu inchiodato alla cuccetta antigravità, mentre la nave decelerava a più di 400 g sul piano dell’eclittica verso Marte. La stiva intorno al Dark Lady era di nuovo piena di gel protettivo, ma l’abitacolo era libero e il peso e la mancanza di mobilità divennero una noia. Mahnmut non riusciva nemmeno a concepire la pressione su Orphu nella sella sullo scafo. Marte e tutte le immagini di prua erano oscurate dal bagliore accecante dei motori e Mahnmut passò il tempo a controllare i video dello scafo, le stelle a poppa, e a rileggere brani della Ricerca del tempo perduto e a trovare collegamenti e differenze con gli amati sonetti di Shakespeare.
L’amore di Mahnmut e di Orphu per le lingue e la letteratura dell’Età Perduta non era poi tanto insolito. Più di millequattrocento anni terrestri prima, i moravec inviati nello spazio gioviano a esplorare le lune e a contattare gli esseri senzienti di cui si conosceva l’esistenza nell’atmosfera di Giove erano stati dotati dai post-umani di minuziosi nastri sensoriali della storia, della cultura e delle arti umane. La pandemia rubicon si era già verificata, ovviamente, e prima di essa, la Grande Ritirata, ma c’era ancora una piccola speranza di salvare la memoria e i documenti del passato umano, anche se non sarebbe stato possibile salvare col fax finale gli ultimi 9.114 umani vecchio stile esistenti sul pianeta. Nei secoli dopo la perdita di contatto con la Terra, l’arte, la letteratura e la storia umane erano diventate l’hobby di migliaia di moravec operanti nel vuoto o di base sulle lune. Il precedente compagno di Mahnmut, Urtzweil (che era stato distrutto in una valanga di ghiaccio sotto il cratere Tyre Macula, su Europa, diciotto anni terrestri prima) era un appassionato della guerra di Secessione. Il suo berretto blu da fante nordista era ancora nel vano portaoggetti sotto il tavolo da lavoro di Mahnmut, accanto alla Lava Lamp, un regalo dello stesso Urtzweil.
Guardando sul monitor il bagliore, attenuato dai filtri, dei motori a fusione di prua, Mahnmut cercò di associare la propria immagine del Marcel Proust storico (un uomo che se ne rimase a letto per gli ultimi tre anni di vita, nella famosa stanza rivestita di sughero, circondato di continuo da bozze di stampa, vecchi manoscritti e boccette di pozioni medicinali che davano assuefazione, visitato solo di tanto in tanto da un prostituto e da operai che installavano uno dei primi telefoni per ascoltare l’Opera di Parigi) con il Marcel voce narrante di quella faticosa opera di percezione che era Alla ricerca del tempo perduto. Mahnmut aveva una memoria prodigiosa (poteva richiamare la pianta di Parigi del 1921, scaricare ogni fotografia o disegno o dipinto mai fatto di Proust, guardare il quadro di Vermeer che aveva provocato lo svenimento del personaggio di Proust, fare il controllo incrociato di ogni personaggio nei libri e di ogni persona reale conosciuta da Proust) ma niente di tutto ciò lo aiutava a migliorare la comprensione dell’opera. L’arte umana, Mahnmut lo sapeva, trascendeva gli esseri umani, semplicemente.
Tre vie segrete verso la verità sull’enigma della vita, aveva detto Orphu. La prima (l’ossessione dei personaggi di Proust per la nobiltà, l’aristocrazia, i gradini più alti della società) era chiaramente un vicolo cieco. Mahnmut non doveva aggirarsi come il protagonista per tremila pagine di pranzi, per rendersene conto.
La seconda, l’idea dell’amore come chiave dell’enigma della vita, affascinava Mahnmut. Di sicuro Proust (come Shakespeare, ma in un modo del tutto diverso) aveva tentato di esplorare tutte le sfaccettature tanto dell’amore umano (eterosessuale, omosessuale, bisessuale, familiare, collegiale, interpersonale) quanto dell’amore per luoghi e cose e per la vita stessa. E Mahnmut non poteva non convenire con l’analisi di Orphu: Proust aveva scartato l’amore come vera chiave verso una comprensione più profonda.
"Qual è la terza via? E se anche quella è fallita per gli eroi di Proust, qual è la vera via nascosta nelle pagine, ignota ai personaggi, ma forse fuggevolmente scorta da Proust stesso?"
Per scoprirlo doveva solo collegarsi con Orphu. Perduti forse nei propri pensieri, nell’ultimo giorno di decelerazione lui e Orphu avevano comunicato poco. "Me lo dirà più avanti" pensò Mahnmut. "E forse intanto lo capirò da solo… e vedrò se si collega all’analisi scespiriana di ciò che c’è al di là dell’amore." Di certo il Bardo, alla fine dei sonetti, aveva in pratica scartato l’amore sentimentale, romantico, fisico.
I motori a fusione si spensero. Il sollievo dall’accelerazione di gravità e dal rumore e dalle vibrazioni trasmesse dallo scafo fu quasi terrificante.
Nello stesso istante furono espulse le sfere motore/carburante e dei piccoli razzi le portarono lontano dalla traiettoria della nave.
Sganciamento vela e solenoide, disse sulla linea comune la voce di Orphu. Mahnmut guardò su vari schermi dello scafo i componenti espulsi nello spazio.
Tornò allo schermo di prua. Ora Marte era chiaramente visibile, solo diciotto milioni di chilometri più avanti e in basso. Ri Po sovrappose all’immagine la traiettoria. L’avvicinamento pareva perfetto. Pìccoli propulsori ionici interni continuavano a rallentare la nave e si preparavano a inserirla in orbita polare.
Nessuna traccia di radar o di altri sensori che rilevino la nostra discesa, disse Koros III. Nessun tentativo d’intercettamento.
Mahnmut pensò che il moravec di Ganimede aveva grande dignità, ma anche la tendenza a dichiarare l’ovvio.
Riceviamo dati dai nostri sensori passivi, disse Ri Po.
Mahnmut controllò i monitor. Se si fossero avvicinati, per esempio, a Europa, gli schermi avrebbero mostrato emissioni radio, gravitoniche, a microonde e mille altre d’origine tecnologica, provenienti dalla luna abitata da moravec. Marte non mostrava niente. Ma dopo il terraforming il pianeta era di certo abitato. Il telescopio installato a prua era già in grado di raccogliere immagini di case bianche su Olympus Mons, le linee dritte e curve delle strade, le teste di pietra lungo la riva del mare settentrionale e perfino fuggevoli visioni di movimento e attività di singoli individui, ma nessun traffico radio, nessuna trasmissione a microonde, nessuna firma elettromagnetica di una civiltà tecnologica. Mahnmut ricordò l’espressione usata da Ri Po: "idiot-savants"?