Orphu rombò una risata sulla linea comune. Assomiglia a Dio nei dipinti, disse. Non so chi sia la sua amichetta.
Come se avesse udito l’insulto, l’uomo grigio e barbuto alzò il braccio.
L’input video sfolgorò e morì nello stesso istante in cui Mahnmut si ritrovò premuto con forza contro le cinghie della cuccetta anti-g. Il moravec sentì la nave vibrare due volte, fortissimo, e poi mettersi a ruzzolare pazzamente; fu sbattuto dalla forza centrifuga a destra e poi in alto e poi a sinistra.
State tutti bene? gridò sulla linea comune. Mi sentite?
Per vari secondi di capitomboli l’unica risposta furono il silenzio e i rumori di fondo della linea; poi la voce calma di Orphu superò il crepitio dei disturbi elettrostatici. Io ti sento, amico mio.
Stai bene? La nave è a posto? Abbiamo sparato su di loro?
Sono danneggiato e cieco, disse Orphu, tra scoppiettii e sibili dei disturbi. Ho visto cos’è accaduto, prima che l’esplosione mi accecasse. Non abbiamo sparato su di loro. Ma la nave, Mahnmut… è mezzo andata.
Mezzo andata? ripeté come uno stupido Mahnmut. Cosa…
Una lancia di chissà quale energia. La sala comando… Koros e Ri Po… spariti. Vaporizzati. Tutta la prua svanita. Lo scafo superiore è ridotto a scorie. La nave fa due capitomboli al secondo e comincia a disgregarsi. Anche il mio guscio è stato squarciato. I miei jet a reazione sono spariti. Quasi tutte le apparecchiature di manipolazione sono sparite. Perdo potenza e integrità del guscio. Porta via dalla nave il sommergibile… presto!
Non so come si fa! gridò Mahnmut. L’impianto di comando ce l’aveva Koros. Non so…
All’improvviso la nave traballò di nuovo e tutte le linee di collegamento furono tranciate. Mahnmut udì un violento sibilo per tutto lo scafo e capì che la nave ribolliva intorno a lui. Accese le telecamere del sommergibile e vide solo plasma splendere dappertutto.
Il Dark Lady iniziò a girare su se stesso e a torcersi con maggiore violenza, se insieme con la nave morente o da solo Mahnmut non sapeva. Accese altre telecamere, i propulsori subacquei del sommergibile e il sistema controllo danni. Metà dei sistemi erano morti o lenti a rispondere.
Orphu? chiamò Mahnmut. Non ebbe risposta. Attivò i maser in tutte le direzioni e provò a chiamare sulla banda a fascio compatto. Orphu?
Nessuna risposta. I capitomboli si intensificarono. La stiva del Dark Lady, pressurizzata in previsione dell’arrivo di Koros, perse all’improvviso tutta l’aria e il sommergibile si mise a ruotare ancora più violentemente.
Vengo a prenderti, Orphu, trasmise Mahnmut. Spalancò il portello della camera d’equilibrio e si liberò delle cinghie. Dietro di lui, da qualche parte, nella nave che si disgregava o nel Dark Lady, qualcosa esplose e lo mandò a sbattere violentemente contro il quadro comandi, facendolo sprofondare nel buio dell’incoscienza.
13
VALLE SECCA
Al mattino, dopo una buona colazione preparata dai servitori della madre di Daeman nell’alloggio a Cratere Parigi, Ada e Harman e Hannah e Daeman si faxarono nel sito dove si era tenuto l’ultimo Burning Man.
Il nodo fax era illuminato, naturalmente, ma fuori del padiglione circolare era notte fonda e l’ululato del vento era percettibile anche nel campo di forza semipermeabile. Harman si rivolse a Daeman. «Avevo questo codice, ventuno ottantasei. Ti pare il posto giusto?»
«È il padiglione di un nodo fax!» si lamentò Daeman. «Sembrano tutti uguali. Per giunta, fuori è buio! E non c’è nessun altro. Come posso dire se si tratta dello stesso posto che visitai diciotto mesi fa, di giorno, tra una folla di persone?»
«Il codice mi suona giusto» disse Hannah. «Seguivo altra gente, ma ricordo che il nodo del Burning Man aveva un numero alto, al quale non mi ero mai faxata prima.»
«E quanti anni avevi?» sogghignò Daeman. «Sedici, a quel tempo?»
«Qualcuno in più» disse Hannah, in tono gelido. Mentre Daeman era pallido e flaccido, Hannah mostrava muscoli abbronzati. Come se si rendesse conto di quella disparità, anche se non aveva mai sentito parlare di due esseri umani che combattessero fisicamente se non nel dramma del lino, Daeman arretrò di un passo.
Ada non badò al pungente scambio di battute, ma andò sul bordo del padiglione e appoggiò le dita al campo di forza, che si increspò e si piegò, senza cedere. «È solido! Non possiamo uscire.»
«Sciocchezze» disse Harman. La raggiunse e insieme spinsero, con la palma e con la punta delle dita, facendo forza sullo schermo d’energia, elastico ma impenetrabile. Non era semipermeabile, in fin dei conti, almeno non per oggetti fisici come gli esseri umani.
«Non ho mai sentito una cosa simile» disse Hannah, unendosi a loro e premendo con la spalla l’invisibile parete. «Che senso ha, un campo di forza in un padiglione fax?»
«Siamo in trappola» disse Daeman, rovesciando gli occhi. «Come topi.»
«Idiota» sbottò Hannah. A quanto pareva, quel giorno i due non andavano troppo d’accordo. «Puoi sempre faxarti da un’altra parte. Il portale è proprio alle tue spalle e funziona.»
Quasi a dimostrarlo, due servitori multiuso, dalla sagoma sferica, varcarono il luccicante portale fax e si librarono verso gli umani.
«Il campo non ci lascia uscire» disse Ada ai servitori.
«Sì, Ada Uhr» rispose uno. «Ci scusiamo del ritardo nel venirvi in aiuto. Questo nodo fax… è usato di rado.»
«E allora?» disse Harman, incrociando le braccia, con un’occhiata torva al primo servitore. L’altro si era spostato e si librava accanto a un ripostiglio di provviste nella bianca colonna del padiglione. «Da quando i nodi fax sono sigillati?» continuò Harman.
«Mi scuso di nuovo, Harman Uhr» disse il servitore, nella voce quasi maschile usata da tutti i servitori multiuso in qualsiasi luogo. «In questo periodo dell’anno il clima esterno è estremamente inospitale. Se vi avventuraste fuori senza termotuta, avreste poche probabilità di sopravvivenza.»
Il secondo servitore estrasse dal ripostiglio quattro termotute, si avvicinò ai quattro umani e porse a ciascuno una tuta molecolare più sottile di un foglio di carta.
Daeman tenne a due mani la sua e parve perplesso. «È uno scherzo?»
«No» disse Harman. «L’ho già indossata.»
«Anch’io» fece Hannah.
Daeman srotolò la termotuta. Aveva l’impressione di tenere in mano del fumo. «Non andrà bene sui miei vestiti.»
«Non va portata sui vestiti» disse Harman. «Dev’essere a contatto della pelle. Comprende anche un cappuccio, ma permette di vedere e di parlare.»
«Possiamo metterci sopra gli abiti normali?» domandò Ada. Aveva nella voce una traccia di preoccupazione. Dopo l’inutile esibizionismo della sera precedente, non si sentiva molto avventurosa. Almeno non se si trattava di mettersi nuda.
Rispose il primo servitore. «Calzature a parte, non è consigliabile indossare altri indumenti, Ada Uhr. Perché la termotuta sia efficace, dev’essere completamente osmotica. I vestiti ne riducono l’efficienza.»
«State scherzando» disse Daeman.
«Possiamo sempre faxarci di nuovo a casa e prendere vestiti adatti a un clima più freddo» disse Harman. «Ma non sono sicuro che sarebbero all’altezza delle condizioni climatiche di qui.» Diede un’occhiata alla nera muraglia del campo di forza. L’ululato del vento era percettibile e metteva paura.