Pronti a entrare in orbita marziana fra sedici ore, annunciò Koros III. Rimarremo in osservazione dall’orbita per altre ventiquattr’ore. Mahnmut, prepara il sommergibile per l’abbandono dell’orbita fra trenta ore da adesso.
Sì, disse Mahnmut sulla linea comune, soffocando l’impulso di aggiungere un: "Signore".
Per la maggior parte delle ventiquattr’ore in orbita polare intorno al pianeta, Marte parve abbastanza tranquillo.
Nel cratere Stickney, su Phobos, c’erano manufatti, macchinari per estrazione mineraria, resti di un acceleratore magnetico, macerie di cupole abitative e veicoli robot, ma erano tutti strumenti morti e polverosi e butterati e vecchi più di tremila anni. Chi aveva terraformato Marte nel secolo scorso non aveva niente a che fare con gli antichi manufatti sulla sua luna interna.
Mahnmut aveva visto immagini di Marte quand’era ancora il Pianeta Rosso (lui l’aveva sempre ritenuto arancione, anziché rosso) ma ormai non presentava più quel colore. Arrivando da sopra il polo nord, con il telescopio in grado di mostrare oggetti fino a un metro in lunghezza, ciò che restava della calotta polare (solo uno scarabocchio di acqua e di ghiaccio, adesso, perché tutta l’anidride carbonica era scomparsa per sublimazione in seguito al terraforming) era una bianca isola nell’azzurro mare di settentrione. Spirali di nuvole si spostavano sull’oceano che copriva metà dell’emisfero nord. Le terre alte erano ancora di colore arancione e gran parte delle masse di terra erano marrone, ma il sorprendente verde di foreste e di campi era visibile anche senza telescopio.
Niente e nessuno intimarono il chi va là alla nave: nessuna chiamata radio, nessun rilevamento radar, nessuna indagine con fascio compatto o laser o neutrini modulati. I minuti carichi di tensione diventavano ore di silenzio; i quattro moravec guardavano gli schermi e si preparavano a far scendere il Dark Lady.
Era chiaro che su Marte c’era vita, creature umane o post-umane, a prima vista, più almeno un’altra specie: gli esseri che spostavano le teste di pietra, forse umani, ma di piccola statura e di colore verde, nelle foto prese dal telescopio. Navi dalle bianche vele si muovevano lungo la linea costiera nord e su per i canyon pieni d’acqua della Valles Marineris, ma non erano molto numerose. Qualche altra vela era visibile nel mare pieno di crateri che un tempo era il bacino Hellas. C’erano segni evidenti che Olympus Mons era abitato e almeno una scala mobile ad alta tecnologia lungo i fianchi di quel vulcano; altre prove erano le fotografie di cinque o sei macchine volanti nelle vicinanze della caldera e alcune fuggevoli visioni di altre case bianche e di giardini a terrazza sugli alti pendii dei vulcani della catena Tharsis — Ascraeus Mons, Pavonis Mons e Arsia Mons — ma non c’era alcun segno di un’estesa civiltà planetaria. Koros III annunciò sulla banda comune che a suo parere sui quattro vulcani vivevano non più di tremila pallide creature d’aspetto umano, più forse ventimila piccoli operai verdi, ammassati nelle tendopoli lungo le coste.
Marte era in gran parte disabitato. Terraformato, ma non abitato.
Difficilmente pericoloso per tutte le forme di vita senzienti del sistema solare, eh? disse Orphu di Io.
Fu Ri Po a rispondere. Guarda il pianeta attraverso la mappatura quantica.
«Oddio!» esclamò Mahnmut a voce alta, nella sua nicchia ambientale. Marte era un accecante bagliore rosso di attività di traslazione quantica, con linee di flusso convergenti sul maggiore vulcano, Olympus Mons.
Possibile che quei pochi velivoli siano la causa di questa rovina quantica? chiese Orphu. Nello spettro elettromagnetico non lasciano traccia e di sicuro non usano propellente chimico.
No, rispose Koros III. I velivoli si muovono dentro e fuori il flusso quantico, ma non lo generano. Almeno, non ne sono la fonte primaria.
Mahnmut guardò ancora per un minuto la sovrapposizione dell’insolita mappa quantica, prima di esprimere un suggerimento al quale pensava da giorni. Avrebbe senso stabilire un contatto via radio o con un altro mezzo? Oppure atterrare apertamente su Olympus Mons? Presentarsi come amici, anziché come spie?
Abbiamo pensato a questa possibilità, disse Koros. Ma l’attività quantica è così intensa che riteniamo essenziale raccogliere maggiori informazioni prima di rivelare la nostra presenza.
"Raccogliere informazioni e portare quelle armi di distruzione di massa il più vicino possibile al vulcano" pensò Mahnmut, con una certa amarezza. Non aveva mai avuto voglia di fare il soldato. I moravec non erano progettati per combattere e l’idea di uccidere esseri senzienti era in conflitto con una programmazione vecchia quanto i moravec stessi.
Tuttavia Mahnmut preparò il Dark Lady per la discesa su Marte. Passò il sommergibile in modalità autonoma e staccò dalla nave tutti i collegamenti di supporto vita, rimanendo connesso solo con i cavi comuni che sarebbero stati recisi all’uscita dalla stiva. Il sommergibile era stato avvolto nel materiale che garantiva la massima invisibilità radar e ora aveva intorno alla prua e alla poppa propulsori a reazione, che però sarebbero stati comandati da Koros DI durante la fase d’ingresso e poi espulsi. L’aggiunta finale era la serie di paracadute che avrebbero rallentato la discesa nell’atmosfera. Anche questi sarebbero stati comandati e poi espulsi da Koros HL Solo dopo essere arrivati nell’oceano Mahnmut avrebbe guidato il suo sommergibile.
Pronto a scendere al sommergibile, disse Koros III dal ponte di comando.
Permesso di salire a bordo accordato, rispose Mahnmut, anche se il comandante titolare della missione non aveva chiesto il permesso. Koros III non era di Europa e non conosceva il protocollo. Mahnmut vide le luci di avvertimento dell’apertura del comparto della nave: il Dark Lady sarebbe stato di nuovo esposto al vuoto dello spazio, in modo che Koros vi si trasferisse con l’aiuto del cavo di sicurezza.
Accese il monitor che inquadrava lo scafo e la sella dove Orphu era annidato. Il moravec di Io se ne accorse. Addio per poco, amico mio, disse. Ci incontreremo di nuovo.
Me lo auguro, disse Mahnmut. Aprì la camera d’equilibrio inferiore e si preparò a staccare gli ultimi cavi di comunicazione.
Aspettate, disse Ri Po. Ospiti in arrivo dal lembo del pianeta.
Il video della sala comando mostrò Koros III che assicurava con una brida il portello della camera d’equilibrio appena aperto e tornava al pannello di strumenti. Mahnmut tolse le dita dal pulsante che innescava i fuochi d’artificio delle linee di comunicazione.
Qualcosa giungeva dal bordo di Marte. Per il momento era solo un bip radar. Il telescopio di prua ruotò per rilevarlo.
Dev’essere partito da Olympus Mons quando eravamo fuori linea di visuale, disse Orphu.
Ora lo chiamo, disse Ri Po.
Mahnmut controllò le frequenze, mentre la nave tentava di stabilire un contatto. Il bip non rispose.
Lo vedete? chiese Koros III.
Mahnmut lo vedeva. L’oggetto era lungo meno di due metri, un cocchio aperto, senza cavalli, circondato da un brillante campo di forza. Sul veicolo c’erano due umanoidi, un uomo e una donna: la donna era alla guida e l’uomo, più alto di lei, se ne stava lì in piedi a fissare dritto davanti a sé come se potesse vedere la nave invisibile distante ottomila chilometri. La donna era alta, regale, bionda; l’uomo aveva corti capelli grigi e barba bianca.